Il solito finale

Raptors sconfitti in partenza

Nel famoso libro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, ambientato nell’Alabama razzista degli anni ‘30, Atticus Finch è l’avvocato di un ragazzo di colore che è stato accusato di violenza carnale nei confronti di una donna bianca. Si tratta di un processo già deciso in partenza: è la parola di un bianco contro quella di un nero in uno stato che discrimina gli afroamericani, non c’è storia. In un frangente tra i più toccanti dell’opera, la figlia Scout chiede ad Atticus qual è il motivo per il quale vuole lavorare per una causa già persa ancor prima di cominciare. La risposta del padre è sorprendente:

“Non è una buona ragione non cercare di vincere solo perché si è sconfitti in partenza”.

La stessa frase è probabilmente stampata nella mente di ogni giocatore dei Raptors. I ragazzi di Casey da qualche anno sanno che, prima o poi, troveranno sulla propria strada in Post Season LeBron James e che si potrà lottare per la vittoria, ma essa non sarà mai un’opzione veramente realizzabile.
Strani paragoni a parte, ci troviamo, ancora una volta, a parlare dell’uscita dei Raptors a maggio per mano dei Cavs, dopo aver speso tanto inchiostro per elogiarli nel periodo tra ottobre ed aprile. La maledizione dei canadesi sembra impossibile da sconfiggere.

Dubbi

I Raptors però quest’anno avevano dato l’impressione di poter veramente piegare la loro narrativa in maniera differente.
Dopo aver disputato due ottime stagioni di Regular Season e aver visto sfumare le proprie possibilità nei PlayOff di fronte ai Cavaliers, quest’anno il GM Masai Ujiri e coach Casey avevano progettato una filosofia differente per la squadra. I problemi nei PlayOff infatti erano stati soprattutto il ritmo basso e lo spacing troppo ridotto, con le difese avversarie che si aggiustavano chiudendosi in prossimità del ferro, rendendo quindi difficilissima a DeRozan l’ipotesi di segnare i canestri che preferisce.
Così, l’allenatore di Indianapolis ha pensato di sviluppare il gioco da tre punti del suo All-Star e di inserire nelle rotazioni giocatori in grado di essere pericolosi dall’arco. In difesa invece, l’idea è stata quella di cambiare su tutti i blocchi, creando un sistema difensivo liquido, con pochi spazi e che ha fatto degli aiuti nei mismatch una delle sue armi più importanti. Un’evoluzione che ha portato ottimi risultati in Regular Season, con la prima posizione a Est conquistata in anticipo, e che faceva ben sperare, seppur tra alcuni dubbi, anche per il periodo primaverile.
I dubbi però hanno iniziato a concretizzarsi e a diventare ologrammi dell’ennesimo fallimento già dalla serie contro i Wizards, mentre si sono palesati nel gigantesco muro di mattoni contro il quale i Raptors si sono schiantati nelle semifinali di Conference.

Già in gara 3 contro gli Wizards si erano viste tutte le difficoltà poi palesatesi contro i Cavs.

Fallimento

Per avere qualche chance di mettere in difficoltà i peggiori Cavaliers da quando LeBron è tornato a casa, sarebbe bastato un sistema ordinato ed efficiente, come quello visto in stagione regolare. La squadra di Casey però ha fallito in ogni singolo aspetto che l’aveva portata ad evolversi qualche mese fa e ha subito uno sweep, il secondo inaspettato in questi PlayOff, dopo quello subito dai Blazers contro i Pelicans.
Non è neanche stato, come in molti hanno pensato, un problema di personalità di Lowry e DeRozan, che comunque storicamente hanno faticato nei PlayOff. Le loro percentuali dal campo infatti – 57% e 43% – non sono state estremamente negative e il numero di tiri presi era diminuito già in Regular Season. Il vero punto di difficoltà è stato quello della coerenza col proprio sistema di gioco: i Raptors, quando si sono trovati in difficoltà, hanno premuto il pulsante di emergenza tornando a giocare il basket che li fa sentire più a loro agio, ma che paradossalmente è il più deleterio per le sorti della franchigia.
E così, ad esempio, DeRozan non ha segnato nemmeno un canestro da tre punti, mentre la panchina non è più stata quella iniezione di energia che aveva rappresentato da novembre ad oggi, con Miles, VanVleet, Wright, Poeltl che hanno tirato peggio rispetto alla stagione regolare. La difesa invece è stata semplicemente disastrosa, passando da 115 di DefRtg in Regular Season a 121.5 contro i Cavs, con una completa assenza di comunicazione che ha riempito gli highlights di errori preoccupanti.

Basta vedere i primi quattro minuti dell’ultima gara della serie: George Hill in questo lasso di tempo riesce ad arrivare tre volte al ferro con un’autostrada davanti, e i giocatori in maglia rossa non sanno cosa fare né con chi prendersela. Poi vabbè, ovviamente davanti c’era un Bronzo di Riace in grado di migliorarsi sempre – 34 pts, 11 ast e 55% dal campo di media nelle quattro sfide – e di asfaltare mentalmente i propri avversari, però almeno provare a impensierirlo non sarebbe stato male.
Il colpo finale sulle ambizioni dei canadesi l’ha dato il 93.78 di pace, che ha eliminato la possibilità di essere maggiormente imprevedibili, contro una difesa non irresistibile come quella dei Cavs.

Sì, discorsi tecnici a parte, poi la statua sopracitata avrebbe anche segnato un canestro facile facile sulla sirena come questo.

E ora?

I Raptors sono per l’ennesima volta davanti a uno specchio, in cui devono cercare di capire i propri difetti e fare il massimo per aggirarli.
Il vero dramma sportivo è che Toronto sembra aver fatto davvero tutto per tentare di diventare una squadra migliore. Negli anni ha migliorato il quintetto titolare, rinforzato la panchina, aggiunto esperienza e infine ha anche cambiato principi di gioco per renderli più moderni e efficienti.
Eppure, il risultato è stato una bocciatura piuttosto netta. Cambiare roster è l’ipotesi più semplice, ma anche quella meno fattibile e più dispendiosa, soprattutto in termini di tempo. Lo spazio di manovra, per una squadra così distante dai centri più popolari della Lega, in free agency infatti è poco ampio, mentre con gli scambi sarebbe difficile modificare e migliorare qualcosa nel breve.
Valanciunas ad esempio verrebbe scambiato volentieri da Ujiri ma ha poco mercato viste le sue caratteristiche anacronistiche, DeRozan invece ha firmato da un paio d’anni un contratto robusto fino al 2021, mentre Ibaka e Lowry hanno rispettivamente 20 e 30 milioni garantiti per due anni. Insomma, una serie di situazioni che vincolano la dirigenza a queste individualità ancora per un po’.

Il grosso rischio ora è quello della sfiducia completa e del malumore dei giocatori più forti, una frustrazione per la quale LeBron dovrebbe risarcire un bel po’ di giocatori passati e presenti della Lega. Un’altra opzione sarebbe quella di silurare coach Casey e provare l’ultimo azzardo con un sistema ulteriormente diverso, mantenendo gli stessi interpreti, ma siamo sicuri sia davvero il meglio per i canadesi?
I Raptors si trovano nella solita situazione in cui prendere una scelta drastica è difficile perché non puoi mai sapere se e quando tornerai a questo livello; allo stesso tempo, però, assaporare le vette della NBA e vedersi sempre crollare il mondo addosso in Post Season alla lunga potrebbe fare male a tutto il sistema.

In realtà, concrete e percorribili soluzioni ad oggi sembrano non esistere, forse l’unica è sperare davvero che LeBron vada ad Ovest.

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