Antefatto

Iniziamo dalla fine, o quasi.
9 Luglio 2006, Berlino, Germania.
Tutti noi ricordiamo benissimo dove eravamo, con chi e persino cosa avevamo mangiato in quella afosa serata d’estate.
I più attenti sapranno anche che l’ultimo rigore francese, quello del “facci cantare Buffon” di Fabio Caressa, lo tirò un buffo ragazzo con le orecchie un po’ a sventola, nato a Saint-Étienne 29 anni prima e allora militante tra le fila del Bayern Monaco.
Willy Sagnol batté quel rigore come se stesse giocando con gli amici all’oratorio, secco, tranquillo, spiazzando il buon Gigi che dovrà aspettare ancora qualche minuto, prima di esplodere di gioia con tutta l’Italia.

Tra passato e presente

Guardatela la faccia che ha prima di calciare quel rigore, avrà avuto anche l’inferno dentro ma sulla superficie era calmo e concentrato, come chi sa che, nonostante il momento, non può sbagliare.
Non c’è da stupirsi, Sagnol e la tensione non sono mai stati due soggetti compatibili.
Si dice che il nostro carattere sia figlio delle situazioni che viviamo, ecco, l’ex calciatore francese è stato subito messo a dura prova.
Se infatti essere i capitani di una squadra importante come il Saint-Étienne non è facile, esserlo a 19 anni dopo una terribile retrocessione (quella del ’96) è veramente difficile.
Resistere all’Enfer Vert in quelle circostanze, se sei giovane e ambizioso, è un eccellente banco di prova se poi, come sottolineato da Philippe Cuervo, hai un carattere e una leadership fuori dal normale per essere ancora un teenager, può diventare esaltante.
Infatti dalla fascia destra del Geoffroy Guichard non si è più fermato, conquistando prima la chiamata del Monaco e poi quella della nazionale e del Bayern Monaco, con il quale vincerà tutto.
Ironia della sorte, suo padre, che gli diede quel nome in onore di Willy Van De Kerkhof, stupendo centrocampista di PSV e Paesi Bassi, mai avrebbe potuto pensare che suo figlio avrebbe conquistato lo stesso identico numero di campionati e Champions League del suo grande idolo, rispettivamente 6 e 1.

Un’altra caratteristica avevano in comune i due, oltre al nome: la corsa.
Due corse diverse, quella di Van De Kerkhof era per recuperare i palloni e poi andare ad assaltare l’area avversaria, quella di Sagnol per arare quella fascia destra che è sempre stata la sua casa, la sua migliore amica.
Sagnol ha rappresentato un’ottima via di mezzo tra due scuole di terzini: una preponderante, classica, dove il ruolo era più legato alla fase difensiva e massimo ad alcune, limitate, sovrapposizioni offensive, al fine unicamente di crossare.

Un’altra invece, “moderna”, che vuole il terzino come una sorta di regista esterno per lo sviluppo de gioco.
Quest’ultima via, troverà la sua massima espressione con il successore di Sagnol sulla fascia destra bavarese, Philipp Lahm.

A noi piace vederlo come il superamento del maestro da parte dell’allievo.

Pilastro irrinunciabile

Tornando a Sagnol, non è appunto un caso che sia riuscito a conquistare la titolarità sia con due allenatori estremamente rigidi dal punto di vista tattico come Hitzfeld e Magath, sia con uno molto più naif, come l’ex commissario tecnico della nazionale francese Raymond Domenech.
Interpretazioni del ruolo assolutamente diverse che Sagnol è riuscito ad assimilare e mettere in pratica nel migliore dei modi, guadagnandosi sempre il suo posto in campo.
Se infatti, col Bayern, spesso gli veniva chiesto di arrivare sul fondo e crossare per le teste degli attaccanti, con la Francia invece il suo ruolo era legato al portare la palla all’esterno d’attacco corrispondente, o comunque alla triade di trequartisti del 4-2-3-1 di Domenech, limitando le sue sovrapposizioni che, comunque avvenivano, per garantire più soluzioni alla fase offensiva della selezione transalpina.
L’ex CT non poteva farne a meno, Sagnol era una droga genuina. Lo schiererà titolare in tutte le 7 partite del mondiale 2006, compresa la tragica (per loro) finale dell’Olympiastadion, in cui, come già detto, tirò anche il rigore.

Come crossava…

In realtà, quella del cross era forse la sua dote migliore, il suo tesoro da sfoggiare: se ne accorsero subito i tifosi del Bayern, che lo soprannominarono Flankengott, il dio dei cross. Forse, da qualche parte nella sua casa, Roy Makaay ha un santino con la sua faccia che ringrazia ogni mattina, dopo essere sceso dal letto.
Questo nomignolo fa ben capire cosa provino i tifosi del Bayern verso l’ex terzino francese. Un grande amore, decisamente atipico considerando il rapporto non proprio idilliaco tra tedeschi e francesi.

Che poi, tra lui e Ribery, direi che il “problema” sembra essere ormai superato.

Gol col contagocce

Un po’ differente il feeling avuto dall’ex giocatore con il gol.
Sebbene trovasse spesso la via dell’assist infatti, non si può dire lo stesso per quella della rete.
Nelle 184 gare ufficiali giocate con i Bullen, sono stati appena 7 i gol segnati, tra l’altro, 4 dei quali identici, con cross spiovente dalla sinistra e lui che anticipa il difensore avversario di testa.

Gol con lo stampino.

Nella nazionale francese, invece, non è nemmeno mai riuscito ad andare in gol, sintomo che l’ultimo fondamentale momento del gioco, non è mai stato il punto forte di Willy Sagnol da Saint-Étienne.
Anche per questo probabilmente, quando pensiamo ai migliori terzini destri degli ultimi 20 anni, quasi mai facciamo il suo nome, anzi, praticamente mai: assurdo se pensiamo alla penuria, soprattutto negli ultimi anni, di terzini destri di valore.

Grandi partite e grandi successi ne hanno corredato la carriera, eppure il ricordo di Willy Sagnol, almeno qui in Italia, sarà per sempre legato a quel rigore bello e inutile, alla voce di Caressa che dice “facci cantare Buffon” e al giorno più bello di molti di noi.
Anche perchè si è ritirato presto, a 32 anni, dopo stagioni in cui era falcidiato da diversi problematici infortuni.
Memoria ingrata per quello che è stato uno dei migliori laterali difensivi della prima metà degli anni 2000; certo, se da bambino gli avessero detto che avrebbe vinto più o meno quanto il giocatore da cui prende il nome, avrebbe di sicuro firmato e il suo ricordo futuro lo avrebbe considerato solo paesaggio.

E chissà cosa gli preserverà il futuro. Il Bayern Monaco lo aveva accolto a braccia aperte come assistente di Ancelotti, eppure Willy sogna il salto in grande. Si, grande come le sue orecchie, o come le orecchie di quella Coppa che ha avuto il privilegio di alzare.

Chissà se qualcuno se lo ricorderà.

Nel frattempo gli avevano dato il bentornato così.