Oltre i novanta minuti

Sono in ansia. Non so ancora bene per quale motivo, credo per il Derby. Già, quella partita che trova il suo compimento nei 90 minuti eppure va ben oltre, si radica negli aspetti più subdoli e nascosti del tessuto sociale e lì rimane; difficile, spiegare davvero cosa vuol dire Genoa-Sampdoria. Il derby della Lanterna ti cambia, ti mobilita, ti sollecita a fare un qualcosa di diverso, parla direttamente con la parte più recondita della tua fede, perché il predominio verso i cugini viene prima di qualunque altra cosa. Non è un evento per Genova, ma l’evento; una città intera si ferma, a dipingerne su tela le sfaccettature che si diramano a macchia d’olio verso tutti gli ambiti extracalcistici.

E allora, per questo appuntamento di Calcio e cultura, non potevo che scegliere il Derby della Lanterna. Ma vi avverto, il calcio giocato si accomoderà spesso in tribuna.

Un derby sociale

Ho provato a fare un esperimento. Solitamente non faccio colazione fuori, il mio stomaco è particolarmente casalingo e lo accontento; eppure, in questi giorni, mi sono recato spesso nei bar, per tastare quanto davvero il derby sia nuovamente entrato nelle cellule sociali. Scorgevo gli sguardi indiscreti dei clienti, tra chi si gustava un nutriente cappuccino con il suo giornale, o tra chi sfidava con arguzia la cirrosi epatica con un bianchino mattutino; avevo come l’impressione che qualcuno aspettasse la definitiva rottura del ghiaccio, nessuno aveva il coraggio. Tutti aspettavano l’intrepido barista che, ovviamente, non si fece attendere: “Belin allora, ‘sto derby è vostro!“. Non può che essere genoano, pensai, siamo messi davvero male ultimamente.

In poco tempo, il derby diventa il principale collante sociale di un gruppo di semi-sconosciuti, oppure amici che faticano a ricercare argomenti comuni validi: già, in molte città è così, ma qui il derby oltrepassa il mero concetto di collegamento. Cambia le persone, può influirein maniera determinante sul comportamento degli individui, quasi come se fosse un burattinaio inanimato che controlla pensieri e pulsioni. A volte, individui abulici da questa dipartizione calcistica vengono piegati dalla pressione sociale e tentano un timido approccio verso una materia che, se ti prende, non ti lascia più; ricordo un amico che si sentiva in disparte, quando dibattevamo con livore su Genoa e Samp, e sul calcio. Fu quello il motivo scatenante che lo avvicinò al calcio, e da ora segue assiduamente tutte le partite, nessuno se lo sarebbe mai immaginato.

Il derby è una forza che noi non possiamo controllare. Si alimenta grazie alla fede smodata dei tifosi, ai piccoli sfottò e soprattuto alle piccole usanze che allietano e alimentano la fiamma; quel che accade prima del fischio d’inizio è un’altra partita, molto più importante, per il predominio cittadino. Tifare Genoa o Sampdoria significa portare avanti una tradizione secolare, di famiglia, un orgoglio personale, un qualcosa che trascende il mero aspetto calcistico e al tempo stesso fa da contorno a una rivalità accesa ma pur sempre sportiva. E allora s’innesca un processo d’inebriante goliardia, fra scalinate dipinte con i propri colori sociali, fotomontaggi, e quant’altro; alcune, assumono una sacralità inviolabile. Come la bandiera rossoblù nello scoglio di Boccadasse.

