Recap #3

La Lazio ha perso con il Genoa, si è definitivamente staccata dalla lotta scudetto ed è sembrata sorprendentemente immatura nello staccare Inter e Roma, rimanendo immischiata nella lotta per raggiungere la Champions League; il Las Palmas ha battuto il Malaga, lasciandolo in fondo da solo e sperando in una strana salvezza; il Watford del nuovo Deulofeu ha stramazzato il Chelsea di un Conte sempre più distante dalla vetta e dalla panchina dei Blues.

I tre maggiori campionati si sono mediamente disputati per il 60% e, considerando anche Bundesliga e Ligue 1, c’è un dato allarmante: tranne in Italia, in Europa i giochi per la vittoria finale si sono già consumati.

Nella parte finale ci interrogheremo proprio su questo argomento, mentre in quella iniziale affronteremo alcune questioni particolari, quelle di cui ci è piaciuto maggiormente trattare nel nostro recap, giunto al terzo appuntamento.

Recap

Prima un po’ di musica, dedicata a tutti coloro che di fronte a un non-necessariamente-avversario (qualsiasi esso sia, in qualsiasi ambito) ha pensato: non gioco più, me ne vado.

I meriti di Oddo

a cura di Francesco Saverio Simonetti

Come si spiega il ribaltone dell’Udinese?

Sono restio a esaltare le doti esclusivamente di un singolo, soprattutto quando si tratta di lodare principalmente il tecnico: in campo ci vanno i calciatori con le loro qualità animistiche – direbbe Guardiola – e dei concetti da vitalizzare. Credo, tuttavia, che sia difficile non imputare buona parte dei meriti a Massimo Oddo. Poco prima del suo arrivo ci chiedevamo che fine avesse fatto l’Udinese che all’epoca navigava in acque noiose; oggi è in piena lotta per il sesto posto e da quando è arrivato Oddo ha un cammino inferiore solo a Juventus e Napoli. I numeri certificano, però, sostanzialmente un fatto: i meriti di Oddo. Di solito i tecnici quando subentrano tendono a non cambiare l’assetto tattico, per lavorare gradualmente su alcuni concetti: li chiamano normalizzatori. Oddo, invece, dal giorno uno ha detto si fa così. A stupire, poi, è proprio il fare: tutti si aspettavano un’impostazione di gioco incentrata sul possesso iterato, che lo ha condotto sia alla promozione sia alla fatale stagione in A con il Pescara. E invece no. Oddo si è adattato ai suoi uomini e ha disegnato una squadra iper-verticale, con Lasagna che partecipa poco alla fase difensiva, ma è subito pronto a ripartire in contropiede, sfruttando le sue doti di corridore, e agevolando anche quelle di Barak e Jankto che si muovono in base ai suoi movimenti, che si alternano sull’ampiezza e la profondità: la qualità di De Paul permette di concretizzare la manovra.

La bravura di Oddo, quindi, è stata quella di capire il contesto tecnico in cui si inseriva, segno di maturità incrementata. Poi, mi piace pensare che abbia avuto un impatto emotivo non indifferente: qualità verbale nello spiegare i suoi concetti, accompagnata da un’empatia verso alcuni calciatori nel dargli quello che tutti gli atleti vogliono ricevere: la fiducia e la consapevolezza di essere il giocatore migliore che ci possa essere per il tecnico e la squadra.

Se così fosse, ci troviamo di fronte a un tecnico dal radioso avvenire.

Ne approfittiamo anche noi: ¡Buena suerte, Clarence!

I panni di Jesse

a cura di Paolo “Paul” De Angelis

Jesse Lingard è l’arma in più di questo Manchester United: riuscirà a vincere la spietata concorrenza e a coesistere con un Alexis Sanchez affamato di gloria?

Premessa: Lingard sa fare tutto.

Mourinho se n’è accorto e, anche per questo, lo schiera sempre sulla trequarti, alle spalle di Lukaku. Un trequartista moderno, anarchico tatticamente, il perfetto anello di congiunzione tra la mediana e l’attacco.
Quel che lo avvantaggia nella concorrenza è la capacità di indossare più abiti nella singola partita: sa vestirsi da esterno, per creare superiorità numerica e convergere verso il centro. Si veste anche da regista offensivo, con generosità si abbassa nella linea dei due centrocampisti per aprire il gioco e sfruttarne l’ampiezza.
Non a caso possiede l’average più alto di tutta la squadra quanto a km percorsi nei 90 minuti, ben 16. E una media di 87 scatti a partita, più di Dele Alli, per citarne uno.
Come se non bastasse, ha aggiunto al suo repertorio una vena realizzativa pulsante e costante: 12 gol in stagione sono un biglietto da visita più che sufficiente.
Insomma, Lingard fa tutto e anche bene. Anarchico come il Dybala di inizio stagione, dovrà fronteggiare un altro che di anarchia e protagonismo ne sa qualcosa: Alexis Sanchez.
Se riusciranno a coesistere? Solo un grande allenatore come Mou riuscirà a trovare la risposta, la chiave. Di certo, se si muovono armoniosamente, daranno sempre meno punti di riferimento.

