Nizza, 22 agosto 2017. Un ragazzo italiano, annoiato e inglobato in uno scenario tetro e desolante quale l’agosto genovese, s’imbatte in un breve viaggio in solitaria.
Affascinato dalla Costa Azzurra, ma soprattutto da una meta non troppo lontana, si avventura nella bellissima Nizza popolata in gran parte da turisti e tifosi napoletani giunti nel capoluogo francese per seguire il ritorno dei preliminari di Champions League.
Da buon italiano medio si reca allo store dell’OGC Nice, con un budget esiguo in tasca e una passione sconfinata per le maglie da calcio: nel frattempo chiede il prezzo dei biglietti. Più alto di Insigne, molto più alto. Come i capelli di Dante, forse.

Non rimane che il pub. In fondo se lo aspettava, lui, appassionato di Premier League e calcio inglese, soprattutto del glorioso Leeds United: avrete capito dove vado a parare?
Proprio lì, nel pub, incontra un inglese, Sean. Tifosissimo del Leeds, è subito magia. Si parla del più e del meno, brevi presentazioni, due pinte di birra e sembra di essere in Premier.
Passano le ore, la partita scorre come i litri dell’amata bevanda al luppolo, e il Napoli avanza ai gironi. E allora ecco che partono le danze, partono i discorsi profondi sul calcio inglese.

Il ragazzo genovese nutre profonda stima per il Leeds United, passione che Sean ha ereditato dalla famiglia, sempre presente nel catino di Elland Road: cosa c’entrano allora i Clarets, menzionati nel titolo? Una sola parola, Chris Wood.
Due giorni prima si era concretizzato il clamoroso passaggio di Wood, stella della squadra, in Premier League, precisamente al Burnley: tifosi disperati, soprattutto Sean. Il genovese disse fermamente che il Burnley era la squadra giusta, ben organizzata e pratica, in grado di esaltare le sue caratteristiche.

Putiferio.

Burnley? Are you serious?” Si scatenò davvero il putiferio. Per Sean non era altro che una squadretta che con un po’ di fortuna si era ritagliata uno spazio in Premier League. Beh, caro mio, ora ti dimostreremo l’esatto contrario.
Ti dimostreremo che il Burnley merita di transitare nella parte sinistra della classifica, ma soprattutto che Sean Dyche sta facendo un lavorone. Esatto, si chiama proprio come te.

Sogno o Sean Dyche

Sogna, piccolo Burnley. Sogna, finché potrai disporre degli insegnamenti tecnico-tattici del mago Dycje, sempre più apprezzato dai propri colleghi.
Nella scorsa stagione i Clarets erano noti al grande pubblico per la preziosa capacità di rendere il proprio fortino inespugnabile, o comunque ostico: Turf Moor fu conquistato solamente da sei squadre – Swansea, Arsenal, Manchester City, Manchester United, West Ham. Come gli Hammers di Bilic siano finiti in questo elenco non lo sa nessuno.
Come nessuno sa né si capacita dell’improvviso cambio di rotta del Burnley in queste prime sette partite: già, perché l’anno scorso la squadra di Dyche fece solo sette punti in trasferta nell’arco di tutta la stagione.

Ora ne ha totalizzati otto in quattro partite esterne.

Ci siamo chiesti se si tratti di un caso, ma la risposta è no. Merito di Sean Dyche, allenatore che ha ricevuto pure la benedizione di Ian Wright, ex attaccante dell’Arsenal, che lo vedrebbe bene come successore di Wenger. Dyche ha reso il Burnley la classica squadra difficile da battere, da perforare in area di rigore e non. Ma andiamo per gradi.

Bunker

No, non è il nome del bar di Nizza dove Sean e il genovese parlarono a ruota libera, anche del Burnley.
Si riferisce proprio ai Clarets, la cui impostazione difensiva ricorda pressapoco un bunker, davvero difficile da espugnare.

Vediamo un esempio: Chelsea-Burnley, prima di campionato. Cahill costretto a procedere in solitaria, ma non vi sono spazi. Per il difensore l’unica opzione sarebbe quella di servire Boga, Batshuayi e Willian sono apparentemente chiusi e raddoppiati. L’inglese poi si farà espellere con un’entrata in ritardo, scatenando l’ira funesta degli uomini di Dyche.