Scoglio d'oro Boccadasse Derby | Numerosette Magazine

Tutto nacque negli anni ’70, quando il Genoa Club Patiti Rossoblù Boccadasse decise di issare una decisa testimonianza della loro genoanità presso il borgo marinaro più suggestivo della città; lo fece tramite lo “Scoglio d’oro“, un nuovo premio al miglior giocatore della stagione, un riconoscimento che i giocatori sentivano sulla propria pelle. Quando Onofri vinse la seconda edizione nel 1977 a discapito di Pruzzo, era davvero felice, oltre che sorpreso; fu l’inizio di una grande tradizione per il popolo genoano, l’ennesimo segno di una fede che va al di là. E non poté mancare la reazione di un tifoso che nel luglio 2015 dipinse l’antico scoglio di blucerchiato, certificando il concetto di “botta-risposta” che approfondiremo in seguito.

L’abbiamo detto, è una forza troppo grande per essere controllata, io stesso fatico a raccontare e a carpirne la vera essenza. Fatico, ma vado avanti. Perché raccontare questo contesto vissuto sulla propria pelle è un privilegio, e i privilegi non si vendono alla prima finestra di mercato come farebbe Preziosi; forse non avrei dovuto nominarlo. Il patron del Genoa riuscirebbe pure a mettere d’accordo ogni singolo quartiere di Genova; vi assicuro, è un’impresa. Per natura, la frammentazione di quartiere nel capoluogo ligure è molto accentuata, forse troppo; se sei di Albaro, quartiere residenziale e giudicato snob, non puoi ricercare un gruppo sociale in quartieri originariamente operai come Sampierdarena o Cornigliano. Ogni quartiere ha le sue peculiarità, e gli individui che ne fuoriescono cullano un forte senso di appartenenza, di devozione, più che in altri posti. Soprattutto, nella musica.

Musica e appartenenza

Ex Otago Derby Genova | Numerosette Magazine
Ritratto degli Ex Otago in Corso De Stefanis, nei pressi dello Stadio Luigi Ferraris, a Marassi.

Vi siete mai chiesti perché gli Ex Otago avessero scelto “Marassi” come nome del loro quinto album? Forse no, non ve ne frega niente. Oppure sì, e avete attivato il vostro cervello che prontamente ha inviato segnali alle vostre dita così sveglie e celeri; non è vero, che “i giovani d’oggi non valgono un cazzo“. Già, proprio come il titolo della prima traccia dell’album, un ritorno alle origini in un quartiere, Marassi, che li ha fatti incontrare e li ha forgiati prima del grande salto.

Un album che piace, e che nasconde nello stile neomelodico una nostalgia e uno spirito affettivo molto forte. Questa, a mio avviso, è una delle particolarità dei genovesi, portarsi dietro pezzi della propria terra, di cui andare fiero; c’è sempre un pezzo di Genova, in loro. E un pezzo di derby, un derby quotidiano e ossessivo che terrà tutti incollati e ansimanti. Insomma, ogni traccia del loro album lascia il segno, proprio come il derby, come se ci fosse un tacito accordo di onnipresenza da rispettare.

Ma il gruppo di Carucci non è l’unico a trainarsi dietro il suo quartiere, la sua città. Lo fa anche Pensie; mi direte, chi è? Un rapper emergente, tifoso sampdoriano da sempre, che coltiva una passione sfrenata per il rap. Tanta appartenenza, tantissima, nella sua produzione musicale, a quel quartiere di Molassana che non vorrebbe abbandonare mai nonostante le critiche circa il suo stile troppo “americano” e da poser. Pensie ha una passione troppo grande per fermarsi a queste piccolezze, e i suoi pezzi hanno fuso calcio e musica in maniera inevitabile. Ancora una volta, calcio e cultura si vogliono troppo bene per lasciarsi, alle volte si ha la sensazione che non possano coesistere in quanto singoli.

Uno dei mixtape che ha fatto gasare i tifosi doriani.

Vanno avanti, a braccetto, creando un sodalizio tramite cui Pensie ha cavalcato l’onda e proseguito la sua produzione musicale. Per molti, il derby è un pensiero costante, quasi oppressivo, un tabù che può anche limitarne l’avvenire; già, perché vi sono occasioni in cui al pubblico conta maggiormente sapere la fede calcistica di quel determinato autore a discapito della qualità del sound. Ed è qui, che il derby tende verso una degenerazione sempre più progressiva e incontrollabile; qui, si rischia di commentare episodi incresciosi.

