Il derby della Madonnina è uno dei più prestigiosi della storia della Serie A. Un derby che molto spesso ha cambiato i campionati delle due squadre. Sentito oltre i confini della sola città di Milano. Un derby iconico.

Con le maglie nerazzurre e rossonere, con la nebbia, i petardi, San Siro gremito, le coreografie, e l’orario: le 20:45, un’orario che riscalda i cuori delle persone che neanche quello della pausa pranzo.

Raramente il derby si è visto giocare di pomeriggio, ma quest’anno per la prima volta il fischio d’inizio sarà sabato alle 12:30, un’orario inconsueto per l’Italia, anche scomodo. Ma perfetto per sopperire alle sei ore di differenza che dividono il nostro paese dalla Cina.

Lo si fa per soldi, per attrarre più pubblico. Una cosa che viene prima richiesta a gran voce dal tifo italiano che vede il proprio campionato sempre meno prestigioso, ma che poi viene contestata perché per farlo, inevitabilmente, c’è bisogno di cambiare qualcosa e quindi: dodici e trenta.

In attesa che il primo derby di Milano senza nebbia venga giocato, ripercorriamo insieme i sette momenti più emblematici dagli anni ’90 in poi.

1. Due a due

Immergiamoci nell’amarcord, finché siamo in tempo:

  • Arbitrava Collina.
  • Taribo West sfoggiava le sue splendide treccine.
  • Allenavano Lucescu e Zaccheroni.
  • Abbiati aveva i capelli.
  • I cinesi avevano iniziato il closing.
  • Zanetti non era capitano.

Quel derby del 12 marzo dell’anno precedente al nuovo millennio finì 2-2; l’Inter aveva grandi nomi in squadra, ma era tatticamente spaesata e, sopratutto, distratta in difesa. Il Milan quella stagione veniva da un 10° posto con Capello e Zaccheroni, al tempo un allenatore che a Udine fece ciò che Guidolin ha fatto in tempi più moderni, raccolse la squadra e la portò a vincere il campionato.

Quella partita fu estremamente pragmatica, come da dogma dei due allenatori, una partita che Berlusconi, intervistato senza un motivo logico, descrive dalla tribuna come: «piacevole, senza troppi acuti»

Blue degli Eiffel 65 ci sta. Dai.

2. Nel nome di Comandini

Il calcio è un mondo difficile in cui sfondare, un mondo in cui è facile cadere nell’incomprensione, sottovalutati, o sopravvalutati, a seconda di chi si incontra durante la propria carriera, che, come nella gran parte degli sport, è breve ma intensa. Poi ci sono quei giocatori che sono completamente degli equivoci, su tutta la linea del tempo.

Gianni Comandini sta lì, indecifrabile come un cubo di Rubik truccato. Era l’estate del nuovo millennio quando arrivò al Milan, dopo due ottime stagioni a Cesena e a Vicenza, in Serie B, dove aveva collezionato 37 goal. Comandini sarebbe potuto essere un leggendario bomber di provincia se per sua sfortuna (o fortuna) non fosse incappato in qualcosa più grande di lui. L’ultimo disastrato Milan di Zaccheroni (arrivato sesto) spese 20 miliardi di lire per averlo, e nonostante Comandini riuscì a giocare solamente 13 partite, con due soli goal, la stagione successiva divenne l’acquisto più oneroso dell’Atalanta con 30, di miliardi.

Quei due goal, però, non furono goal qualunque: perché Comandini, all’esordio nel derby, ebbe la fortuna (o la sfortuna) di segnare una doppietta nello 0-6 rifilato all’Inter quella sera. Un record, quello di segnare due goal al primo derby, che condivide solo con Paolo Rossi.

E ciò che rende tutto ancora più assurdo, a tratti grottesco, è che quei goal non furono solo pesanti, ma anche belli: goal da vero attaccante, a rubare la scena a Schevchenko (che poi la scena se la riprese comunque tra il 66’ e il 79’).

