Win-bley

Wembley, ore 22.36. Il triplice fischio dell’arbitro Marcinek sancisce l’entrata nei quarti di finale della Juventus di Allegri. Il Tottenham, a dir la verità, ha fatto la partita: per usare un metro di paragone calcistico, ha fatto “più del Pochettino” contenuto nel cognome del proprio allenatore, che però non è bastato a rovesciare il parziale e a portare gli Spurs in un’altra capitale europea.

La Juventus ha vinto. Win-bley.

Soffrendo, e mettendo sotto gli occhi di tutti una prestazione che può essere definita in tutti i modi, tranne che con la parola “entusiasmante”. Una Vecchia Signora che arrivava galvanizzata dalla vittoria al fotofinish con la Lazio, nella partita più brutta della stagione in corso: ma di questo sono fatte le vere squadre, di tenacia e di rabbia.

Le grandi squadre sono bozzoli che, nel momento di difficoltà, si trasformano nella più bella delle farfalle.

Quella di ieri è stata l’ennesima conferma di quanto la Champions League – nello specifico la singola partita – sia fortemente condizionata da una forte corrente episodica. Basta un attimo, una giocata per sovvertire risultato e qualificazione: proprio un attimo è bastato a Son – ribattezzato dai tabloid inglesi Sonaldo negli scorsi mesi – per “masticare” il tiro, e ad infilare Buffon. E sempre in pochi istanti, precisamente tra il 64′ ed il 67′, abbiamo visto Lloris raccattare la sfera per due volte in fondo al sacco.

Insomma, Tottenham-Juventus ha tutti i tratti della più bella delle favole.

  • la situazione iniziale, derivante dal risultato della gara di andata.
  • la rottura dell’equilibrio, o il gol di Son che ha portato in vantaggio il Tottenham;
  • lo sviluppo, che ha portato la partita in discesa per gli ospiti, con l’arrivo degli eroi Dybala e Higuain;
  • lo spanning ( o momento di massima tensione), coincidente con il finale del match, con la palla che sbatte sulla testa di Kane (in fuorigioco) e poi sul palo, senza attraversare la linea;
  • il lieto fine, ovvero il triplice fischio.

Alla fine, tutto si è risolto per il meglio. L’ultima vittoria di un’italiana a Wembley era roba di un’era geologica fa: fu la Fiorentina, con Batistuta, ad essere corsara sull’Arsenal, agli albori del nuovo millennio. A quell’epoca, Astori non aveva nemmeno 11 anni, e non sapeva che sarebbe diventato il capitano della Viola: lo stesso capitano a cui i tifosi di entrambe le fazioni hanno tributato un minuto di silenzio commovente, quasi assordante. Perché in fondo il calcio unisce, ed ancora più in fondo questa è forse la componente pregnante di questo fantastico sport.

L'abbraccio della difesa al termine di Tottenham-Juventus | numerosette.eu

 

Il ballo delle (in)certezze

Si fa più presto, però, a definire gli aspetti negativi della Juventus degli ultimi tempi rispetto a quegli positivi. La squadra non gioca più bene: vince, ma non convince. Non che questo sia un gran problema per Allegri – e gliene diamo atto: vincere è l’unica cosa che conta – ma da qualche tempo la Juventus difetta nella proposizione e soprattutto nella fluidità di manovra. Il Tottenham era una “solida incognita”: se da una parte aveva dalla sua una discreta compattezza “psicologica” dovuta ai risultati maturati in casa – solo 2 sconfitte, nelle stracittadine contro West Ham e Chelsea – dall’altra, pensandoci bene ed in maniera molto semplicistica, era comunque una squadra messa alle strette, neanche un mese fa, dal piccolo Rochdale di League One, una squadra il cui presidente vende church heating (riscaldamenti per chiese), capace addirittura di segnarli 3 gol tra andata e ritorno. Nè gli Spurs né le Zebre erano team invincibili ed anzi, avevano entrambi punti deboli abbastanza denotati. E’ stato insomma, un turno dal risultato incerto: se Wembley fosse un palco, Tottenham-Juventus sarebbe il ballo delle incertezze.

O meglio, (in)certezze. In – per dirla all’ingleseperché la Vecchia Signora è ancora dentro ai giochi. Di certezze, invece, ce ne sono due: Higuain e Dybala, la marcia in più della Juventus, quel surplus che tanti vorrebbero avere ma che non tutti hanno. Prendendo in prestito una frase già risentita sul web in questi anni, guardare la HD calcare insieme il rettangolo verde “equivale a stare seduto in una stanza, con una scatola di cartone davanti al cui interno c’è una bomba che non hai idea di quando esploderà”.

El Pipita ha timbrato il cartellino all’andata e al ritorno: nelle 20 partite in cui ha gonfiato la rete in Champions League, iniziando dai Galacticos madrileni e passando anche per gli scugnizzi di De Laurentiis, la sua squadra non ha mai perso; il gioiello di Laguna Larga, invece, non segnava dalla semifinale col Barcellona dell’anno scorso: più di 900 minuti di agonia risolti nel momento migliore. Meglio farne pochi insomma, ma al momento giusto.

Spurs, e ora?

Cosa rimane della stagione del Tottenham? Un pugno di mosche, come le scorse annate.

Gli Spurs, ormai da anni, si sono messi in testa che spendere tanti soldi nel mercato può essere il giusto compromesso per riuscire – anzi, tornare – a vincere qualche trofeo: di certo, la Champions League non poteva essere la priorità. Si deve ripartire dal basso: anche il Manchester City dell’allora Mancini vinse il campionato dopo 44 anni di astinenza, ma prima passò per la conquista della FA Cup (che quest’anno, tranne Chelsea e Manchester United, ha solo qualche Cenerentola). Ci andò vicino, Pochettino, l’anno indimenticabile del Leicester – secondo posto in campionato – ma “il vicino”, come si dice in Toscana, “conta solo a bocce“. Il nuovo stadio potrà essere un aiuto in più per raggiungere traguardi prestigiosi: la storia recente della Juventus – proprio lei – insegna qualcosa su quest’argomento. Il valore dei singoli c’è, e chi deve amalgamarli è uno dei migliori in Europa.

La palla, come in partita, passa nei piedi dell’uragano Kane: se in estate deciderà di andare a mangiare churros nella soleggiata Madrid (cosa che, parole sue, non avverrà), qualcuno dovrà sostituirlo e fare colazione con le più classiche bacon & eggs. Ad oggi, però, sembra impossibile uno scenario del genere. Ad oggi non esiste un giocatore sul pianeta Terra che abbia caratteristiche simili a quelle di Harry.

A distanza di dieci anni, potrebbe essere la volta buona: il palmarès del Tottenham piange, e comincia ad avere le mensole piene di polvere.

Wembley potrebbe essere più vicino di quanto già è, sperando che questa volta il Win-bley risulti a parti invertite.

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