Quando gli Oasis incontrarono Jimmy Grimble

Premessa: quello che narrerò pocanzi non è mai accaduto. Lo dico per onestà intellettuale, con un però; facciamo un patto, facciamo che questo incontro sia davvero avvenuto. Un incontro che non è mai esistito nel mondo reale può prendere vita se trascritto e raccontato tra noi, in questa bolla narrativa chiamata Calcio e Cultura. Il nostro appuntamento del sabato trova ristoro nella patria dove questi due aspetti si fondono più che in ogni altro posto; si tinge di blu, il blu del Manchester City, ricco di tantissime sfumature e illogicità che fanno parte di un contesto che oscilla continuamente tra il reale e il surreale, tra il fittizio e il non-fittizio, che ci fa entrare nella cultura citizens radicata fin da sempre nella società e nell’individuo.

Ma per addentrarci perfettamente in questo percorso storico, bisogna comprendere un aspetto: Manchester City non è mai stata solo una squadra. È molto di più.

9 novembre 2002

Inizia qui, il folle e accidentale incontro. Inizia il 9 novembre 2002, una delle giornate più belle del Manchester City, una di quelle che da tifoso scordi facilmente; fu l’ultimo derby a Maine Road, non poteva che chiudersi in maniera leggendaria e inaspettata, surreale, con un 3-1 schiacciante per i Citizens; non ci fu commiato migliore per lasciare casa propria, vincere un derby dopo ben 13 anni di attesa, 13 anni di dominio rosso.

Shaun Goater manda in estasi il Manchester City | Numerosette Magazine

Ci pensa Shaun Goater, il Kun Aguero dei tempi bui, a infilare Barthez due volte facendo esplodere di gioia tutto il popolo blu: sarà un tripudio City, per tutta la notte. Una notte indimenticabile, una di quelle che vorresti non passasse mai perché sarebbe un peccato far scivolare via le emozioni così prematuramente.

Goater è la perfetta rappresentazione simbolica del concetto di Manchester City. Lui era un Citizen, mai sbocciato in prima squadra agli odiati rivali dello United; ha girato un po’, prima di trovare la sua dimensione a Maine Road. Si è sempre presentato con la sua semplicità, con la sua generosità, con quell’aiuto alla comunità bermudiana che lo ha reso una bandiera a livello nazionale: già, Shaun è nativo di Hamilton, Bermuda, che fino al 2007 non aveva una squadra di calcio con cui città e popolo potessero identificarsi. Grazie alla sinergia di Goater e della United Soccers League nacquero i Bermuda Hogges, militanti nella terza divisione nordamericana: non solo, perché dal 2003 l’ex attaccante del City ha imbastito il Shaun Goater Grass-roots Soccer Festival per incoraggiare i bambini della comunità bermudiana a giocare a calcio. Il calcio come collante sociale, questo voleva Goater, con il suo sorriso sdentato di chi non incarna i principi e canoni massimi dell’estetica, ma che trova la propria essenza nella semplicità.

Questo era il Manchester City. Oasis e Grimble ne sono i principali fautori.

Quella notte che non c’è mai stata

Gli Oasis e Jimmy Grimble, insieme. Si ritrovarono alla Cyprus Tavern, luogo brulicante di giovani studenti e agguerrite firm di tifosi mancuniani, red & blue, che tra una pinta e l’altro sostenevano i propri principi fino a sfociare in vere e proprie aggressioni. Qui si ritrovarono spesso gli Young Guvnors fondati dall’anarchico Andrew “Little Benny” Bennion, accusato di aver un bando non ufficiale del National Front fuori dal Maine Road. Bennion era contro il National Front, contro il razzismo che deprecava, in merito soprattutto al caso di Parigi dove alcuni tifosi del Chelsea negarono l’ingresso a un ragazzo di colore, tale Souleymane S. Ennesima vittima di un odio politico che trascende gli aspetti calcistici.

Bennion bazzicava spesso in quella taverna, inaugurata nel 1967 dalla famiglia cipriota Kitromilides: era un posto strano, particolare, indie. Ecco, indie è la parola giusta, indie è proprio il genere musicale prediletto dal locale e che veniva suonato spesso in quegli anni. Gli anni in cui gli Oasis si aggiravano in quel posto.

No drugs Manchester City | Numerosette Magazine
Uno dei singolari manifesti esposti.

Quella notte mai esistita, in un locale che aveva già chiuso i battenti, i fratelli Gallagher diedero spettacolo. Accompagnati dal sottofondo di una melodia indie ancora ignota – un precursore britannico da cui Calcutta attinse qualche tecnica – animarono la festa versando nei calici di birra il sudore di un’insurrezione che finalmente trova una gloria.

Ma Grimble, dov’è? Si nasconde, dal bancone, con la stessa vitalità di un cinquantenne frustrato che non trova altra consolazione che nella schiuma della birra mentre accarezza le sue labbra intristite e prive di sogni: Grimble, i sogni, li aveva, li stava coltivando in maniera forse estremizzata e surreale. Ma li aveva, dipinti di blue come il suo Manchester City che avrebbe voluto trascinare a suon di gol. La storia di Jimmy Grimble ci tocca nel profondo, nella sua immediatezza, parla direttamente con il nostro io bambinesco, quello che avrebbe bramato la stessa cosa, quello che magari tremava al solo pensiero di essere visto da occhi attenti e non tanto indiscreti, quello che veniva soffocato da un turbinio di ansie e insicurezze.

Jimmy Grimble Manchester City | Numerosette Magazine

 

Essere un tifoso del Manchester City in una giungla di tifosi del Manchester United è come essere un animale a rischio estinizione, qui alla Greenock High School.

Jimmy Grimble spiega perfettamente l’essenza del tifoso del Manchester City. Istinto di sopravvivenza, per evitare di essere sbranati dalla fame di gloria dello United, per evitare di essere ingabbiato: uno spaccato adolescenziale che si riflette anche nel panorama calcistico. Ma quando la passione supera anche la forma più bieca dell’ostracismo, si resiste. Jimmy scappa dai bulli sulle ansiogene note di Feel the Panic ma non riesce ad evitare il peggio; tutto cambiò con gli scarpini magici, il più grande degli effetti placebo cinematografici.

Quella notte, però, non ci fu effetto placebo che tenga. Nemmeno la vittoria riuscì a colmare il vuoto del fallimento di Jimmy; chissà, se i fratelli Gallagher ci riusciranno.

Il calcio non è tutto

Glielo disse Eric Wirral nel film, glielo disse anche Noel Gallagher. Jimmy rimase spiazzato, come se finalmente qualcuno avesse smosso gli ingranaggi emotivi divenuti ormai asettici: non poteva rimanere inerme dinanzi a lui e alla band del momento, la band simbolo di quella ribellione e soprattutto quella frustrazione che Grimble si traina dentro. E se c’è qualcosa che poteva imparare, quella si trovava nei loro testi. Poco a poco, Little by little, il singolo che più di tutti può mescolarsi con le inquietudini di Jimmy.

E allora Liam, con quel parka che trasuda irriverenza e stile, si appropria del palco incurante di tutto e di tutti, per far impazzire tutti. Si era stufato di ascoltare i lamenti di Grimble, litigherà con Noel e pure con Damon Albarn dei Blur; quella sera doveva animare il fuoco di quella gente, in una taverna chiusa e ormai inesistente.

Liam Albarn Manchester City | Numerosette Magazine

“There’s not only football” dice Liam in maniera confusionaria e poco chiara, sfoderando le sue armi migliori di frontman; avevano vinto il derby e dice che il calcio non è tutto? La contradditorietà lo caratterizza fin dalla nascita. Eppure è proprio il calcio uno dei fattori permeati nella cultura britannica, che si mescola omogenamente con la cultura cittadina, con i pensieri degli individui. Gli Oasis non hanno mai dedicato canzoni al calcio, ma a volte non ne possono fare a meno, è parte integrante del loro modo di essere: tifare Manchester City premiava l’essere e non l’apparire. Una mission perfettamente calzante con i fratelli Gallagher, imbruttiti e geniali, liberi di plasmare a propria immagine e somiglianza un alter ego per il pubblico uguale al loro essere rockstar in tutto e per tutto.

Eppure, Jimmy non sorrise.

Stop Crying your Heart out

Trattieniti, tieni duro, non aver paura, non potrai mai cambiare quel che è stato e che non c’è più. Parole tratte da un capolavoro degli Oasis, una delle chicche dell’album Heathen Chemistry uscito nel luglio 2002, nonché colonna sonora nella scena finale di The Butterfly Effect. Quel che è stato non si può cambiare, e non si può cambiare quel che non c’è stato.

Non c’è stato alcun incontro. Non c’è stato nulla, se non il 3-1 del Maine Road. C’è stato un Jimmy Grimble che ha alimentato i nostri sogni, che cantava l’inno del Manchester City nei pressi di un cimitero che ha sepolto pure le speranze di una reunion degli Oasis. Ve l’avevo detto, che questo sarebbe stato un interminabile continuum tra fittizio e non fittizio, forse stancante, dove l’unicum e inscindibile è la ribellione di chi è stufo di osservare l’elitarismo in rosso trionfare e trionfare.

Già, e sarà un caso che le canzoni degli Oasis non hanno mai un significato preciso, lasciano intendere tutto e niente, come se ci fosse una traccia calcistica in essa: Noel ha sempre detto che sarebbe sprecato dedicare una canzone a questo sport, al City, riuscendo così a sviare. Ma questa libertà concessa non fa altro che alimentare la naturale interpretazione calcistica, ormai calcificata negli inglesi come se fosse un riflesso incondizionato, un tic.

Manchester City Noel Gallagher | Numerosette Magazine
Anche se il suo City gli copre sempre le spalle, sul palco. [Foto di Paolo De Angelis, Idays 23 Giugno 2018, Milano.]
Nel 2009 l’idillio finisce definitivamente e i fratelli intraprendono la carriera da solista: da lì inizierà un processo di scannamento, di gogna mediatica che storce il naso un po’ a tutti: Liam tenta la ricongiunzione con un tweet disperato, ma finora non è arrivata risposta.

E Jimmy Grimble? Jimmy rimane lì, nella memoria di noi adolescenti, di chi ha provato ad imitare le sue gesta scoprendo di non avere piedi adatti.

Quella notte mai esistita non cambiò le cose. Ma fece capire che il Manchester City è un organismo che si propaga in tantissime sfumature, dalla musica alla cinematografia, fino ai pub e alle nostre case.

Quando ti prende, il City, non ti lascia più.

Bonus Track

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *