Road to Liverpool: gioie e dolori

S. Esse. E-s-s-e.
S come SturridgeSuarezSterling. S come Steven Gerrard. S come scivolare. S come sfiorare.
S come Samba, S come Sadio Mane, S come sperare, S come storia.
Storia che in questo caso corre su due binari paralleli ma che, almeno si spera, siano diversi nel loro traguardo.
Il primo binario è quello della stagione 2013/14, quella del titolo sfumato per la tragica scivolata di Gerrard contro il Chelsea.

Gerrard cade e il titolo vola via

Il secondo, quello dell’annata in corso, potrebbe avere un finale diverso e condurre il Liverpool a quel tanto agognato titolo che manca da 26 anni.

E sarebbe anche l’ora per i rossi della Mersey di tornare su quel “dannato (eufemismo) piedistallo” dal quale sono stati brutalmente allontanati dal tempo e da Ferguson.
Poco importa se nel frattempo è arrivata anche una Champions League, l’assenza di quel trofeo pesa come un macigno dalle parti di Anfield.
In sostanza, da quando il massimo campionato inglese è diventato Premier League, nel lontano 1992, la coppa con la corona non è mai finita all’ombra della Kop e i Reds hanno perso anche il titolo di squadra più titolata d’Inghilterra a favore degli odiatissimi rivali del Manchester United, riusciti, nell’arco di un ventennio, nell’impresa di recuperare i ben 11 titoli di campione che dividevano le due compagini nel 1990 e superarli.

 Postcard from the past: Liverpool and the First Division

Giusto per darvi un’idea, nel frattempo, Steven Gerrard ci teneva ad esordire a 18 anni, diventare capitano, diventare il 5º miglior marcatore della storia del Liverpool e lasciare la squadra a 35 anni suonati.

 Baratterebbe tutti i gol pur di cambiare quel giorno…

Oppure, per essere ancora più incisivi, lasciando un attimo da parte il Liverpool, Zinedine Zidane è riuscito a vincere il campionato italiano con la Juve, vincere un mondiale, vincere tutto con il Real: non dimentichiamoci anche il tirare una testata a Materazzi nella finale del mondiale 2006, ritirarsi, diventare allenatore e vincere la Champions da allenatore.
Impressionati? Ecco, immaginatevi quanto lo sia, in senso negativo, un tifoso.

Pensate, ad esempio, al grande capitano, nonché tifosissimo Reds, Gerrard, una vita passata a cercare, a suon di gol e assist, di rompere questa maledizione e poi, sul più bello, quella drammatica caduta che ha spalancato la via del gol a Demba Ba e quella del titolo a Manuel Pellegrini e al suo Manchester City. La notte di Selhurst Park ha dato la mazzata definitiva, inesorabile e crudele.

 “Liverpool-Chelsea: atmosphere” 

Infondo è davvero un peccato che, il giorno in cui si tornerà a vincere un campionato ad Anfield, ad alzare il trofeo non sarà Steve G, si sa però la storia è arbitraria e non sempre giusta.

Sarebbe veramente paradossale poi se tutto ciò arrivasse in questa stagione che potrebbe essere l’ultima da giocatore di Gerrard ma che, a meno di clamorosi ritorni, non giocherà con la sua amata maglia numero 8 rossa.
Qualcuno ha addirittura provato ad immaginare un romantico ritorno a gennaio con tanto di Premier alzata a fine maggio.
Se è difficilissimo il primo, lo è ancora di più il secondo perché, se è vero che il Liverpool guida tutti dall’alto, è altrettanto vero che i pronostici e i precedenti non sono dalla parte dei ragazzi di Klopp.

