Storie: NBA Christmas Day

Non prendiamoci in giro, smaltire le fatiche del pranzo di Natale davanti alle partite dell’NBA Christmas Day è una sensazione meravigliosa.
Oltretutto, se pensiamo che la Lega mette il match clou, quello tra le due formazioni più forti, ad un orario per noi accessibile, non possiamo che considerare questo come l’ultimo dei regali ricevuti sotto l’albero.
Un presente che nella dicotomia sport-intrattenimento, tipica del mondo anglosassone, è una bella normalità, anche se per noi latini passionali è impensabile dover soffrire per la nostra squadra in un giorno che dovrebbe essere esclusivamente dedicato alla gioia.
Sono due modi di intendere l’entertain legato allo sport diversi, basti notare che la prima palla a due alzata il 25 dicembre è del 1947, non esattamente ieri.
Un viaggio lungo 70 anni che, in fondo, sta conquistando tutto il mondo.

The Big Apple pie

Se vi chiedessimo di associare il concetto di innovazione ad un luogo geografico degli Stati Uniti, cosa rispondereste?
Ok, benché sia scontato rispondere California, fino agli anni ’40 del secolo scorso, non era così.
Il nord-est degli States in generale, e New York in particolare, sia per ragioni sociologiche sia per risorse, erano i luoghi in cui si dava una svolta.
Avveniva in campo economico, sicuramente, e avvenne anche in campo cestistico.
Infatti, nello stesso luogo in cui, appena un anno prima, era nata la Lega, si prese una decisione storica per la mentalità puritana dell’America di allora: far giocare questo campionato interessante, l’allora BAA, nel giorno di Natale.
Fu così che il 25 dicembre 1947 al Madison Square Garden, New York Knicks e Providence Steamrollers si sfidarono nel capostipite dell’odierno NBA Christmas Day, un match che è emblematico dello sport americano dell’epoca: in campo c’erano solo americani bianchi. Per la fredda cronaca, i padroni di casa s’imposero 89-75.
Tra l’altro, nelle fila degli ospiti militava tale Nat Hickey, allenatore-giocatore, che a 45 anni suonati è ancora il più vecchio ad aver disputato la gara natalizia, oltre che il più vecchio ad aver calcato i parquet della Lega.

The revolution will be televised

Il 25 dicembre 1967 sono passati 20 anni esatti dalla notte del Garden, eppure sembra ne siano trascorsi 200, non solo sportivamente.
Innanzitutto, dalla Grande Mela l’attenzione si è spostata a Los Angeles, dove, appena tre anni prima, un ragazzo dalle chiare origini nostrane, di nome Mario Savio, ha guidato i ragazzi di Berkley ad una serie di clamorose proteste contro l’Establishment, anticipando i movimenti del ’68.
La BAA ha cambiato, già da qualche anno, il nome in NBA.
Gli afroamericani hanno distrutto quel soffitto di vetro che li separava dai bianchi e ora due di loro, Wilt Chamberlain e Bill Russell, stanno dominando come giganti tra bambini.
Quel Natale i ragazzi statunitensi rivoluzioneranno per sempre le loro abitudini natalizie, perché una delle più importanti reti televisive a stelle e strisce, l’ABC, per la prima volta, trasmette una gara dell’NBA Christmas Day in diretta nazionale.
La partita in questione è Los Angeles Lakers-San Diego Rockets, rispettivamente la squadra campione e l’ultima classificata della Western Conference in quella stagione.
Si, perché all’epoca il marketing e lo show-biz non avevano ancora pervaso tutto e il 25 dicembre non giocavano contro le migliori, ma quelle logisticamente più vicine, per permettere a giocatori e staff di passare almeno un po’ di tempo con le rispettive famiglie.
Comunque sia, parte delle basi, che hanno trasformato The League in una macchina mediatica senza precedenti, oltreché nel prodotto d’intrattenimento sportivo più grande del pianeta, sono state poste quel giorno.

The King of the Day

Facciamo un altro salto temporale, stavolta di “solo” 17 anni.
Finora abbiamo parlato solo di eventi storici e date, lasciando da parte le storie degli uomini. Con il 1984 è un po’ difficile però.
Perché è l’anno di Orwell, di Steve Jobs che debutta col Macintosh sul mercato, di Reagan che rivince le elezioni, di Platini che porta per la prima volta un trofeo internazionale alla Francia.
A giudicare da ciò, per un evento che si ripete uguale ogni 12 mesi, anno migliore del 1984, per il record di un singolo giocatore, non poteva proprio esserci.
La città? Beh, anche qui è facile, è quella dove la grandezza e la megalomania sono incontrastate: New York.
Al Garden quel 25/12/1984, Bernard King prese in ostaggio tutti i 19.000 sguardi, con una prestazione da ben 60 punti, il massimo mai fatto registrare in un NBA Christmas Day.

