Non è facile essere Icardi

Con la rete decisiva siglata nel derby al minuto 92, Mauro Icardi ha toccato quota 113 reti con la maglia dell’Inter (in 191 presenze). L’argentino è ormai stabilmente al nono posto della classifica marcatori All-Time dei nerazzurri e punta con decisione verso l’ottavo posto occupato da Christian Vieri, autore di 123 goal. Considerando soltanto le reti realizzate in Serie A, l’attuale numero 9 nerazzurro ha appena sopravanzato Bobo (104 per l’argentino, 103 per l’attaccante italiano), piazzandosi al settimo posto e risultando, numeri alla mano, il miglior realizzatore degli ultimi 30 anni di storia nerazzurra. Numeri incredibili soprattutto considerando il contesto in cui sono arrivati: una squadra spesso mediocre, capace soltanto nella scorsa stagione di centrare l’obiettivo Champions League. Senza dimenticare che si tratta di un giocatore classe 1993, appena entrato nel prime della sua carriera sportiva.

Considerando i numeri appena esposti – e la fascia di capitano sul braccio – Icardi dovrebbe essere considerato una vera e propria bandiera. Eppure in molti pensano che il centravanti argentino sia parte dei problemi dell’Inter, compresa buona parte della tifoseria. Il suo destino sembrerebbe ormai essere quello di un giocatore che divide, nel bene e nel male.

Odi et amo

I meme rappresentano ormai una importante – e soprattutto immediata – forma di comunicazione su internet. Al punto da spingere a chiedersi se possano essi stessi essere considerati come una produzione artistica. Il messaggio passa veloce attraverso i social network, in maniera molto più incisiva rispetto a quanto può esserlo un testo scritto (a prescindere dalla sua lunghezza). L’immagine sopra indicata descrive fin troppo bene il rapporto tra i tifosi dell’Inter e Mauro Icardi.

L’attaccante argentino è infatti continuamente oggetto di dibattito, sia per le prestazioni offerte sul campo sia per quanto faccia parlare di sè fuori dal terreno di gioco. Nonostante sia ormai da anni costantemente il miglior marcatore – e spesso giocatore – stagionale, al numero 9 vengono spesso addossate le colpe dei continui insuccessi della squadra e spesso, durante i 90 minuti, i suoi errori vengono sottolineati in maniera più evidente rispetto a quelli di altri giocatori. Un po’ come succede per Candreva, con la differenza che, rispetto al giocatore italiano, Icardi risulta essere  sempre decisivo per il destino della propria squadra (e tende a non effettuare spesso scelte illogiche e confusionarie). L’atteggiamento dei tifosi interisti nei suoi confronti risponde proprio alla definizione di diffidenza: ogni partita diviene una storia a sè in cui Icardi è chiamato a dimostrare di essere un giocatore “da Inter”, senza considerare quanto già fatto durante la stagione.

Anche durante il derby, soltanto la zampata finale (con la complicità di Donnarumma) ha permesso all’attaccante di conquistarsi un voto positivo nell’ideale pagella di fine partita. Il movimento dell’attaccante argentino sul cross di Vecino dimostra perchè può essere considerato uno degli attaccanti più letali in area di rigore a livello mondiale. Prima finta il movimento sul primo palo cogliendo di sorpresa Musacchio, dopo di che intuisce l’incertezza di Donnarumma e cambia rapidamente la direzione della sua corsa, capendo per primo dove posizionarsi per colpire il pallone. Il colpo di testa risulta un gesto tecnico quasi banale rispetto allo smarcamento che lo ha preceduto.

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Come detto, a livello di finalizzazione Icardi ha pochissimo da invidiare rispetto ai migliori attaccanti al mondo. Da più parti gli viene però rimproverata una certa tendenza a nascondersi per lunghi tratti di partita, ed anche la partita contro il Milan può essere presa come esempio. Durante i 90 minuti, infatti, il numero nove ha completato soltanto sette passaggi su nove tentativi, con un numero di tocchi (16) più basso rispetto agli altri ventuno giocatori (senza considerare dunque le sostituzioni). Analizzando la mappa elaborata da Whoscored.com e mettendo a confronto la sua prestazione con quella del collega Higuain è possibile notare come pochissimi di questi tocchi siano avvenuti nella propria metacampo, sintomo di un atteggiamento poco associativo più volte sottolineato anche dallo stesso Luciano Spalletti. Anche la passmap elaborata da 11tegen11 dimostra come Icardi non abbia dialogato bene con la squadra, rimanendo escluso dalla circolazione del pallone.

La sfida tra Icardi e Higuain | numerosette.eu
In blu i tocchi di Higuain, in arancione quelli di Icardi: la differente presenza all’altezza della propria trequarti è evidente, anche in una serata non esaltante per l’attaccante rossonero.

Il centravanti di Schrodinger

Senza addentrarci in spiegazioni sulla teoria legata alla meccanica quantistica elaborata da Erwin Schrodinger, lasciamo alle parole di Sheldon Cooper una spiegazione maggiormente fruibile del famoso “paradosso del gatto di Schrodinger“. Applicandola alla storia di Mauro Icardi, il paradosso sta proprio nella visione che il tifoso nerazzurro ha dell’attaccante argentino: può egli essere il trascinatore e un peso per la squadra nello stesso momento? Quale delle due definizioni può essere considerata sbagliata – o meno verosimile –  considerando l’enorme quantità di prove (scatole, nel nostro esempio) a disposizione?

Prendendo in considerazione i numeri di questa stagione, Icardi è al 21esimo posto per tiri a partita (in media 2,6), 13° se si elencano soltanto gli attaccanti centrali. Senza paragonarlo all’enorme mole di tiri di Cristiano Ronaldo – 8 a partita – l’argentino risulta essere indietro rispetto ai suoi rivali Dzeko, Higuain, Immobile e Milik, riferimenti centrali delle squadre dirette concorrenti dell’Inter. La situazione migliora leggermente analizzando il numero di tiri in porta – 1,3 a partita, settimo in classifica – potendo dunque vantare una maggiore precisione (50%) rispetto a molti dei suoi colleghi. Basti pensare ai numeri di Dzeko (35%) e Higuain (27%) per rendersi conto di quanto Icardi sia letale e inquadri quasi sempre la porta. La distribuzione delle sue conclusioni lo aiuta e dimostra, una volta di più, come il suo terreno di caccia preferito sia l’area di rigore (1,7 tiri rispetto agli 0,4 da fuori area). La sua precisione al tiro fa certamente parte delle qualità innate dell’argentino, dimostrate sin dalla sua prima stagione in Italia in maglia blucerchiata.

Com’è facile intuire dall’etichetta di giocatore poco associativo che Icardi si trascina dietro (non a caso), il numero di passaggi a partita è nettamente inferiore rispetto agli altri attaccanti. I freddi numeri parlano infatti di 12,4 passaggi effettuati in media a partita, con una precisione del 72%: quasi la metà rispetto ai passaggi effettuati dai migliori attaccanti della Serie A e con una precisione nettamente inferiore; Dzeko, giusto per fare un esempio, completa infatti circa 23,3 passaggi con una precisione del 80%. Numeri simili per Higuain (22,8; 89% di precisione), Immobile (23,3; 80% di precisione) e Milik (19 passaggi tentati con l’84% di precisione). Ciò che però non viene riconosciuto a Icardi dai freddi numeri sono la quantità di scatti che il numero 9 effettua durante una partita. Molto spesso infatti a lui è deputato il compito di creare spazi per i movimenti degli esterni e del trequartista, allungando il campo con movimenti alle spalle della difesa. L’argentino non sarà mai un centravanti di manovra – per usare un’etichetta forse vecchia – come Edin Dzeko, anche perchè l’idea di gioco di Spalletti non si basa tanto su un attacco posizionale quanto su pressione alta e attacco in transizione. L’idea, ribadita spesso dai tifosi, che Icardi aspetti soltanto il pallone in area per finalizzare non corrisponde assolutamente a verità. In uno sport episodico come il calcio il suo killer instinct spesso fa la differenza tra uno scialbo pareggio ed una epica vittoria al 92°. Come successo nel derby.

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