Oggi Comandini fa il deejay a Cesena. Ha lasciato il calcio a 28 anni, dopo 9 goal in 4 stagioni, tra A e B, dopo quel bellissimo, sciagurato derby di maggio dominato dal Milan.

Con la telecronaca del Caressa ceceno.

3. Calcio e violenza

La stagione 2004-05, per i tifosi milanisti, è indicata da due grossi segnalibri: uno è il petardo a Dida, l’altro la rimonta del Liverpool. A noi tocca ricordare il petardo a Dida.

Succede che Inter e Milan, come due anni prima, si incontrano in semifinale di Champions, e come due anni prima succede che il Milan è in vantaggio. Ha vinto l’andata 2-0, e nella gara di ritorno, al 30’, Schevchenko mette il timbro con un altro goal, fuori casa, pesantissimo. Succede poi che nel secondo tempo, al 26’, l’arbitro tedesco Merk annulla un goal a Cambiasso, e allora i tifosi dell’Inter si scatenano, rabbiosi di vedersi sfuggire un’altra finale in favore dei rossoneri, e dalla curva alle spalle della porta di Dida cascano fumogeni come pietre caricate dalle catapulte.

Dida viene colpito in pieno, e casca a terra, mentre viene soccorso da Nesta e un pompiere. Quando al suo posto entra Abbiati, i tifosi dell’Inter avevano già deciso che non c’era più alcuna partita da giocare.

Merk la sospenderà, concedendo ai milanisti la finale a tavolino, e a quella fetta di ultras interisti la solitudine della loro violenza.

4. Ronaldo da casa sua

Ronaldo, insieme a Zanetti, Cambiasso, Milito, Simeone, Pančev e Recoba, è uno dei giocatori più amati della storia recente dell’Inter. Il Fenomeno Ronaldo fu l’Inter fin quando le ginocchia, i soldi e Cúper glielo permisero. Poi fu altro, e tra le poche versioni di cui il mondo del calcio fu testimone, c’era il Ronaldo milanista.

L’11 marzo del 2007 Ronaldo era titolare al Meazza, vestiva la maglia rossonera 99 e, a vederlo, già sembrava teletrasportatosi per sbaglio da un’amichevole di vecchie glorie a una partita vera.

Eppure, come può succedere solo ai grandi campioni, quella partita è dimostrazione che il fisico, le ginocchia e gli addominali non sono una prerogativa essenziale del calcio, o almeno del calcio di dieci anni fa.

Quando al 38’ Kakà serve Gattuso, e Gattuso si volta per servire Ronaldo largo a destra, il brasiliano sembra veramente inoffensivo, anzi proprio fuori luogo in quella parte del campo: da lì è costretto a utilizzare il lato sinistro del corpo, è troppo lontano dalla porta per provare il tiro e il fisico lo impaccia troppo per dribblare i difensori; dietro si sovrappone Oddo, che sarebbe la traccia più logica per il proseguo dell’azione, davanti si affianca Pirlo, che è sempre una buona opzione di passaggio quando non hai idea di cosa fare. Ronaldo, però, sembra aver già deciso: si porta avanti il pallone col destro, sfida Maxwell e Cambiasso a chiuderlo, poi si sposta palla sul sinistro e lì, da fuori area, da una posizione che generalmente affibbiamo a Robben o a Messi, tira. E segna.

Il tiro non sembra neanche un granché, si vede e si rivede più volte, ma sembra più una ciabattata che un gran tiro, eppure è talmente angolato e rapido da risultare imparabile.

Il fisico, le ginocchia e gli addominali nel calcio non sono trascurabili, per molti ma non per tutti, perché Ronaldo il Fenomeno, al di là della casacca indossata, sembrava in grado di segnare in tutti i modi: anche da casa sua.

«Il calcio è strano»

5. Inter, Milan e Juventus

Il 6 maggio del 2012 il Milan era secondo, a tre punti di distanza dalla prima Juventus di Conte, mancavano due gare alla fine del campionato: una, il derby, l’altra una gara interna col Novara, l’ultima di Pippo Inzaghi, Seedorf, Gattuso, Nesta, Zambrotta e van Bommel.