Conclusione: l’unico pericolo per Lingard sarà la conferma. Per ora ha stupito.

Jesse&Marcus, uno dei due in campo giocherà irrimediabilmente meno. In pista sempre presenti.

Crisi Galattica

a cura di Angelo Mattinò

Quanto manca il miglior Cristiano Ronaldo a questo Real? E se fosse il contrario?

Quando una squadra come il Real Madrid disputa la peggiore stagione degli ultimi dieci anni, i problemi alla base di questo andamento negativo sono sempre una somma di vari fattori, fino a sfociare in qualcosa di più profondo. La squadra quest’anno sembra non divertirsi, produce una mole di gioco nettamente inferiore ai suoi standard, ed è molto nervosa. Cristiano Ronaldo, inoltre, sta affrontando la sua peggiore annata, almeno da quando è alla Casablanca. Il livello di interdipendenza tra il portoghese e le prestazioni dell’equipo di Zidane, è un aspetto fondamentale per analizzare la crisi madridista. La sua presenza, ma soprattutto la sua incidenza nelle partite, ha fatto sì che in questi anni tutto il progetto tecnico venisse costruito attorno alla sua figura. I partner d’attacco si sono sempre adattati al suo modo di giocare, al suo modo di occupare lo spazio, con la consapevolezza che tutti i compagni ne avrebbero tratto un vantaggio tecnico. Sebbene la sua media gol nella Liga sia progressivamente peggiorata dal campionato 2014/2015, è in questa stagione che si è avvertito un primo sensibile calo nel suo rendimento, non soltanto nei numeri, ma anche in quello strapotere fisico che lo ha sempre contraddistinto. Se Zidane avrà il carisma di ridisegnare il suo ruolo in campo, magari facendolo agire nuovamente da prima punta – da un mese è tornata la BBC –  senza la necessità di dover coprire troppo campo, penso che si potrebbero risolvere molti dei problemi tattici della squadra. Condizione della quale beneficerebbe anche lui, sia in termini di prolificità, che in termini di longevità di carriera ad ottimi livelli.

FINALLLLLL @pazzini pone el empate a 2 ante el @realmadrid #LevanteRealMadrid

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Locura en el Bernabéu

Sarà politico

a cura di Angelo Mattinò

Piquè è stato protagonista di numerosi endorsment pro Catalogna negli ultimi mesi, in virtù di questioni politiche ben note. Il suo fervore catalano è un handicap o un punto di forza in questa ultima parte di carriera?

Gerard Piquè è stato uno dei migliori difensori di questa generazione, eppure verrà ricordato ai più per le sue antipatie e le uscite poco equilibrate fuori dal campo. Nell’era Guardiola si è contraddistinto per essere il primo degli anti-madridisti, venendo eletto a icona catalana dal tifo blaugrana. Le sue prestazioni sul campo però, facevano passare in secondo piano questo suo lato belligerante del carattere, soprattutto perché Piquè ha rappresentato la Spagna ai Mondiali vinti in Sud Africa. Negli ultimi tempi, con lo sviluppo della questione diplomatica della Catalogna, Piquè sembra aver varcato un confine che ha poco a che fare con una semplice rivalità con i suoi detrattori. Parla poco di calcio, e molto di politica. Le sue conferenze stampa pre-clasico appaiono sempre più come un manifesto indipendentista, istigando la tifoseria madridista, fino a scaldare gli animi in campo oltre il dovuto. Nelle recenti apparizioni con la Nazionale spagnola è stato sonoramente fischiato da buona parte del pubblico. Domenica scorsa nel derby contro l’Espanyol ha raggiunto l’apice, definendo i rivali cittadini di Cornellà e non di Barcelona, anche in questo caso creando un clima di guerriglia durante la partita con avversari e spettatori. Non mi stupirei un suo futuro approdo in politica viste le circostanze, ma sarebbe davvero un peccato se Piquè lasciasse questo come ultimo suo ricordo agli appassionati, offuscando oltre dieci anni di gloriosa carriera, da difensore elegante e straordinariamente vincente quale è stato.

Piqué protagonista del nostro recap internazionale | numerosette.eu

Il brutto anatroccolo ritorna cigno

a cura di Corrado Tesauro

Dopo questo gennaio lo Swansea è fuori pericolo?