Filmato di repertorio da gustare

Ironia della sorte, la sua squadra, i Knicks, perderanno la gara, soccombendo 114-120, nel derby contro i New Jersey Nets, in quella che sarà una pessima annata per i newyorkesi, sebbene permetterà poi di ottenere la prima scelta assoluta per selezionare Patrick Ewing, al Draft del 1985.
Una sintesi perfetta della carriera di King, giocatore sublime, tanto da meritare un posto in Hall of Fame, ma talmente sfortunato da capitare sempre in squadre mediocri, con solo 5 apparizioni ai PlayOff.
Tuttavia, continuiamo a chiederci quanto possa essere magnifico un giocatore che arriva al primo quintetto NBA con la propria squadra che non si qualifica per la Post Season.

NBA Christmas Day senza regali

Il 2004 fu un anno davvero particolare e lo sport non fece eccezione.
Facebook era nato da poco, YouTube avrebbe visto la luce di lì ad un anno, se volevate parlare di sport, bisognava bazzicare su uno di quei blog che spuntavano come funghi su internet.
D’estate, in una malinconica notte portoghese Angelos Charisteas aveva regalato un incredibile Europeo di calcio alla Grecia, mentre a distanza di pochi giorni, Galanda, Basile e un ispiratissimo Pozzecco fecero girare la testa al Dream Team Usa, vincendo di 17 punti, 95-78.
In NBA, poco prima, i Lakers di Kobe, Shaq, Karl Malone e Gary Payton erano incredibilmente riusciti a perdere il titolo.
Poco dopo era finita anche la tormentata love story di Shaq e Kobe, con il primo accasatosi ai Miami Heat.
A Los Angeles, per quell’NBA Christmas Day erano tutti in fibrillazione, perché Shaquille O’Neal, per la prima volta dopo l’addio,  torna da avversario dei Lakers.

2004, Kobe vs Shaq, Buffa e Tranquillo, provate a non piangere.

Se a Natale si è tutti più buoni, non si può dire la stessa cosa di quell’NBA Christmas Day, era una gara di metà Regular Season eppure sembravano già le Finals, tutto come volevano gli organizzatori.
A vederla da loro punto vista, quella sfida è stata la sublimazione di quel concetto, molto americano, secondo cui per avere il massimo, ci devono essere i due massimi da 120 colpi al minuto nel centro del quadrato.
Kobe, in una serata in cui non prende prigionieri, con 42 punti vinceva la battaglia personale con Shaq, fermatosi a 24 punti e andato fuori per falli poco prima della fine del quarto periodo.
La scena però se la prendeva un giovane Dwayne Wade che conduceva gli Heat alla vittoria dopo un agonico supplementare.
Kobe avrebbe avuto anche l’occasione per vincerla, ma senza Shaq non ci sarebbe decisamente stato gusto.

The Player’s Tribune

Se avete letto fin qui, avrete sicuramente notato come la narrazione degli eventi abbia preso la meglio su tutto il contorno.
Tuttavia spesso facciamo l’errore di oggettivare coloro che lo creano questo spettacolo, i giocatori.
In molti si sono espressi riguardo alla materia.
Tra i più critici, LeBron James, che ha più volte espresso il desiderio di poter passare il Natale in compagnia della famiglia, dicendo come tutto il giorno andrebbe passato in compagnia dei figli, non essendo un giorno qualunque, ma uno da dedicare solo alle persone che si amano.
Certo, essendo un fenomeno inaudito, sono secoli che non passa un Natale in famiglia, quindi lo capiamo decisamente.

Ecco, poi non è che non si impegni…

Sull’altro versante Lamar Odom che considera il giocare il 25 dicembre un grandissimo privilegio, per essere in grado di intrattenere il mondo.

Ci siamo chiesti molte volte da che parte stare, purtroppo la decisione è davvero difficile.
Se da un lato infatti, immedesimandoci nei giocatori, soffriamo nel pensare di passare un giorno così bello lontano dai propri figli, dall’altro non possiamo proprio fare a meno di amare l’NBA Christmas Day.
E comunque la vediate, siamo sicuri che quest’ultimo privilegio faccia molto piacere anche voi.

Ah, a proposito di Odom, noi a Babbo Natale abbiamo chiesto di farlo tornare in piena salute nel 2018, ci farebbe molto piacere.

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