Chiedimi chi era Vicini

Questa mattina, a Brescia, si sono svolti i funerali di Azeglio Vicini, il commissario tecnico che guidò la Nazionale nel mondiale di casa nostra. Aveva 84 anni.

Venne dopo Bearzot, e prima di Sacchi. Stretta tra due mostri sacri del calcio nostrano, la sua esperienza da commissario tecnico è spesso passata in secondo piano. Eppure Vicini è stato uno dei più importanti allenatori della nostra nazionale, uno tra i migliori pensatori della grande scuola di Coverciano. Mise in campo una delle Nazionali più belle della storia, e riuscì a farci amare gli azzurri anche se non vinsero il nostro mondiale, quello di casa.

E’ la sindrome di Van Gogh: per quanto straordinaria sia la tua opera, non è detto che venga riconosciuta dagli altri. Il pittore olandese fu il più grande impressionista di tutti i tempi, ma i suoi contemporanei non lo capirono se non dopo la sua morte. E forse a noi, che siamo critici del calcio, toccherà lo stesso percorso: ora che Azeglio Vicini non c’è più, forse capiremo quanto sia stato importante per il calcio italiano.

 

Azeglio Vicini | numerosette.eu
Azeglio Vicini (Cesena, 1933 – Brescia, 2018). Calciatore e allenatore.

Notti magiche

Italia, 1990. In tivù scorrono senza sosta le immagini di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, coppia eclettica quanto straordinariamente efficace. Compaiono in un video musicale dove ci sono i primissimi effetti speciali. Siamo davanti alla prima MTV, alla televisione pensata per la musica. Cantano una canzone che, assieme all’inno d’Italia e a Bella ciao, è entrata di diritto nell’immaginario collettivo del nostro Paese.

Notti magiche, inseguendo un gol. Lapidaria definizione della passione italiana per il football. Nel colore tronfio del technicolor di inizio decennio possiamo quasi sentire l’odore dell’asfalto secco nelle sere di giugno, la birra ghiacciata appena scaricata dal vassoio del cameriere, la voce inconfondibilmente professionale di Bruno Pizzul che sorregge il montaggio televisivo.

E’ l’estate italiana. Sta iniziando il mondiale di casa nostra, l’unico che abbiamo vinto pur senza alzare la Coppa.

Il vento accarezza le bandiere

Il mondiale di Italia ’90 è stato un evento nazionale senza precedenti. Sulle note di Bennato e della Nannini, apriamo le porte al mondo. Siamo la capitale del calcio, la vetrina di tutto il pianeta. Per quattro settimane, tutte le nazioni dimenticano vecchi rancori e nuovi odi per correre dietro a un pallone. Sarà l’ultimo mondiale dell’Unione Sovietica e della Federazione Jugoslava. Il primo della Germania ormai non più divisa.

Matthaeus Littbarski Roma 1990 | numerosette.eu
Matthaeus e Littbarski furono gli assoluti protagonisti della Germania che vinse il mondiale del 1990 con una delle magliette più iconiche di sempre.

E’ il mondiale di Totò Schillaci, che fece il Paolo Rossi della competizione e vinse il titolo di capo-cannoniere. Ma è anche il mondiale dei nuovi, del ciclo calcistico successivo alla vittoria dell’82. Zenga, Donadoni, Maldini. Gianna Nannini canta: Escono i ragazzi, e siamo noi. Ci dà l’immagine di una nazione con il fiato sospeso, che segue i colori degli undici in campo senza perderne una sola scintilla.

Oggettivamente, la nazionale di Italia ’90 è una delle più forti di tutti i tempi. Oltre ai già citati, nella rosa troviamo, alla rinfusa, Bergomi, Pagliuca, Vialli, Vierchowod, Baresi, Ferrara. Il vecchio e il nuovo. Davanti, poi, non ne parliamo. C’è Roberto Baggio, croce e delizia dei nostri anni Novanta. Che proprio al mondiale segna un gol strepitoso.

Tutto incredibilmente bello: ma chi c’era in panchina, quella volta? Tra Bearzot e Sacchi?

Fino a ieri sera, molto spesso il nome di Azeglio Vicini non ci veniva in mente.

