Sette comandamenti bianconeri

Serviva un solo punto per laurearsi Campione d’Italia ed il punto è arrivato: la Juventus, al termine di una partita a tratti noiosa ma controllata tatticamente, ha vinto il suo settimo scudetto consecutivo. Risultato straordinario, soprattutto considerando che per farlo ha dovuto superare la concorrenza del miglior Napoli della storia, sia dal punto di vista dei risultati sia per il gioco espresso.

L’esistenza di un avversario credibile (il primo a metterlo seriamente in difficoltà dai tempi del duello con il Milan di Allegri, stagione 2011/12) ha costretto i bianconeri a superare se stessi, arrivando a quota 92 punti, la più alta da quando il tecnico livornese siede sulla panchina della vecchia Signora e seconda solo ai famosi 102 punti ottenuti da Conte nell’annata 2013/14. Un dominio mai visto nella storia del calcio italiano: è possibile trovare, anche nel match di ieri sera contro la Roma, le ragioni di un’egemonia lunga ormai sette anni. Ricercare dei dogmi nelle idee dell’allenatore meno dogmatico dell’intera Serie A non è però impresa facile.

I. Non prenderle

Subito dopo la pazza partita contro l’Inter, Allegri, nel famoso sfogo post partita agli studi di Sky, individua l’organizzazione difensiva tra i principi cardine della sua Juventus. Una specificazione non necessaria, ma che certamente ribadisce una volta di più le priorità del tecnico ben recepite dai suoi uomini.

I quattordici goal subiti nelle prime tredici partite rappresentavano un’anomalia rispetto alla recente storia bianconera. Sin dal primo scudetto targato Conte, la Juventus non ha mai concesso agli avversari più di 27 reti in una singola stagione (annata 2016/17), fermandosi per ben due volte a quota venti. In molti avevano individuato le ragioni della rinnovata fragilità nel nuovo modulo e, soprattutto, in un atteggiamento più offensivo figlio anche del mercato estivo. Nelle successive 23 partite però la stessa Juventus ha smentito tutti, incassandone nove (di cui molti subiti proprio nelle ultime settimane).

Nel big match dell’Olimpico la coppia difensiva scelta è quella composta da Barzagli e Rugani, con Benatia (decisivo in Coppa Italia) in panchina. Complice l’infortunio nel riscaldamento di Khedira, Allegri è costretto a tornare al 4-2-3-1 con Pjanic e Matuidi davanti alla difesa. L’inferiorità numerica (e qualitativa) a centrocampo nei confronti della Roma si è resa evidente soprattutto nei primi 30 minuti, complici i troppi errori tecnici da parte  di molti giocatori (uno su tutti Pjanic). I giallorossi sono infatti riusciti a mettere in difficoltà gli avversari grazie al loro pressing offensivo, trovandosi molte volte al limite dell’area senza però mai riuscire concretamente a creare pericoli per la porta di Szczesny grazie alle coperture offerte dai difensori bianconeri. La pressione della Roma ha certamente mostrato uno dei profili da migliorare per il futuro: la gestione del possesso palla.

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In questa situazione la Roma attacca bene in transizione dopo il contrasto di Kolarov su Bernardeschi, trovandosi in parità numerica con i difensori bianconeri. L’esperienza di Barzagli (su cui torneremo in seguito) permette però alla Juventus di uscirne sostanzialmente illesa: il difensore italiano, occupando bene lo spazio, impedisce ad Under di trovare il fondo e porta il turco verso l’interno dove trova l’opposizione di Rugani. Anche in una partita giocata sostanzialmente male nel primo tempo, i bianconeri sono riusciti a tenere la porta inviolata.

II. Ricercare le intese tra i giocatori

In un gioco così fluido e poco codificato in fase offensiva, le connessioni tra i giocatori sono fondamentali. L’agguerrito dibattito tra schemisti e liberisti vede in Allegri il più convinto sostenitore di quest’ultima strada, anche se sarebbe ovviamente ingiusto ridurre il tutto ad una mancanza generale di idee. Il gioco della Juventus si affida principalmente all’estro dei suoi singoli, ma al tempo stesso è il contesto tattico a creare le condizioni perchè gli stesso si esprimano al meglio.

