Tre uomini e un Pallone

Adoro Aldo Giovanni e Giacomo. Ho sempre adorato quel trio, non ho neanche frapposto la virgola nei loro nomi perché penso che nulla possa separarli. Eppure, il trio si è diviso: c’è chi come Giacomino, sentiva e nutriva l’esigenza di dar voce a un qualcosa di più grande di lui – non che ci voglia molto, fisicamente – i poveri. Quel che risulta evidente però è una sensazione di sollievo e non di ostinata disperazione per questa notizia, forse perché ci eravamo accorti di una produzione cinematografica non all’altezza dei capolavori precedenti. Qualcosa stava cambiando.

Il trio si è sciolto, ma il ricordo non si è dissolto né affievolito. Anzi, nella mia mente è nitido, come se fosse resistito al bombardamento cognitivo in questi anni, come se nulla fosse cambiato; ma come, non stava cambiando qualcosa? Verità assoluta ma non inscindibile, testimoniata dall’universalità intrinseca al magnifico trio. Aldo Giovanni e Giacomo sono di tutti. Proprio come il calcio.

Ecco perché li ho scelti per questo appuntamento con Calcio e Cultura. Un mix eterogeneo di elementi che si fondono e intervallano nell’arco di pochi secondi, dal tragico e comico che si fondono creando un ordigno nucleare irresistibile per il pubblico, fino a quel calcio di cui si fanno portatori, quel calcio che sembra rivelarsi uno dei principali collanti relazionali. Uno dei segreti del loro successo, insomma.

Aldo Giovanni e Giacomo teatro | Numerosette Magazine
Oltre alla grande reattività di Giacomo “Peruzzi!” Poretti.

Sorpresi

Quante volte l’abbiamo vista negli ultimi anni? Ma soprattutto, quante volte avremmo desiderato di viverla, di giocarla, magari di vincerla? La magia di quell’episodio si rintraccia proprio in questo, in un desiderio popolare e umile di scatenare il proprio fanciullo interiore in qualunque terreno possa assumere la consistenza di un campo di calcio; quella partita la sentiamo ormai nostra, quasi come se la nostra Nazionale l’avesse disputata davvero, tanto da raggiungere un overbooking social impressionante.

La disarmante semplicità del trio nell’intepretare – e perdere malamente – questa partita ha fatto sì che la scena madre di Marrakesh Express finisse quasi in un dimenticatoio immeritato; fu presa da modello quella scena, ma nell’immaginario popolare ha assunto tonalità più scure ed emarginate. Ancora una volta, l’universalità del trio ha sfruttato la sua potenza comunicativa per veicolare un messaggio tramandato attraverso mille sfaccettature.

E intanto, abbiamo perso. Aldo Giovanni e Giacomo ancora pensano alla difesa a zona.

Già, è proprio questa la capacità che ho sempre riconosciuto e affibiato al trio, l’imprevedibilità furtiva nel mutamento dell’argomento, il calarsi in una microdimensione brevissima interamente ironica e pungente, magari fuori luogo, ma eseguita talmente bene e in maniera vincente da risultare persino calzante. Non te l’aspetti, ogni volta sa sorprenderti. Siete sorpresi?

Io lo sono. E lo sono stato nel momento in cui ho intravisto la naturalezza con cui Giacomo riuscì a interpretare un ruolo inimmaginabile per la sua fede calcistica; tifoso del Milan. Uno dei frame più intensi tratti da Tu la conosci Claudia? e perfettamente esemplificativi del connubio immediato fra sensazioni diametralmente opposti, quella felicità per il gol di Shevchenko contro la Roma contrapposta all’ira dell’interista e soprattutto marito di Claudia, di cui entrambi sono innamorati. Incredibile come il calcio riesca a intrufolarsi come un segugio negli apparati relazionali più intricati, con semplicità e disivoltura, la stessa che tocca nel profondo grazie a Consequence dei Notwist, colonna sonora adatta all’impatto emotivo.

Aldo GIovanni e Giacomo Milan | Numerosette Magazine
Scorgete e immergetevi nel labiale di Giacomo, verso la fine. Un “pezzo di merda” genuino, uscito senza preavviso, per ricordargli che il ruolo del milanista non è toccato a lui. Tutto molto bello, si fa per dire.

Basta un solo attimo per spezzare l’ambiente tragico creatosi nella scena, per rompere quasi la parete e sciogliere la tensione allo spettatore più coinvolto; il calcio serve anche a questo.

Ma non solo.

