Numerologia: Pato

1.

Immaginate di avere un talento grande, grandissimo. Un talento che sentite vostro, lo sentite scorrere, pulsare, quasi vi parla e vi esorta a farlo uscire e sgroppare nel mondo esterno, stufo di rimanere nel limbo: alla fine fuoriesce, fluido, limpido. Proprio come l’incredibile talento di Alexandre Pato. Provate a ricordare quelle sensazioni, quelle percezioni, per entrare in piena simbiosi con questo pezzo, con uno che se ne intende quanto a talento. Sfortunato sì, ma qui possiamo davvero aprire un Guerra e Pace. La stessa pace, dei sensi, che il Papero ha saputo trasmettere a calciofili legati ma al tempo stesso scissi da ideali in netto contrasto. Pato mette d’accordo tutti, forse perché il popolo si riconosce nella sua lunga serie d’intemperie che condizionarono e limirarono la sua maturazione; in brevissimo tempo, riesce a stupirti. Magari rimane avulso dalla manovra, quasi come se non gliene importasse poco o nulla, ma in un secondo si accende. A volte in 24.

2.

Secondi. Già, quei 24 secondi in cui il Camp Nou si è letteralmente, in cui il mondo si è fermato ad ammirare Pato. Ancora ci spaventa l’accelerazione, ci inquieta il fatto che un essere umano, un calciatore, possa districarsi con una ferocia tale fra le solidissime maglie blaugrana. Ci spaventa, ma ci affascina al tempo stesso; ricordo che vidi questo gol in diretta, quando in realtà dovevo ripassare per l’ennesima debacle annunciata, di latino.

“Vediamo come iniziano e poi studio” dissi. Non guardai più il libro.

Pato vs Barcellona | Numerosette Magazine

Guardo e riguardo questo frame con l’innocenza dello studente bravo ma che non si applica, ma soprattutto con gli occhi di chi è arrivato qui dopo tanti anni a trascrivere questo momento iconico della storia del calciatore, forse un’etichetta troppo pesante da scrollarsi. Come un attore che non ha saputo ripartire dopo un ruolo importante – ad esempio Josh Radnor, il Ted di How I met your Mother – che ancora viene ricordato da tutti per un unicum nella sua carriera.

Quella sera, al Camp Nou, recitò un ruolo da protagonista, talmente protagonista da accelerare inconsciamente un processo di declinazione verso l’ignoto. Ancora non lo sapeva, ancora non lo sapevamo, ma quella fu l’ultima grande rappresentazione di un talento che tutti avrebero voluto veder coltivato fino in fondo. Tutti, tranne lui.

Presto divenne pure oggetto di studi per tutti gli ortopedici, ma di questo ne parleremo poi. Non sciogliamo la magia del momento, di quel momento, e dei momenti in cui il brasiliano ha inciso; sono tanti, ma soprattutto fulminei.

Non sai quando può colpire.

Adora segnare nei primi secondi, evidentemente.

Quel Pato riusciva quasi ad attirare i palloni verso la sua zona di tiro, come una calamita. Era il giocatore perfetto, o quasi.

3.

Tre, il numero perfetto. Dante Alighieri ne coglie le radici più simboliche di un albero mai rinsecchito, evidenziato nella sua perfezione sin dalla più antica scuola pitagorica, e anche dai Cinesi dove Pato conduce ora la sua carriera; e nel momento migliore di Pato, non può che tornare in auge il simbolismo legato al Tre. Tre, come il numero del gol che infligge nella sfida Scudetto contro il Napoli di Mazzarri e Lavezzi, un bellissimo destro che beffa De Sanctis e cattura l’essenza di Pato, quella rapidità nel breve mista alla sapienza raccolta nei terreni europei, agevolato dalla bravura di Ibra nell’accompagnare l’azione.

Santacroce e Aronica paiono quasi intimoriti dalla presenza del Papero, da quei passettini che gridano una sconfinata voglia di spaccare la porta; Pato faceva paura, e il loro sapiente indietreggiare nascondeva quasi un’impossibilità nel tentare un vacuo anticipo. Quando si presentava un’occasione del genere, dovevi solo pregare.

Il Napoli pregò spesso, ma non bastò. Segnò al San Paolo, in quel rocambolesco e infernale 2-2; non lo tifo, eppure mi sono inebriato più volte di quel meraviglioso nettare quale il boato dello stadio allo stacco di German Denis su cross dalla destra di Christian Maggio. Mi mettevo cuffie quasi isolanti, era un momento di alienazione dalla realtà. La realtà, quella vera, offriva un Pato scatenato contro i partenopei, fin da subito; segna all’esordio assoluto in Serie A, quel freddo 13 gennaio 2008 dove una triade inconsueta e leggermente talentuosa – ma leggermente, eh – riscaldò l’ambiente.

Kakà Pato Ronaldo, una triade perfetta | Numerosette Magazine

Pato conobbe l’Europa con uno che, fisicamente, sembrava che se la fosse mangiata a colazione, ma dai piedi dorati e le ginocchia fragili come il soffice biscotto che si scioglie nella scrematura del latte; una triade così, aizzava il popolo. Era per il popolo, del popolo, e il Papero non poté che trarne giovamento segnando il 5-2. Sembra quasi un passaggio di consegne, nella foto, un rito di iniziazione che avrebbe segnato la storia del Milan e del Brasile.

Quel giorno, fu solo l’inizio. Chiuse la stagione con 9 gol in 20 partite, tra Serie A e Champions, un discreto biglietto da visita che si sarebbe stropicciato per qualche infortunio iniziale, seppur mai rovinato; nemmeno la distorsione ossea che lo tenne fermo un mese destò preoccupazione, perché la sua spensieratezza mista a un’insolita freddezza teutonica nei momenti difficili lo misero nelle condizioni ideali per diventare un campione futuribile.

Che non fu, ma questa è un’altra storia.

4.

E forse era destino. Non ho abbastanza talento e sapienza per tinteggiare ed esplicare la vigorosità del destino, ne sento le pulsazioni, sento una calamità superiore che anche Pato deve aver conosciuto; gli avrà chiesto perché a 10 anni dopo due fratture del braccio gli è stato diagnosticato un tumore osseo. Non ha fatto una piega, ha sempre mantenuto il self-control, la freddezza, anche quando la prospettiva più infelice sarebbe stata l’amputazione del braccio; lo raccontò Jorge Macedo, coordinatore delle giovanili dell’Internacional de Porto Alegre, dove Pato avrebbe iniziato la sua carriera a 11 anni. Parlava di lui come un ragazzo freddo, forte, che incassava con naturalezza i colpi e al tempo stesso veniva cullato dalla voce ipnotica e rassicurante della madre, l’unica in grado di far scattare qualcosa in lui. È come se io mi sentissi nella sua situazione, come se in questo momento null’altro se non uno smarcamento puntuale o una magia di Pato mi rincuorasse dalla probabilità di deludervi e fornirvi un contenuto non all’altezza.

Pato non aveva questi problemi, voleva spaccare il mondo. Voleva raccogliere la fortuna di un amico di famiglia, tale Paulo Roberto Mussi, che operò gratuitamente il Papero scongiurando ogni tragica eventualità; i segnali assumono importanza a seconda di come l’individuo li interpreta, e per lui significava forse una redenzione da quei malesseri, una vitamina che ha energizzato e rafforzato il legame familiare a cui è molto attaccato, come buona parte dei brasiliani. Poteva cominciare la sua carriera serenamente, con una famiglia più unita che mai.

Inutile dire che, a distanza di anni, non bastò. Provate a ripensare ai momenti in cui avete strappato l’anima dal vostro corpo per imprimerla su un progetto, ma i vostri sforzi non sono stati ripagati quanto avreste desiderato; Pato dal 2011, si spense. Tutti s’incuriosirono, nessuno rimase abulico e distaccato dinanzi a questa collezione di cartelle cliniche desolanti. Divenne quasi un oggetto di numerosi studi clinici e nella fattispecie ortopedici, come se tutti fossero strettamente legati alla vicenda; ne ho sentite di tutti i colori. Ho letto che la principale causa di infortuni è MilanLab; chiariamo qualche aspetto. Non sono un guru né laureato in medicina, ma custodisco con cura le parole di alcuni rinomati ortopedici italiani. Augusto Morandi, tra le altre cose specializzato in Chirurgia del Piede e della Caviglia al Barry University Foot and Ankle Institute di Miami, ha ricalcato l’aspetto posturale che può creare un certo disequilibrio a carico degli altri muscoli. È bene sottolineare che i problemi di Pato hanno radici multifattoriali; forse, il più importante, riguarda la mancata crescita di un’adeguata elasticità muscolare in contrasto con l’elevato volume muscolare.

Pato esulta contro il Chievo | Numerosette Magazine
Quest’immagine mi è rimasta sempre impressa. Pato esulta al Bentegodi e abbandona il suo aspetto longilineo e meno sviluppato.

Eppure, altri detective dell’ortopedia riconoscono nella genetica il principale killer del Papero. Uno su tutti Matteo Bisozzi, professore ed esperto in preparazione atletica.

Secondo me, negli infortuni di Pato c’è anche una componente genetica. Mi spiego: in soggetti con un’elevata percentuale di fibre bianche, che sono quelle che danno rapidità ed esplosività, come negli sprinter, il rischio di infortunio è più elevato. I muscoli scaricano infatti sulle ossa un alto grado di esplosività. Un’elevata percentuale di fibre bianche, quindi, è direttamente proporzionale a un maggior rischio dell’atleta di avere infortuni. Questa penso sia il caso di Pato, per il quale l’elevata esplosività ha portato a traumi muscolari frequenti.

Insomma, c’è chi sgomita per capirci qualcosa. Io riporto pareri che reputo interessanti per la mia asserzione, e aggiungo che il fattore mentale non è da escludere, anzi; già, la psicologia, tanto subdola quanto sottovalutata. Un atleta vince anche e soprattutto con la testa, quella che storicamente manca ai brasiliani per lunghi periodi; per questo, non sono sicuro che i fattori fisici, da soli, possano rivelarsi devastanti. Influiscono, sì, ma se la mente non lotta abbastanza per sopportarli, non vale la pena.

Forse, proprio quella è mancata.

5.

Cinque, come gli anni passati al Milan: 150 presenze, 63 gol, 18 assist, e la certezza che Pato non tornerà più quello di prima. Ha bisogno di costruirsi una nuova immagine distaccata dal Diavolo, più sua, libera anche da quel 7 rossonero che l’ha reso iconico e adatto per il nostro appuntamento mensile di Numerologia; ci sono fantasmi, etichette, cicatrici, che è meglio assecondare piuttosto che tentare di scacciare.

Quando è sul punto di ripartire, si ferma. Al Corinthians illude ma scatena l’ira del Presidente che si pentirà di averlo acquistato, proprio come Roman Abramovic che rivedrà in lui un Sheva-bis: non resta che affondare negli abissi del mare con il Sottomarino Giallo, e non tornare più a galla.

Pato in Europa non luccica più, non sente la scintilla, è giunto alla consapevolezza di non poter reggere le pressioni del nostro Continente, le aspettative di un ritorno in grande stile che forse nemmeno lui desidera; la testa, non va. E le gambe ne risentono.

Pato Villareal | Numerosette Magazine
Stranamente, in infermeria.

6.

Sappiamo poco del Pato cinese. Si trova bene, questo lo intuiamo dai social, segna quasi a raffica e riesce a controllare agevolmente gli eventi delle partite come i grandi; quasi si accontenta della realtà asiatica, gli calza a pennello nonostante tecnicamente potrebbe stargli stretta. Non vuole osare, fare il passo più lungo della gamba, di quella gamba che viaggia ad altri ritmi; no, niente false speranze, probabilmente chiuderà la carriera in Cina.

Pato Tianjin | Numerosette Magazine
Pato ha perso il treno, ma non il passo; la solita rapidità di passo unita lo rendono una prima punta atipica, in grado di ricercare il pallone fuori dall’area di rigore. Ricorda, per certi versi, il gol contro il Chievo al Bentegodi.

È sereno. Disteso, spensierato, libero dalle pressioni che lo assalivano come sanguisughe logoranti; ha finalmente raggiunto la doppia cifra consecutiva, in due stagioni, evento a cui non eravamo più abituati. Ma ai nostri occhi, sarà una magra consolazione o un rimpianto? Forse entrambe, forse a Pato va bene così.

Forse, questo distacco ha placato sentimenti forti, un amore calcistico giovanile, che ha folgorato un po’ tutti quelli che stanno leggendo; forse, conviene non illudersi nuovamente, rinchiudere pulsioni che potrebbero nuovamente beffarci. Meglio chiudere il capitolo di Pato con la 7 rossonera.

7.

Quel 7, nel bene e nel male, l’ha contraddistinto. Fin dal 2006, quando si laureò campione e capocannoniere del campionato brasiliano U20 con ben 7 gol; vinse in finale contro il suo Gremio, che tifava e sperava di trascinare a suon di gol. A volte, i sogni non si realizzano. A volte, le potenzialità rimangono parzialmente inespresse, quasi come se il salto definitivo verso una catarsi totale fosse uno scoglio troppo aguzzo e insormontabile. E così Pato ha fatto i conti con le sue paure, le sue fragilità, le sue fibre bianche che, a quanto pare, l’hanno inconsciamente beffato.

Poi ci siamo noi, consci del suo talento, di quello che ha fatto e che avrebbe potuto fare con quell’arsenale di qualità a disposizione; quante volte, negli anni, magari vedendo un video su Youtube, un articolo vecchio, ci è venuto in mente Pato e il suo talento sprecato. Quante volte, pensando proprio alla sua “arte dello spreco”, abbiamo fatto tappa al museo dei nostri errori per evitare di ripeterli, cercando di massimizzare e sfruttare al meglio le proprie armi.

Forse ci ho pensato solo io, forse sono entrato talmente in simbiosi con la narrazione da aver alimentato un’introspezione sinistra ma anche paideutica.

E chissà, se in Europa qualcuno punterà su Pato. Farebbe un errore, un grosso errore; già, quello europeo è un capitolo da chiudere per sempre.

Ma almeno, possiamo dire di averlo letto e vissuto.

Bonus Track

Pato contrifigura | Numerosette Magazine
Pato palleggia con la sua controfigura: chi si romperà prima?

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