La Juventus, e questo è un dato di fatto, può contare su attaccanti migliori rispetto alle altre squadre. Lo testimonia il fatto che nella classifica dei tiri fatti i bianconeri si posizionino soltanto all’ottavo posto con 414 conclusioni tentate, mentre il numero di goal fatti li pone al secondo posto con 84 reti segnate. Il calcolo è presto fatto: la Juventus ha bisogno di circa cinque occasioni (4,92) per trovare la via della rete mentre al Napoli, per fare un esempio, ne servono oltre sette (7,09). Quando si ha a disposizione un campione statistico così ampio è difficile parlare di un periodo di over-performance.

Per estro e creatività dei suoi attaccanti non si deve pensare soltanto al tiro da fuori o al dribbling, bensì anche alle combinazioni basate puramente sull’istinto dei giocatori. Prendiamo ad esempio le combinazioni tra Higuain e Dybala. I due giocatori sono perfettamente interscambiabili, trovandosi spesso il numero 9 argentino come facilitatore per le giocate del suo compagno di squadra, non a caso miglior marcatore stagionale tra i bianconeri. Lo dimostra la posizione tenuta ieri dal Pipita, quasi alle spalle di Dybala e, in generale, molto lontano dall’area di rigore. Questo ne ha certamente limitato il potenziale realizzativo personale, ma ha spesso agevolato la fase di costruzione della manovra bianconera.

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Giusto per fare un esempio. Il movimento di Dybala è dettato proprio dalla consapevolezza che Higuain è capace di servirlo in profondità come pochi centravanti riescono a fare. Un perfetto esempio di connessione ed intesa tra giocatori diversi di ruolo ma simili nel pensiero.

III. Tecnica e sacrificio

Sia che adotti il 4-2-3-1 sia che passi al 4-3-3, la ricerca di un equilibrio in campo passa per il sacrificio dei suoi interpreti più offensivi. La fase di non possesso bianconera vede infatti spesso la squadra schierata in un 4-4-2 o 4-5-1 per chiudere gli spazi e compattare la linea di centrocampo e difesa. Un lavoro richiesto soprattutto agli esterni d’attacco.

Appena arrivato in bianconero, Federico Bernardeschi era un giocatore sostanzialmente anarchico tatticamente, ma dai mezzi tecnici straordinari. Nel corso della sua carriera ha ricoperto praticamente tutte le posizioni nella metàcampo offensiva e non. Seconda punta, trequartista, esterno sinistro, laterale in un centrocampo a cinque: a Firenze la guida della squadra era certamente sua. Nel nuovo contesto, il numero 33 si è dovuto misurare con una nuova realtà in cui il successo della squadra non passava necessariamente dai suoi piedi: adesso era lui a dover diventare importante per il sistema, non il contrario.

L’apprendistato lungo una stagione ha però dato i suoi frutti. Nei pochi minuti accumulati in stagione (soltanto 826, complice però un infortunio nel suo miglior momento di forma) il talento italiano ha collezionato 4 reti e sei assist, rimuovendo parzialmente la parte barocca del suo gioco per diventare essenziale e, soprattutto, decisivo. La partita contro la Roma ha dimostrato la sua crescita anche dal punto di vista difensivo. Costretto a fronteggiare le discese di Kolarov, vero e proprio fulcro della manovra giallorossa, Bernardeschi ha sempre offerto il suo supporto a De Sciglio, raddoppiando l’esterno serbo e limitandone dunque l’influenza. in fase di costruzione la precisione dei suoi passaggi non è ancora tornata ai livelli pre-infortunio (76,2 % ieri sera, 85% circa nel suo miglior momento di forma), sintomo di una condizione fisica ancora da migliorare.

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Buona scelta di tempo nell’intercettare il passaggio di Nainggolan, la sua tecnica per tenere il pallone in campo e per servire Higuain con i tempi giusti: solo una miracolosa chiusura di De Rossi impedisce a Bernardeschi di fornire l’ennesimo assist.