Così è il calcio

Strana e beffarda. Aldo Giovanni e Giacomo si sono superati nel lontano 1998, quando in America diedero vita a un capolavoro della commedia italiana; Così è la vita, un intrecciatissima catena di eventi che quasi ti spaventa, ti fomenta la paura verso quelle forze incontrollabili in questa vita terrena, quel destino di cui non si conosce il volto ma se ne percepisce distintamente la paura. Anche lì, il calcio fa il suo ingresso all’improvviso, come se in quel momento non contasse altro.

Aldo Giovanni e Giacomo erano già morti. Ancora non lo sapevano, ma ben presto il dilemma principale fu la partita dell’Italia. Mondiali 1998, Ottavi di finale, gli azzurri di Cesare Maldini devono fronteggiare una Norvegia insidiosa che risultò poi decisamente appannata. Avevo 4 anni, difficilmente ne ricordo le sfumature, ma puntualmente il trio riesce a riesumare e a trasmetterci il tangibile senso di fratellanza intrinseco al calcio, e alla Nazionale.

In quel momento, Giacomo e Giovanni erano sotto sequestro, rapiti e senza speranza; realismo e surrealismo s’incontrano, si conoscono, e ascoltano la radiocronaca insieme. D’altronde, la loro semplicità è visibile come la pelata di Aldo, o Di Biagio. E sarà proprio l’ex Brescia a consegnare un bellissimo pallone a Vieri per il gol che fa esplodere tutti, persino un cimitero abbandonato chissà dove; vogliamo parlare, poi, della colonna sonora radiofonica di Riccardo Cucchi? E di Tore Andre Flo? O meglio ancora, soldatino di Livio, l’idolo del braccio 6. Accenni sì, ma non facciamoci divorare dalla nostalgia.

Non è questo il mio obiettivo. A volte sembra che improvvisi, che non sappia cosa scrivere, che debba cavarmela in qualche modo per divincolarmi da una struttura ben precisa che rischierebbe di annoiarvi, lettori.

Aldo Giovanni e Giacomo Denilson | Numerosette Magazine
“Denilson!”

E allora me ne esco così, spezzando il ritmo. Con Denilson, talento sfortunato proprio come Giovanni nel film, quel talento divenuto quasi più famoso per questa scena che per la sua carriera frammentata; l’impatto del trio e soprattutto del calcio sulla gente è devastante, talvolta ipnotico, riesce a smuovere le masse ma in un certo senso a tenerle ancorate nei propri difetti, nei propri pregiudizi. In Italia il calcio si sposa bene con tantissimi aspetti, qui entra in simbiosi col cinema italiano, eccedendo talvolta nel trash apoplettico manifestato anche da pagine Facebook in tributo al trio. Alcune scene sono strumentalizzate in maniera quasi ossessiva, sfruttando il redivivo appeal per una pagina di storia della commedia destinata a non sbiadire per il resto dei nostri giorni; il calcio, con Aldo Giovanni e Giacomo, non può che trarne giovamento.

Le investiture sul talento di Denilson vennero spazzate via da un modus operandi troppo individualista, più giullare di corte che re; il nuovo Rivelino, “il mancino più forte del Brasile” dimostrò tutte le sue inadeguatezze tattiche in un contesto spagnolo decisamente invitante quanto fuorviante. Il mondo non era ancora pronto per Denilson, ancora non lo è. Sarà ricordato in Italia per questo brevissimo frame, proprio come Sforza. Uno dei punti più cult di Aldo Giovanni e Giacomo, forse troppo.

Questa la sapete tutti, dai. Non c’è bisogno di illustrarla, ma c’è bisogno di comprendere il duplice effetto salvagente/rovina che la sinergia tra calcio e cultura può creare; già, perché Ciriaco Sforza prima di approdare all’Inter era un buon giocatore. Fece molto bene al Kaiserslautern e poi al Bayern, prima di inserirsi nel marasma nerazzurro guidato da uno scellerato Roy Hodgson; era meglio Mr Flanagan.

Esordisce fra lo stupore di tutti, fra una magia a Udine e l’altra a Guingamp, per poi sigillare la parola Inter nel cassetto dei rimpianti; pensate, l’anno dopo tornò al Kaiserslautern e riuscì a vincere una Bundesliga da protagonista, in una squadra neopromossa. Stranezze del destino.

Stranezze di un calcio che, a volte, si rifugia in secondo piano.

Un apostrofo rosa

Tra le parole Franco e Forte. Così Aldo distrugge in un nanosecondo quella che sarebbe stata la lite più grande percepita nella loro filmografia, un momento in cui le mie dita stanno immedesimandosi tanto, talmente tanto da faticare nella stesura e compimento della frase; forse, questo è il momento più rappresentativo della valenza del trio.

Qui, Aldo Giovanni e Giacomo rientrano quasi nella loro sfera teatrale dove hanno espresso le loro migliori interpretazioni.