Chiedimi di Azeglio Vicini

Classe ’33, fu un buon difensore e fece la spola tra Serie A e Serie B. Un romagnolo arcigno, con una durissima etica del lavoro, e un senso di fedeltà piuttosto intransigente. Non appena si ritirò gli diedero la panchina della sua squadra, il Brescia, dove aveva chiuso la carriera. Fu un anno infelice, che si concluse con la retrocessione. Scottato da quell’esperienza, Azeglio Vicini capì che forse la sua strada era un’altra, e lo avrebbe portato alle aule di Coverciano.

Era il 1968. Edoardo Bennato aveva 22 anni. Gianna Nannini appena 14.

Azeglio Vicini | numerosette.eu
Uno dei momenti più drammatici di Italia ’90: l’Italia perde ai rigori contro l’Argentina, in semifinale. Si apre una lunga maledizione, che ci colpirà anche nel mondiale di Usa ’94.

Rimane alla corte della Nazionale per trent’anni. Studia, sperimenta, apprende i segreti del mestiere di selezionatore, che in Italia nacque con Pozzo negli anni Trenta. Allena molte squadre giovanili, e fa uno splendido europeo con l’under 21 a metà anni Ottanta.

Quando si siede sulla panchina della rappresentativa maggiore è ormai un signore di quasi sessant’anni. E’ il 1986, e Vicini raccoglie la pesante eredità di Bearzot. Uno che, nel giro di quattro anni, ha vinto un mondiale ed è caduto rovinosamente in quello successivo. Proprio come farà Lippi nel 2006 e nel 2010.

Siamo a Italia ’90. Viene presentata la nostra mascotte, Ciao, che non è proprio il massimo dell’abilità estetica nostrana. Ma ad Azeglio Vicini non interessa. Il c.t. sa di avere tra le mani una delle squadre più forti della storia. E può contare sull’appoggio incondizionato dei tifosi e della stampa. Mai, dentro e fuori da uno stadio, l’Italia è stata così vicina alla sua Nazionale.

Il primo mondiale moderno

Per la prima volta, il mondiale è trasmesso in diretta e in mondovisione. C’è uno sforzo logistico e mediatico che si potrebbe definire a buon diritto rinascimentale. Il calcio moderno nasce in Italia, nell’estate del 1990. Diventa un fenomeno globale come le Olimpiadi. E ci sono soprattutto calciatori leggendari: Higuita, Fonseca, Valderrama; ma anche Careca, Brehme, Matthaeus; Baggio, Gullit, Maradona. Un parnaso con pochi eguali, nella storia della Coppa del Mondo.

Maradona contro l'Italia | numerosettee.u
La notte in cui Napoli tifò contro. Durante la semifinale, che si giocava al San Paolo, il pubblico di casa non poté non tifare per Maradona, il semidio che aveva portato lo scudetto ai partenopei. Quest’immagine è ancora viva nell’immaginario calcistico del nostro Paese.

E’ il primo mondiale moderno, e come tutte le cose ha avuto un prezzo. Perché Italia ’90 non è stato solo l’unico mondiale in cui abbiamo festeggiato senza aver vinto; è stato anche l’ultimo mondiale in cui un “commissario tecnico” si è seduto sulla panchina della Nazionale.

Aristotele e Alessandro

Dopo Vicini arrivò Sacchi. Dopo Italia ’90, ci fu Usa ’94. Due esperienze molto simili, eppure tremendamente diverse. Nel nostro inconscio, Italia ’90 è stata una festa, una meravigliosa vetrina. Abbiamo perso ai calci di rigore, in semifinale, contro l’Argentina di Maradona. Una divinità scesa in terra che per poco non causò una guerra (calcistica) perché i napoletani tifarono lui al posto degli azzurri. Ma anche in America abbiamo perso ai rigori, in finale. Faceva un caldo infernale, Baggio che era l’uomo di punta ci condannò alla medaglia d’argento. Lì non fu una festa. Lì ci fu la netta percezione di aver subito un trauma sportivo.

Azeglio Vicini è stato molto aristotelico, nella sua esperienza in Nazionale. Nella sua selezione si vede l’impronta indelebile della scuola di Coverciano. Aveva imparato i meccanismi, i modi, i tempi. Aveva compreso l’orologio biologico della Selezione, che è fatto di tempismi e di momenti. Semplici è stato l’ultimo “commissario tecnico” della nostra nazionale, l’ultimo studioso di calcio da rappresentativa. Aveva imparato da Bearzot, e dalla burocrazia della Figc. Se non vinse il mondiale fu solo perché ai rigori, si sa, vince la fortuna (o i tedeschi).

