Padre, figlio, Espírito Santo

Non sempre chi prega vede il proprio auspicio realizzato.
Molti utilizzano le preghiere per chiedere perdono dei propri peccati, altri per sperare in un futuro più roseo, e qualcuno lo fa perché, in fondo, “non si sa mai”. Un po’ come per la scaramanzia: “non ci credo, ma non si sa mai”.
Se esiste un Dio per ogni religione – e se la mente umana ha, in tempi preistorici, affibbiato il carattere di onnipotenza ad elementi naturali come sole, luna, terremoti e vulcani – allora possiamo constatare che quello che noi adoriamo è il Dio del Calcio.
E’ capitato a tutti di chiedere all’Altissimo un gol al 90′ in finale di coppa, un calciomercato estivo degno di nota, un 1-X-2 per riscuotere la vincita della schedina domenicale; ed è capitato anche ai tifosi del Wolverhampton Wanderers quando, agli inizi di agosto, hanno chiesto all’onnipotente “almeno una salvezza tranquilla”.
Non esattamente come la stagione appena trascorsa insomma, in cui i Lupi hanno fatto una fatica immane a rimanere in categoria, riuscendoci soltanto a poche gare dalla fine. Paul Lambert (da pochi giorni allo Stoke City) aveva Walter Zenga ma il cambio, come spesso succede, era servito a poco.

Anche se qualche momento di gloria c’è stato…

Per un gioco del destino, il Dio del Calcio è sceso, sulla panchina degli Wolves, sotto forma di Espírito Santo – parafrasando, senza risultare blasfemo, ciò che è scritto nella Bibbia.

Nuno di nome, Espírito Santo di cognome.

Di certo, non l’ultimo della fila. Il passato dell’allenatore è importante, e per questo la sorpresa è stata doppia. Nativo di São Tomé, una nazione scoperta dai portoghesi ed a lungo sotto la loro giurisdizione, riuscì a portare il pequeno Rio Ave due volte in finale di Taça: da lì, giunse a mangiare paella a Valencia e bifana a Oporto, con i Dragoes.

Passare, poi, dal caldo della penisola iberica alla nebbia delle West Midlands inglesi è un passo importante da fare: non sempre è facile ambientarsi e lavorare nella maniera migliore, in un luogo così tanto differente da quelli a cui sei abituato. Ma Wolverhampton, da un anno a questa parte, ha tutto. Ha una base solida da cui partire, e una quantità di soldi prossima a quella del Deposito di Paperon De’ Paperoni. L’anno scorso, infatti, il gruppo Fosun ha comprato la maggioranza delle quote del club: essi sono proprietari, in parte, anche di Gestifute, la società di Jorge Mendes. Immagino sappiate tutti che egli è il procuratore di molte personalità del mondo del pallone: da CR7 a Mourinho, da Pepe a Paulo Fonseca, da Quaresma a Nuno Espírito Santo, appunto. E di Diego Costa, di Di Maria, di Radamel Falcao.

Insomma, la Trinità c’è tutta: Padre Fosun, Figlio MendesEspírito Santo.

Come nel Cristianesimo, anche nel wolvesesimo.

Grazie al super manager, avviene una vera e propria diaspora – sempre per rimanere in termini biblici – di calciatori portoghesi: Lisbona e Oporto si svuotano, e la comunità rossoverde di Wolverhampton cresce come mai fatto prima. Arrivano Hélder Costa e Ivan Cavaleiro il primo anno, Roderick MirandaDiogo Jota e Rúben Vinagre quello successivo. Per non parlare dei quasi 16 milioni di sterline pagati per avere Rúben Neves dal Porto: nella nostra Serie B italiana, i giocatori del Perugia ne valgono poco più di 15. Tutti insieme.

E sembra si siano ambientati discretamente.

È stato, insomma, un cambiamento radicale: per la verità, una vera e propria rivoluzione. Niente di troppo nuovo, nel mondo del pallone. Simile, per molti versi, fu “il Catania degli argentini” di qualche anno fa: quello del primo Papu Gómez, del Toro Bergessio, della Gallina de oro Maxi López; o, qualche meridiano più in là, la realtà dello Shaktar Donetsk, stracolmo di brasiliani e da anni ai vertici delle classifiche nazionali.

