Seamus con te

“Avete presente la teoria del piano inclinato? No? Ve la spiego. Se metti una pallina in cima ad un piano inclinato, la pallina comincia a scendere, e per quanto impercettibile sia l’inclinazione, inizia a correre correre..sempre più veloce. Fermarla è impossibile.”

Si è fermato il tempo. Si è fermato a quel maledetto venerdì 24 marzo: sembra una serata tranquillissima. L’Irlanda scende in campo contro il Galles, fin qui tutto normale: sarà battaglia, si, ma nessuno avrebbe previsto quel che è successo dopo. Come una pallina su un piano inclinato Neil Taylor non si ferma, e travolge Coleman: rosso, sacrosanto, senza discutere.

Ma i discorsi cromatici passano in secondo piano, lasciando spazio a quelli emotivi, struggenti: Coleman è a terra con una gamba distrutta, falcidiata. Se la tocca, dolorante, sperando forse di uscire da quell’incubo che lo attanaglia: si avvicina Shane Long, ha bisogno di lui. Richiede il suo abbraccio, il suo calore, per uscire da questo momento mefistofelico. Urla di dolore, stringe i denti, non vorremmo essere lui. Il suo compagno vorrebbe essere ambientato in un anime, precisamente in Dragon Ball, dove un fagiolo di Balzar potrebbe fare la differenza.

La brutta notizia è che non siamo in un cartone da cui possiamo evadere, no: è tutto vero.

Coleman esce in barella, accompagnato da una sinfonia di applausi e fischi dei gallesi: non vogliamo sottolineare il gesto dei supporters dragoni, non stiamo scrivendo per questo. Stiamo scrivendo per trattare uno dei temi più delicati e ricorrenti della nostra esistenza: la brevità.

La brevità di una vita che può dissolversi in un istante, così come una carriera costruita con tanto sudore e sacrificio, su quella fascia dove non smette mai di correre. In Inghilterra sono abituati a questi episodi: ci ricordiamo di Eduardo da Silva, Ramsey, Alan Smith. Coleman entra nella lista, e in attimo si arrende. il tempo si è fermato, e con esso anche la carriera sportiva di Seamus Coleman, per ora. Si, per ora, perché immaginiamo un suo ritorno. Non si sa quando, ma forse distillando ottimismo come se fosse birra potrebbe giovare.

Era entrato nella piena maturazione della sua carriera, Coleman. Ed è questo, forse, il lato peggiore: senza dubbio uno dei migliori terzini della Premier League. Le statistiche ci vengono gentilmente incontro, evidenziando una buona attitudine offensiva (15 chances create) accompagnata da un’accurata precisione passaggi (78%). Sbaglia poco, essenzialmente.

Statistiche Coleman | Numerosette Magazine

È il classico giocatore a cui pensi quando manca. Si, perché nel momento in cui macina chilometri, non ci pensi, e te lo godi: poi si assenta dal campo, e son dolori su quella fascia. Dolori come quelli che ha vissuto in quella terribile e sadica notte, che difficilmente verranno cancellati e rimossi nella memoria di Seamus Coleman: non basta un cancellino o una gomma.

Non basta nemmeno a cancellare l’entrata irruenta di Neil Taylor, che preferiamo non far rivedere. Nell’era multimediale, in cui veniamo costantemente bombardati di una migliaia di contenuti, noi preferiamo rimanere neutrali e dichiarare bandiera bianca, come la Svizzera: se dovessimo proprio scegliere un’immagine, metteremmo questa.

 La risata di Ledley ha fatto infuriare i tifosi irlandesi.

Una foto struggente: l’abbraccio di Long, la risata beffarda di Joe Ledley, lo staff medico all’opera. Uno scatto emblematico.

Non vogliamo cadere nella retorica qualunquista, noi vogliamo semplicemente raccontare. Talvolta ci piace emozionare, anzi, mi piace emozionare. Esco per un attimo dalla prima persona plurale, per rivolgermi direttamente a Coleman: so quando il destino ti sbatte la porta in faccia, chiudendo a chiave così tante volte da non lasciarti la possibilità giù la porta, nemmeno con il piede di porco più robusto del mondo.

Ho raccolto la mia energia emotiva, per trasmettere forza a Coleman, quasi come se ogni parola contenuta in questo articolo fosse un pezzo di energia che va a comporre la sfera Genkidama: si, i riferimenti di Dragon Ball vengono spontanei. Forse perché l’Irlanda ha giocato con i Dragoni, o forse perché sarebbe bello tornare piccoli. Piccoli e ingenui, consapevoli che la sensazione peggiore era sbucciarsi il ginocchio dopo aver corso per tutto il parco imitando Cafù. E chissà se qualche piccolo abbia imitato o stia imitando Coleman, in qualche parco dell’Oltremanica.

Ora siamo grandi, abbastanza da capire che le parole – da sole – sono ininfluenti. E allora lo abbracciamo, come ha fatto Long: in fondo il suo abbraccio è quello di tutti.

Seamus con te, Coleman.

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