L’Inter era nelle mani di Andrea Stramaccioni, dopo essere passata prima da Gasperini e poi dalle mani sapienti, ma troppo morbide, di Ranieri. Ed era una squadra in netta involuzione tecnica, tattica e mentale. Eppure, in virtù del pareggio della Juventus col Lecce, portava quasi il peso di uno Scudetto in quella partita: la possibilità di togliere ufficialmente un trofeo al Milan era vitale.

A sbloccarla, su un netto errore di piazzamento dei rossoneri, fu l’Inter, con el Principe Milito e la sua classica esultanza strabordante.

A riaprire la gara, però, è un’azione del tutto casuale: Zanetti recupera un pallone vagante lì dove Samuel e Muntari si sono scontrati, e Muntari ha avuto la peggio, cadendo per terra e voltandosi verso l’arbitro alla ricerca di una spiegazione, Zanetti inciampa su Muntari, e Robinho, che è lì, riesce a recuperare il pallone e trovare Nocerino, sulla verticalizzazione in area per Boateng; Julio Cesar esce in uno contro uno e con un guizzo anticipa il ghanese levandogli il pallone dai piedi.

Per Rizzoli, erratamente, è rigore.

Ciò che succede dopo è qualcosa che non si vede abitualmente su un campo di Serie A e qualcosa che non si vede abitualmente nei confronti di Ibrahimovic. Julio Cesar, prima di posizionarsi sulla linea di porta, va faccia a faccia con lo svedese e gli sussurra qualcosa, poi gli fa la linguaccia. Ibrahimovic, strano ma vero, sembra in imbarazzo, non lo guarda in faccia e si gratta una tempia, poi parte e di imbarazzo, in quel tiro che sfonda la rete, ce n’è poco.

Rizzoli fischia altri due rigori in quella gara, entrambi a favore dell’Inter e di Milito, che non sbaglia mai. C’è spazio anche per un quasi-goal-della-vita di Sneijder e uno decisamente bello di Maicon.

Quel giorno a Torino festeggiarono lo scudetto.

6. Melanconia

Ci sono belle partite e brutte partite. Altre anonime, altre esaltanti, equilibrate, senza storia, poi ci sono le partite buie: quelle tra due squadre che una volta erano l’apice del calcio europeo e poi diventano fantasmi che infestano le posizioni più mediocri dei campionati. I derby della Madonnina 2012-13 furono derby bui, entrambi, ma noi raccontiamo il ritorno.

Nell’Inter stagione 2012-13 giocavano Mudingayi, Kuzmanovic, Rocchi, Gargano, Silvestre, Juan Jesus, Jonathan e Ricky Alvarez. Sei di questi scenderanno in campo quella sera.

Nel Milan giocavano Mesbah, Zaccardo, Bakaye Traoré, Costant, Antonini, Salamon e Bojan. Quest’ultimo giocherà.

Erano, insomma, due squadre alla deriva, che si affidavano a singoli neanche eccellenti: il migliore dell’Inter sarà Handanovic, per il Milan El Shaarawy. E finirà 1-1, con un goal decisivo di Ezequiel Schelotto, perché c’era anche lui.

Il fatto che fosse “il derby di Balotelli” dice anche troppo.

7. Bella Max

Il più recente dei derby in casa dell’Inter risale al 13 settembre del 2015, quando l’Inter di Mancini sembrava dover lottare per lo scudetto, e il Milan di Mihajlović no, non credibilmente, anche se c’erano motivi di belle speranze.

Non sarà un derby particolarmente bello da vedere, né pieno di spunti, o grandi giocate, o grandi campioni o nient’altro che effettivamente valga la pena raccontare.

L’unico goal, per altro bello, è quello di Guarin, che ricorda in un certo senso quello già raccontato di Ronaldo; ma è meglio. Lui e Icardi festeggeranno mostrando una maglia con su scritto «BELLA MAX», che sembra una grande presa per il culo ad Allegri e alla Juventus con un punto in tre partite. Cosa che no, non è.

 

Soundtrack: Blue (1999), Eiffel 65.