Ma per quanto la rivalità possa raggiungere il nirvana della follia, è più sana di quanto si pensi. Fa bene, a tutti, rivitalizza anche l’essere umano più depresso e demotivato, dà un valido motivo per svegliarsi la mattina; ormai intuisco di poter recarmi allo stadio senza patemi, in compagnia dei cugini. Anzi, ci prendiamo pure una birra insieme, parliamo del più e del meno, della vittoria certa della squadra avversaria per “cabala”. Quelli, sono i momenti esemplificativi del derby fra i tifosi, di una cellula che ci facciamo scivolare addosso come le note di una bellissima melodia.

Se pensavate che la musica guardasse in disparte il derby, beh, accade il contrario; basti pensare al “Cielo è sempre blu” o “Lettera ad Amsterdam”, fino al Creuza de Ma di Faber divenuto uno degli inni più graditi dal popolo rossoblù. Per non dimenticare Sergio Pizzorno, compositore dei Kasabian che sperava di poter spostare la data del concerto per vedere il derby del suo Genoa: ecco, basta un minuto di ascolto ad accendere la Gradinata Nord, e la Sud non gradisce in segno di una rivalità che prova una certa riluttanza per i monologhi.

Genoa e Samp hanno bisogno di questo continuum fra botta e risposta, più di quanto credono.

Fin dalle origini.

Cominciò tutto da qui

Dal 1946. Anno in cui vedemmo il passaggio da monarchia a repubblica, anno che vide la nascita dell’Unione Calcio Sampdoria; non molti, però, sanno che il processo di creazione fu particolarmente complesso, rovente. Fu davvero un travaglio, fortemente influenzato dall’oppresione fascista che già nel 1927 costrinse l’unione dell’Andrea Doria e la Sampierdarenese, squadre dagli ideali totalmente differenti, nella Dominante; durò poco, pochissimo, e forse era meglio così. Ed era meglio, per tutti, che si trovasse un accordo, un punto d’incontro per aprire le danze a un nuovo ciclo, a una nuova squadra che presto avrebbe dominato lo scenario ligure. A quell’epoca, gli ideali politici erano molto più forti e accentuati, e per alcuni risultò difficile ipotizzare una fusione fra la borghese Andrea Doria e la proletaria Sampierdarenese; quest’ultima, ostacolò il progetto Sampdoria in maniera accesa, frose troppo. Fu uno dei dirigenti, Buttignol, a far infuriare l’avvocato Franco Torresi, uno dei firmatari della Convenzione del 9 luglio 1946. Non volarono parole smielate.

L’unico titolo che avete è che siete una manica di comunisti!

Così disse Torresi a Buttignol, mica male. Poi, tra una farinata di ceci e un Vermentino al Bar Roma di Piazza Vittoria Veneto, tutto si risolse per il meglio e nacque l’attuale Sampdoria. So che mi state maledicendo per i continui cenni storici, ma fanno capire la tensione che vigilava già in quel tempo, la sentivo pure io e non erano ancora nati i miei genitori; la fusione servì proprio a questo, a dare una risposta importante alla prima squadra di Genova, un segnale di cambiamento.

Frugali Derby di Genova | Numerosette Magazine
Il gol del doriano Frugali, nato e cresciuto a Sampierdarena.

Da quel momento, la Samp vinse 38 dei 98 derby ufficiali, lasciando al Genoa l’amaro conto statistico che, in una città come Genova, fa malissimo.