Azeglio Vicini e Roberto Baggio | numerosette.eu
Azeglio Vicini in compagnia di un giovane promettente della nostra nazionale, estate 1990.

Poi venne Arrigo Sacchi. Niente più Aristotele. Sacchi fu per il nostro calcio una specie di Alessandro Magno. Era il primo grande allenatore di club che approdava in nazionale, inaugurando una tradizione seguita con esiti alterni negli ultimi decenni. Aveva rivoluzionato il calcio italiano proprio come Alessandro fece con l’esercito greco. Il suo gioco di movimento otteneva, in campo, lo stesso effetto della falange compatta dei macedoni. Spaccava l’avversario. In America Sacchi litigò con Baggio, e alla fine si prese la più amara delle rivincite. Ma questa è tutta un’altra storia.

Dietro le quinte

Vicini si eclissava, durante le partite. Era un romagnolo duro e laconico, molto simile al suo precedessore, il friulano Bearzot. Uno che non parlava molto, non faceva arringhe, non ammiccava ai giornalisti. E aveva un’idea molto chiara di nazionale. Il commissario tecnico è come un alchimista che si ritrova 23 elementi da mettere assieme nel miglior modo possibile. Il suo compito si arresta lì: non può e non deve implementare nulla di diverso. Non ne ha il tempo, né le risorse. Con Sacchi, invece, fu l’esatto opposto. Era cominciata l’era dell’allenatore. Non parliamo di mera semantica: parliamo di modi di intendere il calcio rappresentativo di un’intera nazione.

Vicini se ne è andato tra i suoi cari, dopo una vita spesa per la nostra selezione. Ci è impossibile non legarlo alla “sua” Italia, quella del 1990. Un modello di equilibrio tattico, un baricentro che andrebbe studiato nelle aule di Coverciano.

E così, mentre Un’estate italiana echeggia nella nostra memoria e ci sembra di rivedere i VHS che trasmettono i gol, quasi non ci rendiamo conto dell’artefice che dal bordo del campo rese possibile quel meraviglioso sogno. Perché se è vero che l’Italia non lo vinse, il suo mondiale, fu comunque la migliore versione possibile di sé. E non solo dentro il campo, ma anche fuori. Nel tifo, negli impianti nuovi di zecca, nei collegamenti con tutto il mondo.

Italia '90 | numerosette.eu
L’Italia festeggia il terzo posto dopo la vittoria nella finalina al San Nicola di Bari, disegnato da Renzo Piano. Sullo sfondo, Vicini equilibrato e impassibile. Un vero Aristotele.

Vicini e Svevo

In apertura d’articolo abbiamo scomodato Van Gogh, che mai quando fu un vita si sarebbe immaginato di avere a propria disposizione un’intera sala del Musée D’Orsay per i propri dipinti. Ma forse non è un pittore impressionista l’uomo che più si avvicina alla sobrietà efficace di Vicini.

Vicini ricorda molto di più Italo Svevo. Una vecchia volpe, col vizio per la scrittura. Svevo fu un abile imprenditore, tant’è che l’azienda che ereditò dalla moglie è ancora in piedi, a Trieste. Fa vernici speciali per le imbarcazioni. Ma Svevo aveva sempre desiderato fare lo scrittore, frequentava Joyce e fu il primo in Italia a leggere Freud. Oggi gli riconosciamo che La coscienza di Zeno sia un capolavoro, un antesignano dei tempi che poi vennero. Ma allora non gli diede credito nessuno; l’unico che disse qualche parola di lode fu un certo Eugenio Montale.

Ebbene, la semplicità efficace di Svevo ricorda molto quella di Vicini. Perché se la Nazionale Italiana produsse il più bel mondiale che abbiamo mai perso, larga parte del merito va a lui. Ha preso una squadra di solisti, con un potenziale problema di rottura generazionale (Vierchowod è del ’59 come Ancelotti; Baggio del ’67 e Maldini del ’68. Un abisso, in quel calcio) e l’ha trasformata in una formazione magica. Come le notti che ci fece vivere.

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