 Klopp for the Kop

Proprio Klopp rappresenta per tutti il condottiero ideale, non potrebbe essere altrimenti, almeno qui la storia spira nel verso giusto.
Il tedesco ha portato in cinque anni il Borussia Dortmund dalla metà classifica in Bundesliga alla finale di Champions League, quindi chi meglio di lui.
Almeno in questo Jürgen Klopp ha diversi punti in comune con Kenny Dalglish, tecnico-giocatore della stagione 1989-90.
Stessa voglia(e condanna) a vincere e stesso amore da parte dei tifosi, che stanno riservando a Klopp trattamenti simili a quelli che tributavano a King Kenny, così diversi da quelli per l’allenatore del terzo Liverpool di questo racconto, ovvero Brendan Rodgers, quello del successo sfiorato.
Curioso pensare come questi due allenatori così amati siano uno scozzese e un tedesco, storicamente non proprio i popoli più amati dagli inglesi.

Azzardare paragoni sarebbe profondamente rischioso, tutto è cambiato e pochissimo si può accomunare.
Innanzitutto il contesto storico: tutti si ricordano i violentissimi hooligans del Liverpool, l’Heysel e Hillsborough, i tempi in cui spesso e volentieri dall’Inghilterra arrivavano più notizie di tragedie che “di campo“.
Oggi, quelli inglesi sono forse gli stadi più sicuri al mondo e i tantissimi campioni non vedono l’ora di andarci a giocare per l’incredibile atmosfera che si respira.
D’altronde, l’immagine stessa del campionato è cambiata radicalmente.
Da quel mondo semi recluso, o comunque quasi esclusivamente britannico, che era la First Division alla fine degli anni ’80, fino alla globalizzata macchina da marketing che è la Premier League attuale, con fenomeni che vengono da ogni parte del mondo che ci giocano e con milioni di spettatori da tutto il mondo che la seguono ogni weekend.

Anche in campo paragoni tra i Reds dell’ultimo titolo e quelli del presente sono quasi impossibili da fare, molte sono invece le differenze.
La più lampante è senz’altro quella che ha visto, in poco più di 25 anni, il passaggio da una squadra al 95% made in Great Britain, ad una che schiera stabilmente ad ogni partita 6-7 elementi stranieri titolari.
Più somiglianze si possono trovare invece tra questo Liverpool e quello quasi vincente di tre stagioni or sono.
Innanzitutto il modulo, il 4-3-3, comune sia a Rodgers che a Klopp, anche se visto in maniera molto diversa soprattutto in fase offensiva.
Se infatti prima i gol erano stati sostanzialmente divisi tra due giocatori, Suarez e Sturridge, con il primo più prolifico e su cui veniva convogliato gran parte del gioco, attualmente Klopp ha attuato una sorta di “democrazia del gol” con Manè, Firmino e Coutinho a dividersi in maniera quasi uguale le reti, per una formazione, soprattutto vedendo i due brasiliani, a ritmo di samba.

 Tempo di Samba…

Coutinho, insieme a Henderson, Mignolet e Sturridge, rappresenta quel collante che con la squadra del 2014, con i primi due ancora titolarissimi e fondamentali e gli altri spesso incollati alla panchina con il Vinavil.
The little Magician” è uno di quelli che ha beneficiato di più dell’arrivo di Klopp, visto che è stato spostato dal ruolo di mezzala, spesso ricoperto con Rodgers, a quello di esterno offensivo, posizione in cui spesso risultati letale.

Letale, appunto: l’attacco del Liverpool lo è sempre stato. Incarna uno dei pochi punti di contatto tra le tre formazioni citate in questo pezzo, i grandi attacchi che hanno contraddistinto i Liverpool vincenti, o quasi.
Dal duo John BarnesIan Rush del ’90, alla S, S & S del 2014 fino al CoutinhoFirminoManè, gerarchie definite e gol assicurati, tifosi in festa e tante speranze.

Come andrà a finire questa volta? Nessuno può saperlo.  Certo, la speranza stavolta è vivida e – Suarez a parte –  la squadra sembra anche più forte di quella del 2013-14: sarà forse l’anno buono?
Beh, perché no: la concorrenza è agguerrita e ci sono forse, anzi, sicuramente, compagini più forti e complete, ma sognare non costa nulla.

D’altronde sognare inizia con la s. 

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