Spesso mi riguardo questa scena, provo a riaprire una porta che sarebbe meglio tener chiusa, ma che si deve riaprire solo per ammirarne le sfaccettature recitative. Si riesce a carpirne la bipolarità, quasi riesco a toccare e ad accarezzare il senso di colpa di Giacomo che a sua volta mi dice che non si era mai sentito così; ad ogni attacco della musichetta del Cyrano corrisponde una reazione che smuove i meccanismi interni di Giacomo, una terza legge della dinamica che ci mette le spalle al muro e al tempo stesso ci strappa un sorriso con le reazioni kafkhiane di Aldo.

Ma non sono qui per spiegare parola per parola, bensì per farvela vivere. Per farvi cogliere il simbolismo interno del passetto indietro di Giacomino alla rivelazione finale perfettamente coagulato con l’arretramento di un calcio che non può essere onnipresente.

Eppure, Aldo Giovanni e Giacomo non lo disdegnano. Non lo hanno mai bistrattato né sottolineato, ma c’è, si addentra nella cellula narrativa dei loro film perché, in fondo, fa parte del genoma di chi quelle scene le interpreta. Sembra forzato e naturale al tempo stesso, ma a volte ci si chiede come un Aldo qualunque possa partire da “sushi” e arrivare a intonare un “Forza Palermo”, così, dal nulla.

È proprio quello che li unisce, il calcio. Anche lo sport, in senso più ampio; sempre in Chiedimi se sono felice, vediamo la partita di basket nella piazzetta con i poliziotti fino alle tallonate di Baronchelli nei meandri della Torre Velasca. Il potere relazionale e sociale del calcio ha fatto centro. Ma a volte, supera confini indesiderati.

Luci a San Siro

“Non ce la faccio, troppi ricordi”: vi ricordate quella frase? Domanda retorica, forse. La globalizzazione di quel momento nei media ha preso una piega inaspettata, ormai tutti la conoscono: ma attenzione, perché si rischia di ricollegare in maniera errata alcuni dettagli e percezioni emotive. Già, perché “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni è facilmente confondibile con il celebre stadio Meazza; si tratta dell’ippodromo, di cui il cantautore era un assiduo frequentatore. Nella logica popolare ha assunto una valenza calcistica, soprattutto per la scena di Aldo Giovanni e Giacomo, superando barriere e reinterpretando i significati in maniera personale.

Ecco, qui volevo premere, ancora una volta all’improvviso, sulla dicitura personale. Quel che sentiamo dentro potrà essere differente rispetto a quel che pensa un individuo di quella stessa canzone, ogni individuo di fatto ha coercizioni differenti e questo rende più variopinto un mondo che altresì avrebbe una tonalità monocromatica e sterile. È giusto che ci siano anche colori più ricercati, particolari, come il ciano o il magenta – non corso Magenta.

Che poi, ho visto una scena peculiare. L’altro giorno passarono tre uomini distinti, di spalle, era difficile riuscire a identificarli; avevano un pallone, un bellissimo pallone, udivo che stavano andando all’ufficio anagrafe per registrarle l’oggetto come parte integrante e dichiarata della famiglia. Alla sera, in occasione della festa di iniziazione, sarebbe venuto Samuele Bersani, pronto a riesumare con audacia “Un Pallone“, lo stesso singolo che fece discutere a Sanremo per il modus operandi dell’autore; pochi si sarebbero presentati al Grande Ballo con scarpe da calcio. Bello, ma iconico. Quel pallone è una metafora perfettamente riuscita, quell’Italia vigliacca che non ci vuole più, che ci fa sentire “soli e sgonfi”, che non c’infonde più la forza di rotolare giù, senza aiuti esterni. Una denuncia sociale che ha stregato la critica, e ha certificato la linfa persuasiva che una metafora calcistica può assumere.

Ma il calcio, da solo, perde qualcosa. Ha bisogno di qualcuno che lo viva, che lo racconti, che lo accompagni in un percorso di crescita e utilità, anche per la società. Un percorso di universalità.

Aldo Giovanni e Giacomo hanno abbracciato il calcio dandogli il giusto peso, senza farlo sentire escluso né predominante. Ma è sempre stato parte del loro essere, del loro iter cinematografico divenuto più cult di quanto il trio si sarebbe aspettato, superando il confine del concetto stesso; si sono sempre accompagnati, nella buona e cattiva sorte, nella tragedia e nell’ironia. Nonostante le dislessie di Aldo.

Scusate, dovevo spezzare la tragedia della loro separazione. Forse, è meglio così.

Forse, nemmeno il calcio bastava più.

Bonus Track

L’ho fatto, ancora.

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