Nessuno è perfetto

L’Arthur Ashe Stadium ne ha visti tanti.

Il più elegante, il più vincente, il più giovane, il più sprecato, il più polemico, il più adorato dal pubblico, il più cinico, il più sprecato, il più anziano. O anche il meno quotato, il meno fortunato, il meno preciso, il meno determinato, il meno concentrato, il meno arrabbiato, il meno sorridente. Appunto, ne ha visti tanti. Ma nessuno era perfetto.

Dopo tutti questi anni, 21 per la precisione, ancora decreta i vincitori degli US Open. Lo stadio da 254 mln di dollari rimpiazzò il Louis Armstrong Stadium, ormai troppo poco capiente per poter ospitare i sempre più numerosi appassionati di uno degli sport più eleganti che esista: il tennis.

 

US Open campo centrale | Numerosette Magazine
Un buon investimento, che dite?

Ma è l’eleganza di chi indossa scarpe e racchetta che fa innamorare ogni anno New York, che per la settimana a cavallo di Agosto e Settembre, non ha abitanti che si perdono tra il verde di Central Park o il cemento della 5th Avenue; bensì, si danno battaglia per conquistare un seggiolino per ammirare le partite degli US Open. Perché in quegli scambi, sotto quel vento e quei movimenti che regalano brividi ed emozioni, ogni imperfezione si trasforma in armonia vincente.

Debuttiamo anche noi nella narrazione tennistica, con le nostre imperfezioni, all’improvviso: non siamo sbruffoni come Kyrgios ma neanche schiaccianti come Isner al servizio. Non siamo neanche Roger Federer. Si, forse siamo come John Millman.

Stavolta Millman, ancora Nole

Come John Millman. Abbiamo lavorato nell’anonimato, a fari spenti, senza mai oltrepassare il terzo turno in un Grande Slam. Abbiamo raggiunto la prima finale di un ATP 250 a Budapest, ma il Cecchinato di turno ci ha usurpato un possibile trono che sarebbe valso più di un mero montepremi: aspettate, abbiamo? Non siamo Millman. Ma ci sentiamo come lui, in un certo senso.

Numero 55 al Mondo, trova chi questo Mondo l’ha sconvolto con la sua classe ed eleganza. Roger rientra sempre fra i primi otto, in qualche modo: è la sua indole, la sua forza, il suo dono: al tempo stesso il più anziano, il più forte, il meno arrabbiato e il più adorato dal pubblico. Tutte caratteristiche che, trovarle in un unico giocatore, fanno capire e intendere quanto lo svizzero abbia dato a questo sport nell’arco della sua straordinaria carriera. Del resto, ‘il Re’ ha vinto questo torneo per cinque anni di fila, dal 2004 al 2008, mettendo già in bacheca tempo fa record che altri neanche immaginano o sperano di poter mai raggiungere.

Ma questa volta non è andata come tutti i romantici si aspettavano, John Millman ha avuto la meglio per 3-1. La vittoria del gregariato, di chi ha bisogno di una giornata come questa per ammaliarsi dei riflettori: quei riflettori che evidenziano un Roger Federer troppo appanato nei momenti chiave e deciso a chiudere in fretta qualsiasi punto per evitare scambi prolungati che lo avrebbero altresì danneggiato. In risposta alla prima di Millman, Federer ha vinto solo 17 su 84 punti. Troppo poco per dare la sensazione di poter padroneggiare il gioco e dettare il ritmo, troppi i 76 errori non forzati che hanno indirizzato la partita a favore dell’australiano; affidarsi al suo istinto tennistico supremo non sempre paga. Forse è meglio così, forse è meglio aver interrotto l’avventura ed evitare una figuraccia contro quel Novak Djokovic tornato a ruggire sui campi da tennis, tornato ad intimorire le prede con un solo sguardo fiero e battagliero.

Proprio il serbo ha distrutto due settimane fa quella che sarebbe stata l’ottava meraviglia al Lindner Center per re Roger, detronizzandolo psicologicamente in due set dove la racchetta serba ha dettato legge. In quel doppio 6-4, Nole è sembrato quello di una volta, quel giocatore geniale che spolverava ogni centimetro di linea di campo, rendendolo territorio di sua proprietà dal primo all’ultimo game, senza mai disfarsene. Vinceranno la caparbietà e la voglia di stupire di Milman o la precisione e le pochissime sbavature di Novak?

Nishikori – Cilic

Il Giappone è il grande outsider dello Sport: dopo aver sfiorato i Quarti di finale ai Mondiali ora si gode un grande Kei Nishikori logorato da un’altalenante forma fisica che non vuole mollarlo neanche un secondo. Ma nonostante questo, si è portato a casa il match contro il veterano Kohlschreiber, stremato dall’aver preso lo scalpo del connazionale Zverev.

Ma non sarà facile, per Nishikori. Non è facile per nessuno contrastare l’imponenza di Cilic, i suoi cambi improvvisi di ritmo che gettano l’avversario in uno stato di sconforto e desolazione: chiedetelo al malcapitato Goffin che, seppur con grande volontà, ha ceduto il passo in tre set. Periodo complicato per il belga, il ritiro dalla semifinale di Cincinnati era preambolico ad un torneo complicato.

