L’umanesimo di Brasile-Belgio

Martínez guarda Osorio e impara. E reinterpreta. Il Belgio schianta il Brasile favorito con una scelta inaspettata, non tanto negli interpreti. Era, infatti, ampiamente prevedibile un avanzamento di De Bruyne troppo sacrificato, con l’inserimento di Fellaini in mediana; meno prevedibile la scelta di Chadli al posto di Carrasco, anche se la cifra tecnica e tattica non cambia.

La scelta imprevedibile è stata nel proporre un atteggiamento vicino a quello del Messico di Osorio, con una differenza sostanziale: il riferimento centrale che per El Tri era El Chicharito, nel Belgio è stato lo spazio creato dallo spostamento verticale di De Bruyne.

Due sono stati i principi fondamentali ereditati dal Profe Osorio: la rinuncia della difesa totale sotto palla, con Lukaku largo a destra e Hazard largo a sinistra nella metà campo offensiva, con De Bruyne posto in zona strategica – solitamente sul centro destra, in ripiegamento, per sfruttare lo spazio lasciato incustodito da Marcelo – per condurre la ripartenza palla al piede o creare spazi intelligenti sfruttando la progressione di un compagno sganciatosi dalla linea difensiva; e poi c’è il principio più esaltante in assoluto, una delle novità tattiche più interessanti del Mondiale, ovvero la scelta di lasciare, nei calci d’angolo a sfavore, i 3 giocatori più offensivi in zone insidiose nella metà campo offensiva per avere l’opportunità di sfruttare subito la transizione. Il secondo gol di Kevin De Bruyne nasce così.

Il Brasile nel primo tempo non ci ha capito niente.Nella ripresa è stato l’ineluttabile orgoglio brasiliano. I verdeoro non potevano lasciare il Mondiale senza realmente provarci. L’arretramento del Belgio è stato naturale.

Ma quindi perché umanesimo?

Perché la scelta di Martínez ha presupposto delle conseguenze precise: il Brasile del Maestro Tite ha dovuto accettare il compromesso proposto dai belgi, e dal suo tecnico spagnolo. I giocatori del Belgio hanno accettato il piano e l’hanno applicato alla morte, con tutti i rischi.

Quali sono stati i rischi?

I rischi di prendere delle scelte individuali, sempre, in ogni circostanza e prevalere prettamente con il proprio talento – quando si parla di talento oggi nel calcio (e nello sport) non si può parlare più solo di qualità tecniche, ma anche fisiche, ed emotive.

Questo è l’umanesimo che è emerso ieri sera, di una tattica (spesso bistrattata nei discorsi popolori) messa a disposizione del talento. E dello spettacolo! Perché ieri sera abbiamo assistito alla partita più bella del Mondiale e non poteva essere altrimenti con le due selezioni più talentuose.

Abbiamo, così, visto una miriade di duelli individuali tra Miranda e Lukaku sulla fascia – il Brasile si è difeso spesso a 3 – abbiamo ammirato un Hazard sensazionale (MVP) come da anni attendavamo sui palcoscenici dei migliori, abbiamo assistito a un De Bruyne-centrico, abbiamo guardato i brasiliani, soprattutto nel secondo tempo, dribblare divinamente con Neymar, Douglas Costa, Firmino, Coutinho.

Forse Martínez poteva riequilibrare l’assetto della squadra prima e soffrire forse meno, rinunciare a quei principi offensivi di occupazione preventiva sui calci piazzati a sfavore, ma sarebbe venuto meno il patto tra lui e i suoi giocatori. Quello di vincere con le proprie qualità. Tecniche, fisiche, emotive. Con il proprio Talento. Con le proprie scelte. Sempre.

Di questa partita potrete portarvi dietro una caterva di immagini cartolina. Scegliete voi quale. Io scelgo il gol di Kevin, uno dei giocatori più incredibili che ho ammirato dal vivo.

Gol di De Bruyne in Brasile-Belgio | Numerosette Magazine

Concludo.

Nel Futsal – Brasile e Belgio sono scuole nobili della disciplina – l’idea di accettare il compromesso della coperta corta e prendere rischi in zone focali del campo è vitale, e il Futsal entra sempre di più nel Calcio a 11, e viceversa, senza farsi male.

Concludo veramente.

Nel 2006 Guardiola termina la propria carriera di giocatore al Dorados in Messico, inconsapevole (forse) che sarebbe stata una tappa fondamentale per la propria vita da allenatore. Incontra le idee del commissario tecnico del Messico, l’argentino Ricardo La Volpe, importando in Europa il principio della Salida Lavolpiana dal nome del suo inventore, cioè La Volpe.  Quel principio permeerà il grande Barcellona e ha cambiato notevolmente le dinamiche del calcio d’oggi, con le varie evoluzioni che presuppone la storia.

Chissà se un giorno parleremo mai delle idee innovative di Martínez. Forse quella di ieri sera è stata solo una mossa temporanea, adattata all’avversario, in cui lo spagnolo ha avuto la geniale intuizione di trarre da quanto visto nella partita prima. Forse d’ora in poi svilupperà questi principi in maniera più matura e meno intuitiva. Forse scopriremo che dietro questa scelta c’è stato il suggerimento di Thierry Henry. Forse da settembre molti club europei sfrutteranno in modo più sincronico questi due principi applicati ieri sera dal Belgio.

Molti, allora, parleranno di una rivincita del contropiede. A me piacerà parlare di umanesimo e talento dell’uomo-calciatore. Penserò a Brasile-Belgio. E penserò al colombiano Juan Carlos Osorio, El Profe.

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