Erano ben più che torbide le acque della Three Cliffs Bay. La seconda esperienza da primo allenatore di Paul Clement, infatti, non aveva di certo preso la piega giusta e gli Swans iniziavano sul serio a vedere lo spettro della Championship. Cessioni mal rimpiazzate, quelle di Sigurdsson e Llorente su tutti, e un gioco lacunoso avevano condannato la squadra a un ultimo posto in classifica abbastanza drammatico. L’esonero del tecnico britannico non poteva più essere posticipato. Al suo posto il più esperto Carlos Carvalhal, tanta esperienza in patria e in Turchia, per raddrizzare la barca prima che sia troppo tardi. E in effetti così è stato. Strenght in numbers dicono gli americani, e qui i numeri danno un quadro chiaro del miglioramento: dai 13 punti nei 4 mesi d’inizio stagione agli 11 in poco più di un mese di gestione Carvalhal, con in mezzo le vittorie con Arsenal e Liverpool e il successo esterno contro il Watford. Proprio fuori casa l’inversione di rotta è arrivata più decisa, considerando che in precedenza i Cigni, lontano dalle mura amiche, avevano collezionato solo sconfitte, alcune delle quali (vedere lo schiaffo preso ad Anfield) molto dolorose. È presto per tirare su le vele e smettere di remare, ma con il pareggio col Leicester lo Swansea è uscito dalla zona retrocessione. Intanto si aspettano i nuovi arrivati: Andy King dal Leicester e André Ayew per sostituire l’infortunato Bony. Sembra proprio che i venti dell’Atlantico, passando per il Portogallo, finalmente facciano bene al volo dei cigni.

Lo Swansea di Carvlhal nel nostro recap internazionale | numerosette.eu

Una rondine non fa primavera

a cura di Francesco Lorenzo Antonino

Di Francesco nell’ultima partita contro l’Hellas Verona ha proposto il 4-2-3-1 con Nainggolan alle spalle di Dzeko, come lo adoperava Spalletti. I problemi prolifici della Roma possono risolversi così?

Partiamo da un dato di fatto: la Roma ha il decimo attacco del campionato con 33 reti fatte, a pari merito con Torino e Fiorentina. Edin Dzeko ha segnato 10 reti, mentre allo stesso punto nella scorsa stagione ne aveva già segnate 18, pur svolgendo lo stesso lavoro di raccordo tra i reparti. Riduttivo pensare all’assenza di Salah come unico fattore decisivo. Con l’ultima vittoria risalente al 16 dicembre contro il Cagliari, Di Francesco è stato obbligato a cambiare qualcosa nel suo 4-3-3 iniziale. Il risultato è stato un primo tempo discreto, in cui la Roma è riuscita a imporre il proprio ritmo forte anche del prematuro vantaggio siglato dal primo goal italiano di Ünder. Sono stati 9 i tiri dei giallorossi nei primi 45 minuti: un dato in crescita rispetto alla recente striscia di risultati negativi: sei partite in cui, considerando solo il primo tempo, la media tiri era stata di 6.3. Il problema, sin da inizio anno è la finalizzazione degli stessi: Dzeko ha bisogno di molte più occasioni per segnare rispetto all’anno scorso. In generale, la squadra sembra accusare lo scarso momento di forma della sua catena di sinistra composta da Kolarov e Perotti.

Parametrizzata, però, alla forza dell’avversario, la prestazione non è apparsa sufficiente. Il secondo tempo ha visto la Roma abbassare vistosamente il proprio baricentro a causa dell’espulsione di Pellegrini e solo la mancanza di qualità del Verona le ha impedito di subire reali pericoli. L’assenza di Nainggolan per squalifica gli impedirà di riproporre subito il 4-2-3-1, mentre il goal di Ünder, per quanto casuale ed estemporaneo, potrebbe testimoniare un ritorno al gioco con gli esterni a piedi invertiti capaci di rientrare verso la porta. Vedremo se le sue dichiarazioni di orgoglio a fine partita verso l’originale sistema di gioco saranno confermate in un match sulla carta agevole contro il Benevento, e se, a partire da quella successiva, le idee convergeranno nuovamente: Nainggolan alle spalle di Dzeko, con gli esterni a piedi invertiti.

Lega Europea

Nei cinque maggiori campionati europei i giochi per la vittoria finali sono ormai fatti, tranne che in Italia. Si è parlato spesso di una Lega Europea: siete favorevoli o contrari? Sarebbe la strada per riequilibrare il calcio?