L’inserimento di Bernradeschi è solo l’ultimo esempio dell’efficacia della gestione Allegri, ormai vero e proprio tratto caratteristico del tecnico.

IV. L’importanza dell’esperienza

I senatori bianconeri festeggiano l'ennesimo successo | numerosette.eu
Barzagli, Marchisio e Lichtsteiner alzano la quarta Coppa Italia consecutiva

La Juventus può vantare la seconda età media più alta della Serie A, superata soltanto dal Chievo Verona (29,1). Inutile dirlo, il dato è influenzato dalla presenza in rosa di Barzagli e Buffon, anche se per entrambi sembra difficile parlare di pensionamento viste le prestazioni offerte sul campo.

Dopo un periodo di appannamento, culminato con l’autogoal a San Siro, nel match dell’Olimpico Barzagli ha limitato efficacemente gli attaccanti avversari, riuscendo a tenere il passo anche di Cengiz Under, l’uomo più in forma tra i giallorossi. Deputato alla guida della linea difensiva, in coppia con Rugani ha mostrato una solidità sconosciuta nelel precedenti apparizioni. A fine partita è lui il secondo bianconero per passaggi riusciti dopo Miralem Pjanic, complice il lungo possesso palla esercitato dalla Juventus nel secondo tempo (82 passaggi completati). Il difensore bianconero non cerca sempre il contrasto, esponendosi al dribbling, ma riesce ad influenzare il suo diretto avversario anche solo grazie alla posizione del suo corpo, portandolo verso l’esterno quando serve o verso il raddoppio del proprio compagno di squadra. I contrasti riusciti a fine partita saranno 3, con una percentuale di successo del 75%.

L’importanza di elementi come Barzagli, Lichtsteiner, Marchisio, Chiellini è testimoniata anche dalle parole dei loro compagni di squadra. Subito dopo la vittoria della Coppa Italia, Benatia si è affrettato a riconoscere la mentalità vincente del gruppo, sostenendo come anche i nuovi arrivati si sentano coinvolti in questo circolo virtuoso. Gestire al meglio l’abbandono di diversi elementi nello spogliatoio sarà fondamentale per la Juventus del futuro.

V. L’uomo giusto al momento giusto

Douglas Costa e il suo impatto con la Juventus | numerosett.eu

Inutile girarci intorno: il premio di MVP della stagione bianconera è questione tra Paulo Dybala e Douglas Costa. Se però il primo ha attraversato un’annata caratterizzata da alti e bassi, l’ascesa dell’esterno brasiliano è stata più regolare ed è stato proprio lui a trascinare i bianconeri in un finale di stagione molto complicato.

Per lui valgono ovviamente le parole spese per l’inserimento di Bernardeschi (soprattutto la sua catechizzazione dal punto di vista tattico) ma il suo impatto sulle partite e, in generale, sul campionato italiano è stato impressionante. Dopo Felipe Anderson (che ha però giocato poco più di 1000 minuti in stagione e dunque può vantare un campione statistico minore), l’esterno bianconero ha completato il maggior numero di dribbling a partita (3,4), portando una velocità sconosciuta per i ritmi della Serie A. Sul primo controllo riesce spesso a bruciare il terzino avversario , come dimostra questo spezzone del match contro il Bologna, creando immediatamente superiorità numerica. A differenza di Dybala, che dopo l’iniziale scatto non riesce spesso in allungo a tenere lo stesso ritmo, la sua frequenza di passo gli permette di essere sostanzialmente imprendibile per le difese avversarie. La transizione offensiva della Juventus ne ha senza dubbio giovato: per informazioni chiedere all’Atalanta, letteralmente spaccata da una sua ripartenza palla al piede.

Con dodici assist (secondo dietro un altro laziale, Luis Alberto) Douglas Costa ha messo in mostra l’altra arma del suo arsenale: il cross. Strumento generalmente poco utilizzato dalla Juventus (9° in classifica per numero di cross utili, 238), per il numero 11 diventano quasi dei passaggi corti vista la facilità di esecuzione. Non si tratta mai di palle lunghe banali o lente: i suoi cross mettono sempre in difficoltà gli avversari essendo molto tagliati e posizionati tra difensore e portiere, indifferentemente dal punto di provenienza (lato destro o sinistro).

Per lui Allegri ha cucito il ruolo del super sostituto, visto che con le difese stanche riesce a sfruttare ancor di più le sue qualità. Quel che è certo è che, nel momento decisivo della stagione. il brasiliano non si è certamente sottratto dalle sue responsabilità ed ha guidato la Juventus verso il settimo scudetto consecutivo.

VI. Cambio di ritmo

La partita contro la Roma ha ribadito due importanti costanti tattiche della stagione bianconera. La prima, caratteristica soprattutto del primo tempo, è la difficoltà nella gestione del pallone quando il ritmo è basso. Entrata in campo con sufficienza, i primi 30-35 minuti sono stati caratterizzati da una serie di errori tecnici inusuali da parte dei giocatori bianconeri, con Pjanic assoluto protagonista (in negativo).

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Nell’azione presa in considerazione, la pressione efficace di Nainggolan (ed in generale l’atteggiamento della Roma a pressare in avanti,senza lasciare campo abbassandosi) porta il bosniaco a commettere un errore da matita rossa: solo un errore del numero 4 giallorosso impedisce alla Juventus di subire la rete dello svantaggio.

Le statistiche del primo tempo parlano chiaro: la Roma ha avuto più possesso palla (56%), ha vinto più contrasti e duelli aerei, è stata più precisa nei passaggi ed ha concluso più volte verso la porta (7 tentativi contro i 3 dei bianconeri). La presenza di Matuidi, bravo in pressione ma un po’ meno quando si parla di gestire il pallone, ha consegnato il centrocampo nelle mani dei giallorossi, obbligando la Juventus ad abbassarsi troppo.

La ‘Halma prima della tempesta

Il secondo tempo, come spesso accade, è iniziato su ben altri ritmi. Alla Juventus sono infatti bastati venti minuti di buon livello per ottenere la superiorità numerica e procurarsi diverse occasioni potenzialmente pericolose. La partita è poi proseguita su ritmi blandi più per volontà della Juventus, impegnata ad ottenere il punto necessario per l’aritmetica certezza senza forzare più di tanto. La gestione del ritmo è un mantra ripetuto spesso da Allegri: difficilmente la Juve riesce a tenere la stessa intensità nell’arco dei novanta minuti, ma spesso quello che potrebbe essere un limite rappresenta un punto di forza, potendo scegliere e proprio piacimento i momenti in cui alzare il ritmo e travolgere dunque l’avversario. Il che è spesso coinciso con l’ingresso in campo di Douglas Costa.

Dal punto di vista statistico, i bianconeri sono primi per reti realizzate nel secondo tempo (49), sette in più del Napoli: in un campionato così equilibrato, questo elemento potrebbe aver fatto la differenza nei confronti di una squadra abituata sempre a girare al massimo e che però, negli ultimi mesi, ha perso lucidità e brillantezza.

VII. Vincere

L’ultimo comandamento non può che essere questo. Di frasi sulla vittoria se ne sentono tutti i giorni. Dal banale “vincere aiuta a vincere” allo stesso motto della società bianconera (“Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”). Risulta ormai difficile scindere il concetto di Juventus da quello di una ricerca ossessiva del successo. Quattro Coppe italia consecutive (record), sette scudetti (record), miglior difesa del campionato: agli avversari, negli ultimi quattro anni, non è rimasto davvero nulla da festeggiare. Avere la squadra più forte non è sempre sinonimo di vittoria, altrimenti i campionati si assegnerebbero direttamente a tavolino senza mai giocare. Nel mondo NBA si parla spesso di culture (famosa quella degli Spurs ): l’etica del lavoro influenza la storia del club e viceversa. In un ciclo capace di rinnovarsi incessantemente, la Juventus è riuscita comunque a dare continuità e a migliorarsi di anno in anno. Un cannibalismo programmato di cui ancora non si intravede la fine.

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