E le discussioni sui derby giocati, sono terribili. Tifosi sampdoriani che mi hanno tessuto una ragnatela perfetta in cui sono caduto come un allocco; anche se cercavo di avvalorare la mia tesi con la tripletta di Milito, ammetto sportivamente che i blucerchiato hanno saputo essere superiori più di noi. Poi, beh, pure io mi lascio andare con “Boselli non lo sapeva”

Boselli Derby di Genova | Numerosette Magazine
Via Boselli, nel quartiere di Albaro, poco dopo l’8 maggio 2011.

Ecco, vedete, anche io ho bisogno vitale di questo botta e risposta. Lo sento quasi automatico, e con questo simpatico sfottò ne ho dato dimostrazione; quella notte, Boselli non segnò un gol ma un pezzo di storia. Ricordo che, in seguito all’esultanza in Nord, persi completamente di vista un mio amico risucchiato dalla folla e catapultato dall’altra parte. Da entrambe le parti si sono vissute emozioni granitiche, una doppia faccia della medaglia che ha mostrato un riflesso emozionale decisamente d’impatto.

Nel frattempo sto sgomitando per rimanere distaccato emotivamente, ma in alcuni momenti vacillo. Pure al mio interno c’è un botta-risposta.

Non credo ci sia qualcosa che metta d’accordo tutto questo. O forse sì.

Non sempre rivali

Forse risulta scontata (non m’importa), eppure la bellezza di questo derby sta nell’assecondare ogni tipo di rivalità di fronte a tematiche più grandi di noi. Genova prima di tutto, sempre e comunque; lo abbiamo visto nelle grandi catastrofi naturali, dal mio primo grande alluvione nel 2011 che non guardava il colore della pelle né della maglia, fino alla caduta di un ponte che ci ha catapultato in uno stato di sconforto e dolore immenso. È incredibile come i genovesi cerchino spesso e volentieri di affossarsi a vicenda per prevalere l’uno sull’altro, ma quando vedono la città sgretolarsi dinanzi all’iraconda Madre Natura intervengono in loro aiuto tenendosi per mano; così vale anche per genoani e sampdoriani, che dimostrano di “crederci di più”.

Crederci di più, era questo il messaggio che lanciammo qualche giorno fa nel primo podcast targato Numerosette. Si parlava del turbolento e conturbante legame tra calcio e razzismo; proprio quest’ultimo ha messo le due società nelle condizioni di aiutare una piccola frangia della popolazione africana. Precisamente a Malindi, nel sud-est del Kenya, che nel 2009 ha visto nascere una scuola calcio per ragazzi dai 10 ai 14 anni, fortemente voluta dallo scrittore Freddie del Curatolo, in compartecipazione con Onlus e il Genoa, appunto; naturalmente, non si è fatta attendere la risposta della Samp che, qualche anno dopo, a Watamu – non lontano da Malindi – allestì grazie al Sampdoria Club Bogliasco una scuola calcio interamente blucerchiata, all’interno dell’orfanotrofio Happy House, gestito da una coppia di Manchester ma tifosi del Leeds. Il racconto di Curatolo in “Sotto la lanterna africana” è struggente, molto appassionante, trasuda genuinuità e speranza, oltre che investimento in questi ragazzi.

Derby Kenya Genoa Sampdoria | Numerosette Magazine

Una volta al mese va in scena il derby; uniti, più che mai. Per questo, bisogna crederci di più.

Ma soprattutto, vivere fino in fondo tutte le meravigliose sfaccettature di questo derby. Dagli sfottò alle discussioni, dalla voglia di rivalsa alle coregrafie delle gradinate. Fino alla musica, alla rivendicazione delle proprie origini, dei propri ideali, e di un’ascia di guerra deposta quando conta essere uomini, più che tifosi; l’universalità del derby, colpisce fino agli abissi dell’animo umano.

E quando ti prende, non puoi risalire. O forse, non vuoi risalire.

 

Bonus Track

Cosa ci fanno genoani, sampdoriani e una sciarpa dell’Entella a Leicester?

Ancora me lo sto chiedendo…

 

 

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