Sarebbe Potuto Essere

Ce l’avevo già lì, pronto, era tutto fatto. Guardavo il derby di Manchester e l’articolo si scriveva da solo, non c’era neanche bisogno di cercare spunti qua e là, era stesso la partita a darmene srotolando il suo copione regolare, in cui tutto procedeva come previsto. Sarebbe toccato poi a me spargere qualche numero di una stagione incredibile ed esaltare l’ennesimo trionfo del guardiolismo.

Sarebbe potuta essere la giornata del titolo conquistato con sei partite d’anticipo per il City; ci sarebbe potuta essere la doppia soddisfazione di festeggiare davanti ai propri rivali; ci sarebbe potuta essere la spinta per affrontare un proibitivo ritorno di Champions. E invece no. Perché anche il copione più regolare di tutti può diventare illeggibile se ci si versa sopra troppo inchiostro. Allora, poi, tocca improvvisare.

Prologo

I derby non sono mai partite normali, questo lo si dice sempre. Per superare la retorica, però, bisogna far sì che sia realmente così, ponendo le basi per uno spettacolo non ordinario. È evidente che, se c’è di mezzo José Mourinho, la via più facile per animare una partita prima che inizi sia percorrere la strada della polemica, degli sgambetti o staffilate verbali all’avversario. Stranamente, però, prima di Manchester City – Manchester United, il Portoghese se n’è stato buono buono nella sua insolita veste di pompiere, mentre il pantagruelico procuratore Mino Raiola e Pep Guardiola si armavano di secchi capienti di benzina da gettare sul fuoco.

Nei giorni scorsi, infatti, l’italo-olandese aveva dato – con un aplomb non molto british – del “cane” all’allenatore catalano che, com’era prevedibile che fosse, non ha preso propriamente bene la cosa. La risposta arriva puntuale e coinvolge anche Paul Pogba: Guardiola dice che proprio Raiola a gennaio gli aveva offerto il centrocampista francese, ricevendo picche. Smentite e controsmentite, ma il tasso adrenalinico è evidentemente salito.

 

Atto primo: ingresso in scena

Dopo polemiche e dichiarazioni al vetriolo alla fine, comunque, bisogna scendere in campo. Il City dalla sua ha i numeri di una stagione – almeno per quanto riguarda la Premier – quasi perfetta e Guardiola, in parte costretto dalle condizioni fisiche di Aguero, porta all’estremo il suo sistema di gioco presentandosi con Sterling falso nueve. Il piano partita del Manchester City è chiaro e non sorprende: avere le migliori spaziature possibili in attacco e sfruttare la rapidità dei suoi uomini negli inserimenti. Fernandinho in cabina di regia va a pescare le continue incursioni senza palla di Silva e Gundogan; i due centrocampisti sfruttano lo spazio creato da Sané e Bernardo Silva che vengono continuamente incontro all’interno del campo per portare via l’uomo e creare corridoi ai compagni.

L'ala viene al centro per fare spazio e il centrocampista s'inserisce: l'abc del Manchester City | numerosette.eu
Il presunto mani di Young nasce da una situazione come quella appena descritta

Lo United, da parte sua, si fa trovare assolutamente preparato. Se affronti una squadra di Guardiola il primo problema che devi porti è come fronteggiare il possesso palla avversario e gli uomini di Mou lo fanno disponendosi con una corposa linea di centrocampo a cinque uomini. Solo Lukaku rimane più avanzato, al contrario di Herrera che si tiene due metri più dietro rispetto a Matic e Pogba, potendo così andare a raddoppiare sulle tante situazioni di uno contro uno create dagli uomini di Guardiola. Sono i Citizens a fare la partita, ma i Red Devils tengono fieramente botta.

Atto secondo: intermezzo lirico

La difesa dello United, salvo qualche apprensione – il mani in area di Ashley Young è uno dei tanti episodi contestabili ad Atkinson – pare reggere. Al 25′, però, il destino sembra presentare il conto. Su un calcio d’angolo per il City Kompany salta con più decisione di Smalling ed è 1-0. Come nel 2012. È una storia perfetta, di quelle che si prendono la copertina dei giornali: a essere decisivo è il giocatore più rappresentativo di questo ciclo dei Citizens, il capitano, di certo non l’uomo con più talento in squadra. L’esultanza è rabbiosa, imponente quasi; dà l’altra faccia di un Manchester City tutto tecnica e rapidità.