Cilic non scherza affatto, e i suoi 12 ace parlano chiaro: ben 83% di punti vinti alla prima di servizio, 63% di palle break vinte e soprattutto 71% di palle break salvate, ben 5 su 7. Il croato ogni tanto si lascia andare, ma poi rimedia alla grande; la speranza per Nishikori è la sua nota difficoltà a chiudere i conti, a scrivere la parola fine nel momento topico.

Cilic e Nishikori US Open 2014 | Numerosette Magazine
Nel 2014 vinse il croato. E ora?

Di sicuro, anche Del Potro vorrà mettere del sale sulla coda di chi crede di aver gia vinto, soprattutto su quella di John Isner, beniamino di casa, sempre considerato talento cristallino, ma mai splendente come diamante puro. È rimasto una pietra grezza, che riesce a dare filo da torcere ai migliori, ma che molto spesso annoda le corde della racchetta e del suo gioco con le sue stesse mani. Quando deve fare il grande salto, fallisce.

Non vuole fallire, invece, Rafa Nadal. Siamo nella parte alta del tabellone, nella parte forse più intrigante; già, è la sfida più bella. Quella sfida per cui vale la pena scombinare l’orologio biologico e rimanere incollati al monitor, fin dalle 2.30, ad ammirare il re della terra rossa. Già, quel Nadal che non ha eguali quando si tratta di giocare Roland Garros e simili, che entra in difficoltà quando la superficie cambia. Ma stavolta quel ginocchio che tanto lo ha fatto tribolare sembra reggere, chissà che non riesca a farlo fino in fondo. A Toronto, quella superficie, sembra averla fatta sua, sembrava conoscerla alla perfezione; torneo straordinario, condito da un solo set perso, contro Cilic. Guarda caso, fu proprio il croato a rifilargli l’ultima sconfitta su cemento, il 23 gennaio 2018.

Ma Thiem non spera nel ritiro, spera in un remake infuocato e stavolta vincente della finale di Parigi che ha visto l’austriaco fregiarsi di uno scalpo di un valore inestimabile. L’austriaco è l’unico ad averlo battuto sulla terra battuta, a Madrid, dando vita ad una serie di scambi prolungati da brivido.

Previsti grandi scambi agli US Open | Numerosette Magazine

Non vogliamo rubarvi 15 minuti della vostra vita, sappiamo quanto il tempo sia prezioso. E sappiamo quanto sia prezioso il passante finale di Thiem che approfitta dello spazio lasciato vacante da Nadal: non male anche l’improvviso cambio di ritmo che inchioda i piedi dentro il campo esercitando una notevole pressione con il corpo. Ma Rafa non molla mai.

E per batterlo, Dominic dovrà rasentare la perfezione. Ci si è avvicinato con Anderson, sfatando pure il mito del Thiem fondocampista: quando è sceso a rete, la sua sicurezza ha messo alle corde il sudafricano. Ma potrebbe non bastare, potrebbe essere mera consolazione per una sconfitta schiacciante, per un dominio maiorchino che non sembra esaurirsi qui. E sappiamo quanto Rafa sia abile a trasformare le imperfezioni altrui in vittorie.

Ripetiamo, fare la nottata potrebbe essere una delle scelte migliori mai fatte.

Il dominio di Serena

E per otto uomini che si sfideranno per l’ingresso nei migliori 4, ecco che altrettante donne stanno seguendo lo stesso canovaccio. Tra i nomi del gentil sesso, compare come sempre la sempreverde e competitiva Serena Williams, la prima delle tre americane presenti nel tabellone dei quarti. Sarà la Pliskova a contendere alla padrona di casa la settima vittoria in questo torneo, dopo la prima arrivata nel lontano 1999, quando le sue connazionali Stephens e Keys avevano rispettivamente 6 e 4 anni. Sono queste altre due atlete a stelle e strisce il futuro del tennis americano, che per ora non ha bisogno di ‘nuove leve’, visto che la perfezione dei colpi di Serena continuano a strabiliare e conquistare i campi del mondo.

Saranno così la lettone Sevastova e la spagnola Suarez Navarro a frapporsi tra le ‘USA womens’ e le semifinali, cercando di mettere il bastone tra le ruote a queste atlete che non vedono l’ora di sventolare la propria bandiera tra le pareti di casa. Mentre giù, nell’ultimo spazio riservato a un solo nome che potrà apparire accanto a quelli già elencati, compaiono la sorprendente e giovanissima giapponese Osaka e la non più giovanissima Lesia Tsurenko.

Serena Williams vuole vincere ancora gli US Open | Numerosette Magazine
Se non è grinta questa…

Non importa chi, non importa come; probabilmente neanche quando. Importa cosa percepisce chi vince, cosa chi perde, cosa chi guarda. Importa non tanto la perfezione del colpo, ma l’imperfezione della risposta che potrebbe essere molto più determinante della perfezione stessa: Federer ne sa qualcosa. E allora, a cosa aspirano questi campioni? Alla gloria, alla vittoria.

Ma vittoria è sinonimo di perfezione? Siamo tutti perfetti?

Forse no. Anzi, sicuramente no. Neanche noi che raccontiamo, lo siamo.

Chiedere all’Arthur Ashe potrebbe essere meglio.

Lui si che ne ha visti tanti.

Bonus Track

Da vedere e rivedere. E da tenere d’occhio, Alex De Minaur; farà strada.

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