Di amori, ritorni e altre faccende NBA

Chi potrebbe mai dire che la lontananza possa affievolire una bellissima storia d’amore?
Se la risposta a questa semplice e complessissima domanda fosse data solamente vedendo l’accoglienza tributata dai Miami Heat a Dwayne Wade nel suo ritorno a South Beach, nessuno oserebbe dire che effettivamente la distanza possa smussare un amore degno di questo nome.
Verrebbe da dire allora, citando Dostoevskij, che è proprio vero che è nella separazione che si sente e si capisce la forza con cui si ama.
Poi però c’è anche una partita da giocare e i sentimenti bisogna metterli per forza in un cassetto.

Someone like you…

Come d’incanto, coloro che erano accorsi alla American Airlines Arena per salutare il loro campione si rendono conto che quel magnifico fulmine con il numero 3 oggi non indossa la sua classica divisa bianca, ma una rossa, e in mezzo a quella canotta c’è scritto a caratteri cubitali “Bulls” e non “Heat“.
Anche al più duro di cuore sarà scesa una lacrima vedendolo prendere la linea di fondo e segnare un canestro dei suoi.
Venne, vide e vinse, tornò, vide e vinse; accezioni estremamente diverse ma il risultato è sempre quello e, anche se la serata non è delle migliori, Wade esce vittorioso.

O Dwayne, O Dwayne, perché ci hai abbandonati?” avranno pensato tante persone.
Non siate arrabbiati vi dico io: davvero pensavate che, per un ragazzo nato e cresciuto a Chicago negli anni ’90 “sognando Jordan“, il richiamo dei Bulls non fosse così forte da spingerlo a tornare nella Windy City?

Da un ritorno che sta dando gli effetti sperati ad un altro altrettanto positivo, quello di Dwight Howard ad Atlanta. O quello di Superman a Krypton, vedete voi.
Si diceva che le aquile della Georgia avrebbero patito il cambio Horford-Howard ma, almeno in queste prime partite, la sostituzione non sembra essere stata patita per nulla e con Howard che si è rimesso il mantello rosso, la squadra vola.
Negli ultimi giorni si sono anche “permessi” di andare a vincere a casa di King James, mettendo fine all’imbattibilità dei Cavaliers, unica squadra ancora senza sconfitte in NBA.
Con una solida doppia doppia di media il nostro Superman sta tornando dopo anni difficili e, ad Atlanta, un’area così infuocata, dopo “Via col vento” l’hanno vista poche volte.

Spostiamoci ora nella Western Conference per parlarvi di una squadra molto promettente che in questi ultimi giorni sta letteralmente stupendo.
No, non sono i tanto citati Minnesota Timberwolves di Towns, Wiggins e LaVine, ma una squadra del quale in estate si è parlato troppo poco per quello che stanno mostrando, ovvero i Los Angeles Lakers.
Il Kobe Farewell tour della scorsa stagione ha messo in secondo piano quanto di buono stessero facendo all’ombra di Hollywood, per ricostruire una squadra disastrata negli ultimi anni.
Oltretutto, ad elementi di prospettiva già molto buoni come D’Angelo Russell, Jordan Clarkson e Julius Randle dall’ultimo draft è arrivato un grandissimo prospetto come Brandon Ingram, che sebbene non in luce in queste prime uscite, dopo un periodo di adattamento potrà sfondare nei piani alti della Lega.

 Now it’s D’Angelo’s town

Tutti si aspettavano per i gialloviola un’altra stagione nei bassifondi, loro però non lo sanno e non hanno ascoltato continuando a volare.
Attualmente sono sesti nella Western Conference, stanotte hanno rimontato 19 punti di svantaggio in casa dei Sacramento Kings, andando a vincere di 10 punti alla fine sul 91-101. Bella dimostrazione di carattere per un gruppo così giovane.

Tra l’altro, quello tra Lakers e Kings non è stato l’unico derby disputato in questi giorni: ne sono stati disputati altri due e tutti nella notte tra mercoledì e giovedì.

Il primo si è giocato tra New York Knicks e Brooklyn Nets in una Grande Mela in subbuglio e divisa tra i festeggiamenti alla Trump Tower e le proteste contro il neo presidente.
Ironicamente, a vincere è stata una squadra altrettanto incasinata come i Knicks, che dovranno ancora trovare l’assetto migliore tra nuovi arrivati e presenti dalla scorsa scorsa stagione ma che intanto portano a casa il primo derby stagionale.

Il secondo, decisamente più valido, si è giocato in Texas, dove, a far paura, non è decisamente Donald Trump.
Qui a seminare il terrore ci pensa, come sempre, “The Beard“, James Harden, che tramortisce Popovich, Leonard e tutta San Antonio con 24 punti, 15 assist e 12 rimbalzi, per la vittoria di misura 99-101 dei Rockets sugli Spurs.

Fear the beard.

 

Per una squadra storica che va alla grande, ce ne è una che in questo inizio di regular season sta facendo davvero fatica.
Sono i Boston Celtics che, a dispetto dei pronostici che li davano come terza forza ad est dopo Cleveland e Toronto, stanno trovando tantissime difficoltà in queste prime uscite.
Pesano certamente le assenze di Horford e Crowder, ma dai ragazzi di Stevens, sui quali si è creato un hype forse esagerato, erano in molti ad aspettarsi di più.
Non poca paura ha fatto la sconfitta dell’altra sera contro gli Washington Wizards, squadra certamente non irresistibile ma che ha dominato Thomas e i suoi largamente, vincendo di ben 25 punti per 118-93.

La notte ha portato in dote il primo successo stagionale dei New Orleans Pelicans di Anthony Davis, il cui talento è talmente inversamente proporzionale a quello della franchigia in cui gioca che riesce ad esaltarsi anche in una situazione desolante come quella della città del Jazz.

 Basta, si è stancato di perdere!

E ancora una volta, i Philadelphia 76ers saranno l’ultima squadra NBA a vincere una partita, con la risalita rimandata ancora di un altro anno.
La franchigia della città dell’amore fraterno, che da anni ormai gli unici piani alti che vede sono quelli del Draft, sembra tuttavia aver ricevuto finalmente una buona notizia, ovvero il ritorno di Joel Embiid, stupefacente per rendimento, tenendo conto che è al rientro alle gare dopo due anni di infortuni. Aspettando Ben Simmons, l’unica cosa che possono fare i tifosi di Phila è guardare al futuro.

Valeva la pena di aspettare Embiid

Eccoci qui, all’inizio di questo pezzo vi ho fatto una domanda, ve la ricordate?
Non vi ho detto però quella che per me è la risposta.
Sinceramente credo che si, la lontananza possa cancellare una bellissima storia d’amore.
Credo però anche che la lontananza per l’amore sia come il vento per il fuoco, se il fuoco è piccolo il vento lo spegnerà, se invece è grande allora lo farà divampare ancora di più.
Evidentemente il fuoco tra Wade e Miami era molto grande e il suo trasferimento nella città del vento lo ha fatto esplodere in tutto il suo calore.
E infondo, a chi in questi giorni ha visto l’America dei buoni sentimenti affondare, basta questo per riaccendere la speranza.

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