Francesco L.: In un certo senso dobbiamo ringraziare il Napoli, altrimenti anche la Serie A sarebbe archiviata. Oppure il contrario, la Juventus. Il modello NBA sarebbe l’aspirazione ideale, ma non è previsto un sistema di retrocessioni e promozioni (per informazioni chiedere a Seattle): di certo ruberei all’organizzazione americana il Salary Cap, molto più utile rispetto al Fair Play Finanziario. In generale, la tradizione dei campionati nazionali mi sembra troppo radicata per giungere a una Super Lega in tempi brevi. Lavorando di immaginazione, dividerei la stagione in due parti: la prima dedicata ai tornei nazionali (con numero di squadre ridotte ovviamente) che garantirebbero l’accesso alla Super Lega per le prime classificate d’Europa e ad una sorta di Europa League per le altre tre squadre, da giocare entrambe con il formato campionato e non con la formula andata-ritorno. Ora poso il fiasco a vado a letto.

Corrado: Totò la chiamava ‘a livella. Era la morte, che mette tutti sullo stesso piano, in equilibrio. Nel calcio europeo una livella la si può immaginare con la morte dei campionati come li conosciamo, per far spazio a una lega europea dall’equilibrio ritrovato. Ma ci sono modelli per questa ipotesi? Uno, sicuramente, può essere l’NBA. Salary Cap e un numero fisso di franchigie, ognuna delle quali associata a una squadra della lega di sviluppo, che in questo caso verrebbe sostituita dai campionati nazionali. Ma se in America la G-League non viene seguita praticamente da nessuno con partite in palazzetti semideserti, una struttura del genere può essere accettabile in un contesto in cui anche le realtà più piccole godono di un grande seguito, quantomeno a livello locale? Per ora non c’è risposta a questi dubbi, ma alla fine ci sarà lei: ‘a livella.

Angelo: Fino a qualche tempo fa ritenevo che questa soluzione, proposta da alcuni esponenti dei grandi club europei, fosse troppo elitaria da applicare ai fini di questo sport, da sempre generati da una matrice essenzialmente popolare. Le ultime due finestre di mercato e l’andamento dei campionati mi hanno fatto ricredere: il gap tra le grandi d’Europa e il resto – anche le squadre che rappresentano la fascia medio-alta – è aumentato visibilmente, riducendo di gran lunga lo spettacolo e la competitività. La costruzione di una Lega Europea è ora un’esigenza per rientrare in parametri equilibrati di godibilità del gioco. Resta da ragionare sulle modalità con cui farvi accedere le squadre, presumibilmente dettate dal tipo di fatturato. Il nodo da sciogliere è fare in modo che i tornei nazionali vengano penalizzati il meno possibile, concedendo ad esempio alla squadra vincitrice del rispettivo campionato nazionale di accedere alla Lega Europea, attraverso un sistema di retrocessioni e promozioni che renda il sistema più dinamico.

Paul: Devo essere sincero, non saprei come rispondere. Potrei buttarla sull’ironia dicendo che mi sembra una rivisitazione non-virtuale della Master League su Pes.
Oppure buttarla sul populismo, giudicando questa Lega come una manifestazione elitaria e imprenditoriale che spazzerebbe via quelle residue briciole di romanticismo: certo, bisogna ammettere che il distacco tecnico ed economico in alcuni campionati è pressoché imbarazzante. E, logicamente, la competitività potrebbe trarne pieno e totale giovamento.
Come avvocato delle cause perse e delle favole sportive, però, mi oppongo a questa opzione.
Che poi il mio parere è riduttivo: io sto ancora aspettando che il Leeds salga in Premier League…

Francesco S.: Il calcio è lo sport più popolare del mondo e bisogna mantenerlo tale. La concezione di popolare non riguarda solo il concetto di essere alla portata di tutti, ma significa anche offrire uno spettacolo gradevole. In entrambe vedo una netta scollatura dettata da fattori già accennati sopra. Secondo me la Nations League, in questo senso, è un esperimento interessante: offre la possibilità a tutte le Nazionale di ottenere un traguardo altrimenti irraggiungibile (livello medio-basso) e consente al pubblico di fruire di match equilibrati su tutti i livelli e potenzialmente spettacolari (livello medio-alto). Credo che la strada che la UEFA debba percorrere sia questa anche per i club: creare due competizioni, una nazionale e una sovranazionale, con relative promozioni-retrocessioni, in cui tutti i club abbiano l’opportunità di esprimersi sia contro squadre più forti/deboli (livello nazionale) sia contro squadre dello stesso livello (livello sovranazionale) innescando a pioggia altri meccanismi. L’obiettivo dovrà essere sostanzialmente uno: garantire a tutti la possibilità di poter competere per raggiungere un traguardo importante. Occorrono molte cose per far sì che questo avvenga, ad esempio: una riduzione drastica del numero dei club professionistici (in Europa è un problema principalmente italiano) e una politica europea che consenta ai tifosi di spostarsi a prezzi accessibili.

Il discorso è infinitamente lungo, forse non possediamo le dovute competenze, ma non escludiamo la possibilità di trattarlo in sede differente…

 

 

 

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