Lo United accusa il colpo in maniera evidente e dopo 6 minuti subisce il raddoppio. Di occasioni ce ne sarebbero a bizzeffe ma Sterling è impreciso sotto porta. Ci siamo. È l’epilogo più logico di un percorso lineare, senza intoppi. Apro il computer, inizio a buttare giù due note. Sul proscenio c’è l’esibizione chiara di tutta la forza di questo City, l’esaltazione delle sue caratteristiche e la sua abilità nel mascherare i propri difetti; il livello del calcio espresso è a tratti lirico. Inevitabilmente, per la nostra tendenza a far rientrare tutto in macrocategorie, con una continua reductio ad unum, questa partita rappresenta semplicemente Guardiola che batte Mourinho. Sono due idee per certi versi opposte di calcio che si contrappongono e, in questo momento, la prima sembra imbattibile. Sì, certo, c’è il secondo tempo, ma – penso io – come fanno a perdere questi se giocano come oggi?

Atto terzo: deus ex machina

Sbagliamo noi. Siamo noi i colpevoli. Quando crediamo di poter prevedere cosa accadrà, quando tentiamo di anticipare le mosse di ciò a cui assistiamo, siamo noi a metterci nella condizione di fallire. Non è esistenzialismo spicciolo, si tratta solo di esperienza e buon senso, che forse un po’ tutti avevamo messo da parte. Intanto si rientra in campo e, allora, poso il pc su un tavolino, basso e quadrato, poco avanti rispetto al divano. Lo metto vicino a un libro che, per preparare un esame, ho riempito di sottolineature e appunti fino a poco prima della partita: si chiama “Storia del teatro greco”. Mi succede quello che a volte capita quando, poco prima degli esami, iniziamo a ripetere i concetti fondamentali anche mentre facciamo altro: la mia mente va da sola e rielabora quello che vede in televisione tramite quello che ha letto precedentemente nel libro.

E così mi ricordo che nel quinto capitolo, quello su Euripide, c’è scritto che le sue ultime tragedie sono quelle della tyche. Si tratta di drammi dalla trama molto complessa con continui colpi di scena che si risolvono solo alla fine. Passano otto minuti: 2-1. Colpo di scena, ma lieve. Ne passano altri due: pareggio. Ora il colpo di scena è più grosso. Inizio a cancellare i miei appunti sul computer. Lo sapevo, dovrò rifare tutto da capo.

In Inghilterra – dove pure di teatro se ne intendono – quando succedono cose di questo tipo non parlano di tyche ma di plot twist. Sta di fatto, però, che sempre all’interno del libro che ora inizio a sfogliare nervosamente, c’è scritto che quando la situazione di quel tipo di tragedia aveva raggiunto un punto morto, apparentemente senza sbocchi, la matassa veniva sbrogliata da un deus ex machina, cioè un personaggio divino calato dall’alto tramite una particolare struttura – la mechané appunto – per risolvere il dramma con i suoi prodigi. Non so quante divinità greche girino per Manchester, probabilmente poche, ma per l’occasione basta un ragazzo francese mezzo figlio d’Africa che quest’anno – anche giustamente – se ne è sentite dire di tutti i colori. È il Paul Pogba forse proposto da Raiola a Guardiola che, con una prestazione tecnicamente dominante e caratterialmente coinvolgente, ribalta la partita nel secondo tempo.

Il destino ha tante virtù, ma pecca incredibilmente di moderazione. Così, dopo aver deciso di rovinare la festa al Manchester City, ci si mette d’impegno per rincarare la dose e trasforma Smalling da vittima a carnefice, con la corposa complicità dei difensori dei Citizens che lo lasciano completamente solo. È 2-3 United, il computer l’ho messo definitivamente via. Guardiola allora cambia, inserisce frettolosamente De Bruyne, Gabriel Jesus e Aguero, ma non basta. Alla fine il destino va dove vuole lui.

Epilogo

Alla fine è tutto nell’abbraccio tra Guardiola e Pogba, riassunto perfetto di una partita che ha visto prima l’esaltazione di un sistema di gioco costruito a immagine e somiglianza del suo allenatore e poi l’imposizione di un campione che forse ancora non ha capito cosa vuol dire esserlo.

Il City esce di scena malconcio e con il morale probabilmente a pezzi, se si aggiunge anche la disfatta in Champions. Lo United sa di aver evitato lo smacco e di aver tenuto lontane Liverpool e Tottenham. La lezione che ci dà questa partita, però, è filosofica.

La filosofia classica ci ha consegnato graniticamente due categorie: l’Essere e il Non Essere. Quello che è e non può non essere e quello che non è e non può essere. A Manchester, però, le abbiamo viste declinate entrambe all’interno della stessa partita, una per un tempo, una per un altro. Era il match del trionfo del City, ma poi non lo è stato. Era la vittoria di Guardiola su Mourinho, che poi non c’è stata. Era l’ennesimo flop di Pogba, poi smentito. Era un City imbattibile in campionato, poi non rivelatosi tale. In mezzo, le possibilità che solo il destino conosce.

La filosofia classica ha due categorie: l’Essere e il Non Essere. Il football, a Manchester, ne ha aggiunta una terza: il Sarebbe Potuto Essere.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *