Numerologia: N’Golo Kanté

1.

Se avete aperto questo pezzo, non lo avete fatto per il fascino del numero. Lo avete fatto per quel facciotto tenero ma al tempo stesso inquietante, con gli occhi sbarrati e concentrati sulla palla da riconquistare, ma con la stessa spensieratezza di un Ash Ketchum qualunque pronto a viaggiare il Giappone per diventare maestro di Pokemon. Già, perché N’Golo Kante ci proietta indietro nel tempo, con la sua semplicità e umiltà bambinesche, ma efficaci. Un numero 7 in controtendenza con la classe di Best, Beckham, Ronaldo e tanti altri – quasi tutti Red Devils, tra l’altro: il 7 non è decaduto, ma ha subito un processo di destetizzazione importante. Fateci caso; tolto CR7, in Serie A pochi altri hanno quel quid per portare questo numero.

Sarà che ci contraddistingue, sarà che fa parte del nostro essere, o sarà che Kante piace talmente tanto che può permettersi di indossare pure un numero scotchato.

Eppure, sembra racchiudere perfettamente l’universalità intrinseca al sette, l’equilibrio che riesce a dare al centrocampo del Chelsea e della Francia è tangibile: talmente presente in tutte le zone del campo che sento qualcosa che mi sta toccando. Il rumore dei tasti premuti con velocità per conferire un senso alla narrazione oscurano il tutto, per il momento. Ho la netta sensazione che, però, possa arrivare all’improvviso come ha fatto nella sua carriera evolutasi nella piena e totale disconoscenza da parte di tutti.

2.

Non sapevamo, anzi, non sapevo quasi nulla di Kante. Timido, impacciato, ma col 7 nel destino: già, perché N’Golo è il primo di sette fratelli e fin da subito si prende cura di loro. Vive nel Ruiel Malmaison, vicino Parigi, e lavora fin da..beh, sette anni: raccolta rifiuti, consegna di volantini, tutti quei piccoli lavoretti accessibili per un bambino della sua età e utili per un sostentamento familiare. Ma quel 1998, esattamente il 12 luglio, non lo dimenticherà mai: vide la Francia trionfare, annichilire il grande Brasile 3-0 e soprattutto vide in se stesso una forte convinzione, accesa e pulsante, di intraprendere il sogno calcistico, una scalata che un ragazzino timido necessitava per dare un imprinting al mondo. Per dire chiaramente “Mondo, io ci sono.”

Ngolo Kante childhood | Numerosette Magazine
Kante era anche un trash packer, a quei tempi.

Portava la spazzatura, la notte della finale. E ora, quasi da netturbino del centrocampo, ripulisce tutte le situazioni sporche traducendole in ripartenze offensive dei propri compagni; limitarlo a questo computo, però, sarebbe fuorviante. E soprattutto, non si può provare a descrivere il calciatore senza delineare il personaggio.

Ed è davvero difficile. Difficile tratteggiare un personaggio che non si ha mai incontrato, con cui non si entra in contatto, eppure lo sento più vicino rispetto ad altri calciatori; la sua umiltà è contagiosa, quasi connettiva, come un modem wireless gratuito in centro città. Beh, in quanto a disponibilità siamo lì.

Ne ha tanta, di disponibilità, e soprattutto tanta voglia di emergere. Si accorse di una Francia multietnica, aperta alle opportunità, la Francia di Henry, Vieira, Thuram, Desailly, e allora prese coraggio: cominciò dal basso, dai dilettanti del Suresnes, per passare poi al Boulogne nel 2010. E al Caen, dove aiutò i compagni alla risalita in Ligue 1; già si capiva, che il suo contributo sarebbe stato determinante in futuro.

Ma forse, non ci si aspettava così tanto.

3.

Kante non buca lo schermo, ma tappa i buchi. Scommetto che se attraverso tutte le tappe segnanti della vita di Ngolo, non vi è alcuna traccia di odio: solo un incommensurabile affetto. Guardare il volto minuto e apparentemente indifeso di Kante non lascia mai indifferenti, ed è questa forse la sua particolarità: mai una parola fuori posto, sempre al suo posto. Là, in mezzo al campo, dove abbiamo iniziato ad apprezzarlo nelle leggendarie Foxes di Claudio Ranieri. Dove N’Golo Kante ebbe la sua definitiva consacrazione.

Kante vs Lukaku | Numerosette Magazine
In questo caso, accetto il duello con Lukaku anticipandolo brillantemente con una bella scivolata. Non lo ha mai perso di vista, fin da subito.

Kante si dimostrò un giocatore universale. Ogni qualvolta scendeva in campo – praticamente sempre – non dava respiro nemmeno ai telecronisti che dovettero esercitarsi parecchio: come fece con i suoi fratelli, diede il definitivo equilibrio ad una difesa rocciosa ma bisognosa di un adeguato filtro a centrocampo. Per Drinkwater, un giocatore come Kanté era vitale come l’acqua nel deserto. Brutto gioco di parole, lo so.

Qualcuno mi tocca, ancora una volta. Credo che sia Kante, oppure la mia coscienza che mi allerta ogni qualvolta scrivo qualcosa più scellerato di Danny Simpson Campione d’Inghilterra.

Kante si aggira ovunque, è quel centrocampista che ogni squadra vorrebbe. Servirebbe a tante squadre, a diversi talenti che si sentono smarriti in un centrocampo che manca di qualche tassello – ogni riferimento al Manchester United è puramente casuale; la sensazione che traspare dalle sue prestazioni è il totale controllo delle intenzioni avversarie. Il rettangolo di gioco, nelle zone nevralgiche del campo, è la sua comfort zone dove Kante può esprimersi al meglio, può urlare al mondo con il rumore dei tantissimi chilometri corsi la sua forza, la sua utilità; ci sono uomini, bambini, che hanno bisogno di certezze per mostrare a tutti la loro intricata personalità. Kante, queste certezze, le trova a centrocampo.

4.

Non ho certezze a riguardo ma ripeto, mi sembra ancora di sentirlo. Mi sembra di toccarlo, di parlare con lui, vedere la tv insieme a lui; alcuni tifosi, l’hanno fatto. Un caso abbastanza singolare; Kante, quel giorno, doveva prendere l’Eurostar per Parigi. Ma qualcosa andò storto e fu costretto a perderlo; ne approfittò allora per andare a pregare, in una moschea, ma difficilmente aveva previsto alcuni fan del Chelsea e nella fattispecie di N’Golo, pronti a tutto pur di scambiarci quattro chiacchiere. Ma per fortuna loro, Kante è un ragazzo semplice, talmente semplice che riesco forse ad immedesimarmi nel suo personaggio più di altri, non lo sento così distante.

E neanche il gruppo di ragazzi che si è immolato nel timido tentativo di invitarlo a cena; Kante è anticonformista, non si pone problemi. Forse non sa nemmeno di esserlo, non sa di essere un personaggio controcorrente rispetto a macchine lussureggianti e beni immobili estasianti di altri suoi colleghi. Un numero 7 che forse non sa di esserlo.

Kante Chelsea Premier | Numerosette Magazine
E l’umiltà paga.

Probabilmente non sa di essere uno dei punti fermi del Chelsea, di Conte prima e di Sarri adesso; nel 4-3-3 potrebbe verificarsi una sua Allanizzazione, e Jorginho non può che trarne beneficio. Naturalmente Sarri lo ha sempre schierato dall’inizio, in campionato. L’ex CT della Nazionale, invece, lo usava ovunque, con plurimi sistemi di gioco: questo, è il bello di Kante. Da quell’Arsenal-Chelsea 3-0, la svolta definitiva tramite cui Conte apportò il vittorioso 3-4-3 all’italiana, N’Golo gioca in tandem con Fabregas, e non ne sbaglia una; vince contrasti con una facilità disarmante, permettendo a Cesc di innescare i compagni – specie gli esterni – e liberare il suo estro. Proprio gli esterni risultano fondamentali nel Chelsea di Sarri, abili a innescarlo in profondità scatenando veri e propri break che rendono Kante molto pericoloso: l’unica cosa che lo rende meno mortifero di altre mezzeali è la lucidità nell’ultimo passaggio.

Kante Chelsea | Numerosette Magazine
Qui approfitta della sponda intelligente di Hazard per aprirsi il campo, ma il passaggio per Azpilicueta non è perfetto.

Ma non è nato per questo. È nato per essere l’ultimo e preziosissimo tassello di un puzzle, l’ultima figurina di un album; basti pensare al centrocampo della Francia. Il concetto di perfezione non è poi così distante da quel terzetto che ha dominato ai Mondiali.

5.