Nella ripresa i Blues furono costretti ad arrangiarsi, nonostante l’inferiorità numerica, tentando soluzioni per lo più improvvisate: il classico tiro della disperazione. Alonso impensierì Heaton, Rudiger a momenti la manda a Craven Cottage.

Anche in questo caso ottimo il piazzamento difensivo dei Clarets: Defour pronto ad uscire su Rudiger, i due centrali pronti al raddoppio sulla punta e per il Chelsea le alternative giocabili sono davvero poche.

 

Chissà se Sean, il tifoso, attribuirà qualche merito all’organizzazione difensiva ospite oppure dirà che Rudiger non è bravo nemmeno a FIFA: probabilmente la seconda.
Dinnanzi ai numeri, però, difficilmente potrà opporsi: 5 gol subiti in 7 partite sono un bottino di marcia importante, soprattutto per una squadra che mira ad una salvezza tranquilla. D’altronde Heaton è una sorta di Spider Man con meno attrazione mediatica e capacità recitativa rispetto a Peter Parker: recita comunque la sua parte, molto bene, aiutato da una difesa rocciosa.
Due fluidificanti, parafrasando il tecnicissimo e aulico Gianni Brera, ovvero Lowton e Ward imbeccano spesso e volentieri la punta, uno schema semplice ma efficace. E le cose semplici piacciono.

Per esempio, avreste preferito una frase chilometrica per spiegare questo concetto oppure una versione breve e concisa? Della serie, meglio un’azione lunga e manovrata oppure una brevilinea ed ugualmente incisiva? De gustibus.

A squadre come il Liverpool, per esempio, piace l’incisività, piace sfruttare l’enorme e disumana velocità di Salah, tanto per citarne uno che tutti vorremmo come “motorino” personale quando siamo in ritardo. Proprio l’egiziano salvò i Reds da una brutta sconfitta, che sarebbe stata resa ancor più amara dalle statistiche.

Numeri che confermano sempre più l’ipotesi del bunker. Guardate i tiri, ben 35 totali di cui 9 nello specchio della porta, 14 fuori e 32 fermati. Neanche con la modalità Esordiente il Burnley sarebbe caduto.
Dyche ha schierato il suo consueto 4-2-3-1, elastico e massiccio, pronto a tramutarsi in un 4-5-1 nella fase di non possesso. E, come vedete, quella fase è stata costante.
Chi aveva Heaton al fantacalcio (grandissimo affare, per altro) ha sudato freddo, freddissimo, e forse è preparato psicologicamente a ogni qualsivoglia di sventura che gli si presenti davanti. Come il Burnley, del resto, il cui compito era di anestetizzare l’essenza dei Reds, gli uomini migliori. E allora che fare? Innanzitutto marcatura fissa di Defour su Coutinho, che abbiamo ritratto in due occasioni.

Osservate bene. Defour tenta di rincorrere Coutinho per accorciare e limitare il passaggio in orizzontale a Milner. In quel caso dovrà abbassarsi il giocatore vicino al 7 per oscurare buona parte dello spazio. Fondamentale sarà lo strappo di Defour, che farà perdere tempi di gioco preziosi ai Reds, permettendo una facile lettura difensiva della conclusione di Milner, una delle tante che si perde sul fondo.

Per interminabili 87 minuti Coutinho sentirà il fiato di Defour, che quando sembra allontanarsi ti ringhia in maniera prepotente. Ma soprattutto dispone di esperienza, e quella non la compri durante le finestre di calciomercato (chiedere a Everton).
Nel calciomercato si comprano giocatori con l’esperienza di Defour, è diverso.

Se la cava egregiamente anche nell’1 vs 1 con il brasiliano. “Se vado a destra se lo aspetta” avrà pensato Cou. E infatti opta per un dribbling sul versante sinistro, per poi calciare in porta. Niente da fare.

Insomma Sean, ora sei convinto che il tuo omonimo abbia creato una corazzata? Ancora non credi che il Burnley possa giocarsi le sue carte?
Forse ci vuole un miracolo a farti cambiare idea.

The Miracle (of Robbie Brady)

I woke up at the moment
When the miracle occurred
Heard a song that made some sense
Out of the world
Everything I ever lost
Now has been returned
In the most beautiful sound I’d ever heard

Quanto sarebbe stato gratificante per il genovese, fan degli U2, poter ascoltare Bono e compagnia inneggiare The Miracle scatenando le sue dubbie doti canore? Tanto.
Gratificante quanto il suono dolce e melodico del mancino di Robbie Brady, l’uomo dei miracoli per gli irlandesi. Anche Bono Vox, probabilmente, avrà perso il controllo quando il 12 del Burnley ha steso gli Azzurri mandando agli ottavi i suoi compagni.
Compagni che Brady trainò anche con la Francia, quando trasformò in maniera glaciale un rigore che aveva spento il bollore del Parc OL.

E forse sarebbe stato meglio visti i risvolti tragici che ha assunto l’Europeo dei Bleus.

Brady si è fatto conoscere, ma noi ne avevamo già sentito parlare eccome. Un mancino così è difficile dimenticarlo, credeteci. Forse avrebbe meritato piazze migliori, forse no. Fatto sta che rientra nella categoria degli Underrated.

Robbie è per i palati fini, stufi di idolatrare costantemente le traiettorie mancine di Robben e alla ricerca di nuovi stimoli. E’ per quelli che leggono ripetutamente “Storie di un vagabondaggio” di Hermann Hesse e, per espandere i propri lidi culturali, scoprono d’un tratto “Storie Mondiali” dell’avvocato Buffa e Carlo Pizzigoni.
Sai che il quadro dipinto dall’autore di Siddharta è meraviglioso, quasi bucolico, un’avventura dello spirito e una ricerca di un’identità perduta. E per quanto il caro vecchio Knulp ci abbia fatto appassionare ed immergere nel suo mirabolante viaggio, le emozioni aumentano quando l’Avvocato ci regala il pass per toccare con anima e corpo ogni momento fugace di quel Maracanazo.
Libri diversi, emozioni diverse, ma ugualmente riempitive.

Il sinistro di Brady riempie una casella che altresì sarebbe lasciata vuota nello scacchiere di Dyche: d’altronde la sua capacità di rendersi pericoloso con entrambi i piedi – una delle armi che ha sviluppato Suso, per esempio – lo annovera tra gli imprevedibili.
Ma per conferire peso a queste parole servono anche le immagini.

Si, la palla per Wood l’ha messa proprio lui. Il più classico dei palloni tagliati alle spalle della difesa.

La birra, intanto, continua a scorrere e il pub sta per chiudere.

Woodstock

Intorno a noi poteva esserci più rumore e marasma che a Woodstock, non importava. Importava parlare, parlare e parlare.
Parlare anche di Wood, l’unico punto su cui forse eravamo d’accordo.
Gigante neozelandese, difficilissimo da spostare, ma soprattutto più veloce di quel che si pensa.

A Leeds lo conoscono bene, Sean ha esultato 27 volte per un suo gol nella scorsa Championship: dai tempi di Jermaine Beckford, eroe in FA Cup, un attaccante non era forse così amato e al contempo decisivo nei dintorni di Elland Road.
Era, appunto. Leeds è il passato, Burnley presente e, chi lo sa, futuro. Quel presente che non va sprecato, come direbbe Schopenhauer, va vissuto senza l’assillo di un futuro oscuro o un passato dalle tinte malinconiche.
Wood è una certezza, segna gol pesanti. Pareggia a Wembley con il Tottenham e la decide con il Crystal Palace.

Nell’attacco dei Clarets se la giocano in due: Wood e Vokes. Difficilmente Dyche opterà per un 4-4-2 con le doppie punte, essendo molti simili tra loro potrebbero pestarsi i piedi.

Vokes è l’usato sicuro, piace tantissimo al tecnico e in generale agli allenatori: gli chiedi una cosa e la fa. Gli chiedi di pressare il portatore di palla avversario per 60 minuti e lo fa. E se gli chiedi di segnare una doppietta al Chelsea? Lo fa, anzi, l’ha fatto, sfruttando il pomeriggio thriller dei Blues e un David Luiz che non ha bisogno di ulteriori introduzioni.

Le alternative non mancano.

Ventiquattro

Esattamente il 24 agosto terminò il mio viaggio. Passai da Nizza in treno, mi ricordai della bellissima e variopinta serata (forse meglio dire variopinte) con Sean. Parlammo di tutto, anche di politica e senso della vita.
Ma ora è tempo di chiudere: come il 24 si chiuse il viaggio, i Clarets conclusero l’azione del vantaggio a Goodison Park firmato da Hendrick dopo ben 24 passaggi. Una ragnatela tessuta da Dyche che Koeman potè solamente osservare, inerme.

Il Burnley non sembra più una squadretta.

Più Clarets di così..