Un metro e novantadue centimetri di potenza e di raffinatezza, fisicità ed estro.

Appena una manciata di parole per descrivere Olivier Giroud a chi, per qualche ignoto motivo, non avesse ancora avuto la fortuna di notarlo durante un qualsivoglia spezzone di partita. In realtà, a dirla tutta, gli attributi utili a descrivere il ragazzone di Chambery non si contano certo sulle dita di una mano, tutt’altro. Domanda retorica: come può il classico centravanti completo contare su uno scarso repertorio di peculiarità in grado di contraddistinguerlo? Risposta esatta: non può. Se da una parte spirito di sacrificio e attitudine alla costanza di rendimento sono soltanto altri due elementi chiave del suo essere attaccante, dall’altra sarebbe un sacrilegio non fare menzione della leadership made in France del galletto Giroud.

MEGLIO TARDI CHE MAI

Mi è più volte capitato di chiedermi come un calciatore simile abbia potuto tardare tanto a varcare con entrambi i piedi la soglia del calcio che conta. Non si tratta chiaramente di un salto semplice, ma è doveroso avanzare alcune considerazioni.

Al giorno d’oggi, infatti, chi è destinato ad essere celebrato dai posteri esordisce nella rispettiva massima serie almeno tre/quattro anni prima di quanto Giroud non abbia fatto nel corso della sua carriera. Già, perché alla non più tenerissima età di 21 anni Olivier calcava ancora i prati della Ligue 2, tra le fila del Grenoble, e in due anni registrava all’attivo l’anonimo score di due misere reti. Il progetto era ancora in alto, altissimo mare. Non si può certo dire che i due anni successivi lo abbiano gratificato più di tanto, dato che dopo una fulminea parentesi nel campionato amatoriale francese non riuscì ad arrampicarsi più in alto della Ligue 2. Sì, di nuovo. Con la differenza che, tra il 2007 e il 2010, raccolse il ben più discreto bottino di 50 reti in 101 gare giocate, che gli valsero la tanto agognata quanto meritata telefonata dai piani alti. “Pronto, Olivier? Sì, qua Montpellier. Saremmo molto felici di poterti avere qui con noi; sai, dobbiamo puntare ad una salvezza tranquilla e mettere le basi per il futuro. Sei dei nostri?”.

E pazienza, pazienza se l’allora quasi ventiquattrenne Giroud difficilmente avrebbe potuto prevedere che nel giro di due anni da quella telefonata lo stesso Montpellier si sarebbe ritrovato campione nazionale. Nei due anni trascorsi all’ombra dello Stade de la Mosson colleziona ben 85 presenze mettendo a segno 39 reti, che gli valgono la media di poco meno di un gol ogni due partite.

Giroud ai tempi del Montpellier. Foto tratta da Internet.

Giroud ai tempi del Montpellier. Foto tratta da Internet.

 

LONDON CALLING

Ed è solo l’inizio. Olivier ha 26 anni, e tanta, tantissima voglia di sfondare. L’ambizione e la convinzione nei propri mezzi lo teletrasportano a Londra, sponda Arsenal. È Wenger a mettere lo zampino nella trattativa: conosce Giroud e sa cosa può pretendere da lui. Difficile che un singolo giocatore, per di più proveniente da una lega inferiore rispetto alla Premier League, possa bastare per portare all’Emirates un titolo che manca da ormai otto anni, ma se l’idea non è quella, beh, ci si avvicina molto. E pazienza se, a distanza di quattro stagioni, possiamo affermare con il senno di poi come l’astinenza da titolo per i Gunners sia stata ulteriormente prolungata.

La prima stagione da Gunner è generalmente positiva. I numeri non sono quelli del bomber indiscusso, ma Olivier ben figura sin dalle primissime gare. Concluderà a quota 47 presenze e 17 reti, diventando di fatto un titolare indiscusso dello scacchiere di Wenger. Come accennato durante l’introduzione, ciò che maggiormente caratterizza il rendimento del francese è l’attitudine ad una spiccata continuità. Nelle due stagioni successive, infatti, mantiene costantemente la media realizzativa dell’annata dell’esordio: 51/22 il rapporto partite giocate/gol fatti nel 2013/14, 36/19 nell’annata seguente. Il gol, Olivier, lo ha nel sangue.

Giroud esulta con la maglia dell'Arsenal. Foto tratta da Internet.

Giroud esulta con la maglia dell’Arsenal. Foto tratta da Internet.

Numeri su numeri, dettagli su dettagli, ma tutto ciò cosa comporta? Niente di più semplice: dalla stagione 2009/10 a quella attualmente in corso Giroud non ha mai mancato l’appuntamento con la doppia cifra, rivelandosi uno degli attaccanti più prolifici nell’intero panorama mondiale. Attaccanti del calibro di Lewandowski e Benzema, per capirci, hanno toppato in tal senso almeno una stagione considerando le ultime sette.

L’etichetta del sottovalutato, d’altronde, gli appartiene come appartiene a pochi altri attaccanti. A tal proposito, ciò che probabilmente gioca un ruolo determinante a suo sfavore è un palmarès piuttosto scarno, frutto di una carriera in cui quando ha trionfato lo ha fatto su palcoscenici minori. Appena cinque titoli in dieci anni, pochi se si considera che quattro li ha conquistati in Inghilterra con la maglia dell’Arsenal negli ultimi due anni e mezzo e che non è mai riuscito a sollevare al cielo –sentite anche voi i mugolii di Wenger?- una Premier League. L’inaspettato successo del suo Montpellier nell’annata 2011/12 non è altro che un lontano ricordo, e la severità della critica non è solita riservare occhiate compiaciute nei confronti del francese in memoria del passato. Inevitabile, piuttosto, far riferimento ad un Arsenal privo di un vero e proprio condottiero, che è solito di conseguenza perdersi nei momenti di difficoltà e proprio per questo motivo fatica a compiere il salto di qualità. Una caratteristica che è in parte assimilabile al francese.

IMPRESCINDIBILE

Approdato in Inghilterra nel pieno della maturità calcistica, Giroud è il classico puntero da Premier League. Nel 4-2-3-1 di Wenger ha l’abitudine di trascorrere i novanta minuti aprendo spazi, giocando di sponda e -soprattutto- finalizzando in qualsiasi modo e attraverso qualunque mezzo. Ha caratteristiche uniche, che Wenger non può riscontrare in nessun altro dei componenti della rosa, e non è quindi un caso che, a differenza di quanto accada con i trequartisti schierati in posizione più arretrata, il manager alsaziano non possa prescindere da lui: che sia dal primo minuto o a partita in corso Giroud deve entrare.

Non la penserà tanto diversamente Didier Deschamps, che complice anche la probabile assenza di Benzema ai campionati europei (già, nella Sua Francia) sarà “costretto” a disegnare la numero 9 (o la 12?) sulle spalle del buon Olivier. Che, dal canto suo, non potrà che rispondere presente nel modo che più gli si addice: Segnando.