Perde il pelo ma non il vizio

Quello di quest’anno potrebbe essere l’anno della risalita, per i wulfruniani; anzi, vogliamo sbilanciarci, alla fine di maggio una delle due squadre ad essere promossa in Premier League sarà proprio il Wolverhampton. Sembra impossibile, razionalmente, che gli “apostoli” di Espírito Santo falliscano quello che è diventato l’obiettivo stagionale: gli 11 punti sulla seconda in classifica, il Derby County, e i 12 sull’Aston Villa – prima tra le contendenti per i playoff – li sigillano in una botte di ferro. In questi primi match del nuovo anno, gli Wolves hanno compiuto qualche passo falso, e le inseguitrici non hanno saputo bruciare le tappe per avvicinarsi. Ma questa è anche una delle caratteristiche della Championship: l’imprevedibilità. Tutto può succedere, compresi immensi ribaltamenti di fronte, come spiega l’effetto farfalla che Alan Turing descrisse così: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.»

Nel caso più dolce, sarebbe la 64° stagione in Premier League; in quello più amaro, un’annata fallimentare.

Sembra difficile pensare di non rivedere i Wolves in Premier l’anno prossimo.

La rivoluzione lusitana, sin da subito, ha portato vantaggi alla grigia cittadina inglese. Già dal pre-campionato, il Wolverhampton aveva strappato vittorie di tutto rispetto con Werder Brema e Leicester City; il tutto era stato confermato poi ad inizio campionato, quando immediatamente si defilò dalle altre squadre. Aston Villa e Birmingham City, squadre che distano pochi chilometri sulla cartina geografica, non hanno potuto fare altro che soccombere nei West Midlands Derby disputati durante la stagione. Sulle ali dell’entusiasmo e dei 12 gol – finora – di Diogo Jota e Leo Bonatini, la Premier League non può che attendere l’arrivo dei nuovi campioni. La camomilla prima di dormire, allontanato il timore della retrocessione, può anche non essere bevuta; al contrario, il tè delle cinque – subito dopo la partita – è diventato il momento più amato da Espírito Santo. Meglio se bollente, e con qualche pastéis.

La tana del lupo

Si salta di palo in frasca, come vedete: se prima parlavamo di quello che è considerato da molti un simbolo del bene assoluto – la Bibbia – ora siamo passati ad uno dei peggiori mali che il mondo ha visto nel XX secolo: “la Tana del Lupo” era infatti il nome di uno dei quartieri generali di Hitler, durante la seconda guerra mondiale. Lì è avvenuto l’atto finale della cosiddetta “Operazione Valchiria”; con le dovute proporzioni, e con una storia ben più antica, il Molineux Stadium è la tana dei lupi di Wolverhampton, e l’operazione portoghese è quella che abbiamo raccontato sin dall’inizio dell’articolo. Una domanda sorge spontanea: i tifosi sono contenti della piega che sta prendendo il club nero-arancio, imbottito di calciatori estranei alla cultura calcistica d’oltremanica?

Stadio capace di emozionarsi.

Sembra di si, visti i dati relativi all’attendance delle singole partite: si passa dai 23mila con il Bristol City ai 30mila di Aston Villa e Ipswich Town. Numeri che fanno rabbrividire squadre delle massime serie del resto del continente, concorrenziali anche al numero di spettatori della Premier League. Basta vedere, per fare un altro esempio, la reazione degli stessi supporters alla notizia dell’acquisto in prestito con obbligo di riscatto di Diogo Jota, dall’Atletico Madrid: i social del club sono letteralmente andati in tilt, tra chi lo considera “un Messi che va al supermercato Asda” – rimarcando la poca fama del portoghese – e chi si pronuncia considerando il tutto “the beginning of another Wolves legend”. Wolverhampton – e il Wolverhampton si appresta a vivere una delle annate più soddisfacenti della sua storia, alla ricerca di una affiliazione del pubblico degna dei tempi in cui Andy Gray e Derek Parkin spadroneggiavano sull’erba del Molineux. O di Steve Bull, che con i Lupi segnò 250 gol in poco più di un decennio.

E probabilmente anche il grande George Best, innamorato degli Wolves sin da piccolo, sarebbe fiero di una squadra così.

Conoscendolo, sarebbe un po’ meno contento della proprietà cinese e dei suoi affari ma, si sa, ormai il calcio non è più quello del grande Georgie.

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