Eccola qui, la Francia multietnica e perfetta. Difficile trovare una squadra ma soprattutto un centrocampo meglio assemblato, con Pogba coperto perfettamente dall’onnipresenza e sapienza calcistica di Kante e Matuidi, giocatori tanto simili e complementari quanto diversi nel modo di concepire l’evoluzione della manovra; Blaise agisce quasi da esterno sinistro, sfruttando le posizioni centrali di Giroud e Griezmann, risultando una mezzala più incisiva di Kanté. Insieme, sono letali. E Pogba ha le spalle coperte.

Ma soprattutto, in fase di non possesso, è il giocatore ideale da sguinzagliare contro il principale catalizzatore di gioco avversario. Già, chi se non lui, un corridore instancabile, poteva essere incaricato per le marcature preventive su Leo Messi, uno che non scherza se ha spazio di manovra; la Pulce rappresentava la disperata ed effimera ancora di salvezza a cui si aggrappava Sampaoli ma l’estenuante e pulita pressione di Kanté – oltre ad un organico argentino alquanto rivedibile, sono stato buono – hanno complicato i piani. Sapeva perfettamente che Leo non andava lasciato solo, lo ha fatto una sola volta. E quella volta, Aguero ha segnato il 4-3.

Qui c’è tutto Kante, tutta la sua umiltà, la sua predisposizione al sacrificio, come se lasciare anche solo un metro in più a Messi rappresentasse una sconfitta interiore inaccettabile. Non ha nulla da dimostrare, forse, eppure tutto da dare, perché non vuole mai tradire la fiducia che Deschamps e compagni ripongono in lui, nel suo lavoro tecnico-tattico di cui tutti abbiamo bisogno.

Di cui Pogba, ha bisogno.

6.

Non so se sia un caso, che Pogba sia nel sesto paragrafo. Se mi avete inquadrato direte forse di no, la verità non verrà mai a galla; la verità, non scritta, è che l’ex Juve rispetti davvero N’Golo, la sua presenza è più importante di quanto pensi. “Kante ha 15 polmoni” disse dopo la vittoria col Perù, ed è evidente quanto sia più sereno con la sua presenza a centrocampo.

Un bisogno quasi morboso, quello di Pogba, che può liberarsi delle catene tattiche che imprigionano un talento che non ha bisogno di oppressivi tatticismi; non è un giocatore difensivo e mai lo sarà. Alle volte, mi sembra che incarni perfettamente lo spirito americano, quello dell’entertainment, divertirsi e far divertire, coniugare l’utilità della giocata senza far rimpiangere al pubblico il prezzo del biglietto pagato. Ora, non tutte le sue giocate sono finalizzate a questo obiettivo, non fraintendetemi: è una sensazione, pura e nitida, magari mi sbaglio.

Probabilmente mi sbaglio. Ma questa spettacolarizzazione del suo essere si sposa bene con l’utilitarismo calcistico di Kante. È una coppia complementare, come Mazzarri e gli alibi, Galliani e le cene, Guardiola e le frasi sdolcinate su Sarri: mi sono lasciato un po’ andare, forse. Non sono contenuto come Kante, ma come lui trovo qui la mia comfort zone dove poter esprimere il mio non talento.

Qui non sembra proprio a suo agio, ma è felice. Felice di aver esaudito il suo sogno, di aver colto al balzo quell’opportunità che tanto lo aveva stregato quel 12 luglio 1998, quando aveva 7 anni. Non sembra essere cambiato nulla.

7.

Qualcosa mi tocca, ancora una volta. Sono in stato di ipnosi narrativa, concentrato, catalizzato in questa stesura che forse rischia di diventare troppo edulcorata. Ma non lo è, così come la carriera di Kante, dura e aspra, tra quelle piccolissime mura nel suburbano parigino, sognando prima o poi di diventare un professionista. Non c’è nulla di edulcorato, ma la sua storia ha un sapore di rivalsa, di speranza, il sapore della fatica che non ha avuto influenze o corrosioni esterne. Kante ce l’ha fatta con le sue gambe, con i suoi polmoni, ma anche con la sua intelligenza tattica fuori dal comune.

Poco comune questo numero 7, per l’appuntamento mensile di Numerologia. Strano, vero? Qualcosa continua a toccarmi. È mia madre, mi vocifera che è pronto in tavola da un’eternità. Ero talmente immerso nel racconto che ho perso la cognizione temporale e non volevo fermarmi.

Forse ho preso da Kante. Lui sì, non si ferma proprio mai.

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