«Let’s use our platforms, and take this day, to talk about how we can be louder than all of this silence and quieter than all of this noise»

A parlare, anzi a scrivere, è Stephen Curry.
In occasione del Veterans Day dell’11 novembre scorso, la stella dei Golden State Warriors ha scritto una lettera, pubblicata dal sito The Players’ Tribune, intitolata The Noise. Vi proponiamo il video di Curry che legge un estratto della lettera durante una puntata del Tonight Show di Jimmy Fallon.

A quale rumore si riferisce Steph? Per rispondere, analizziamo la frase, riportata in alto, con la quale il due volte campione NBA ha chiuso la sua lettera.
Curry incita gli atleti americani ad utilizzare le proprie piattaforme per discutere su come possano essere «più rumorosi di tutto questo silenzio e più silenziosi di tutto questo rumore», riferendosi al periodo di crisi che sta attraversando l’America. Una crisi che deriva dalle gravi tensioni provocate da tematiche che hanno eternamente scosso la società americana: le discriminazioni razziali, la lotta per i diritti civili e la battaglia contro le disuguaglianze.
Gli sportivi americani, in particolare quelli afroamericani, hanno assunto la piena consapevolezza di poter giocare un ruolo molto importante in una situazione di crisi dei valori della società, esulando dal mondo dello sport per entrare prepotentemente in quello dell’impegno sociale.
Steph Curry esorta i colleghi a combattere il silenzio, senza sfociare nel rumore; evidentemente si riferisce al silenzio e al rumore orchestrati a proprio piacimento dai protagonisti della politica a stelle e strisce.
Il silenzio riguardo i morti nelle strade, il rumore contro chi protesta pacificamente.
Curry, nella lettera, cita esplicitamente la vicenda della NFL, dove la maggior parte dei giocatori si inginocchia durante l’inno per protestare contro le discriminazioni razziali, emulando il gesto dell’ormai ex (nessuna squadra vuole più ingaggiarlo) quarterback Colin Kaepernick.

La protesta silente di Colin Kaepernick ha ispirato i giocatori NBA | numerosette.eu

Il “kneeling” di Colin Kaepernick

Anche il Re si schiera con Steph

Anche Curry ha protestato a modo suo, rifiutando di recarsi alla Casa Bianca, come da tradizione per i campioni NBA. Tale rifiuto ha scatenato una battaglia social tra le due massime personalità dello sport e della politica americani: LeBron James e Donald Trump.
Trump ha accusato Curry di non rispettare quello che, a suo parere, è considerato un grande onore; il Presidente ha così ritirato l’invito dei Warriors alla Casa Bianca.
James, la cui rivalità con la squadra della Baia sta riscrivendo la storia della NBA, ha apertamente difeso Curry, accusando Trump del fatto che i giocatori consideravano un grande onore andare in visita alla Casa Bianca per celebrare la vittoria dell’anello, fino a quando lui non è diventato l’inquilino del 1600 Pennsylvania Avenue, Washington DC; la Presidenza Obama ha significato tanto per gli atleti afroamericani, che oggi non si sentono più rappresentati dalle istituzioni e, in modo particolare, da Donald Trump.

Lo stesso LeBron si è fatto promotore di una campagna per l’uguaglianza del suo sponsor tecnico, tanto da giocare la prima gara della regular season con un paio di scarpe totalmente nere che riportavano la scritta Equality, ben visibile sul bordo posteriore.
Il Re ha pubblicato la foto delle scarpe sui suoi profili social, inneggiando alla perseveranza degli atleti contro le avversità, per trasformare la negatività in felicità e amore.

Lo sport USA ha raggiunto l’età della consapevolezza, the age of awareness.
Anche i Repubblicani comprano le scarpe” diceva una volta Michael Jordan, tracciando un confine tra lui e alcuni famosissimi sportivi neri del passato, al quale, evidentemente, alcuni campioni di oggi si stanno ispirando.
Gli atleti sono infatti consapevoli di poter cambiare le cose, di poter influenzare le persone a fare del bene, di poter combattere la violenza e le discriminazioni con l’impegno e le parole.

Green aiuta Curry, non in campo stavolta

Sulle orme di Steph Curry, un altro cavallo di razza della scuderia Warriors ha espresso pubblicamente questi concetti: si tratta di Draymond Green, il quale, pochi giorni dopo la pubblicazione della lettera del numero 30, ha avuto un incontro con gli studenti dell’Harvard Kennedy School di Boston.
L’orso ballerino ha, in un certo qual modo, ripreso le parole del suo playmaker, esortando se stesso e i propri colleghi a prendere parte attiva nel processo di educazione delle persone riguardo temi come i diritti civili, l’uguaglianza e l’accettazione del prossimo. «We’re not just basketball players», ha detto Green, riferendosi proprio alla capacità che gli sportivi hanno oggigiorno di influenzare l’opinione pubblica.
Ciò deriva dalle possibilità offerte dalle piattaforme social, grazie alle quali ogni loro messaggio ottiene risonanza a livello globale.

Nani sulle spalle di giganti

A spingere sul concetto degli sportivi come punto di riferimento ci ha pensato anche Kareem Abdul-Jabbar; la leggenda dei Los Angeles Lakers, in occasione della presentazione del suo nuovo libro, ha dichiarato che gli atleti sono le persone più ammirate dai bambini dopo i genitori, e per questo devono essere responsabili, aggiungendo la propria voce alla lotta per la parità razziale.
A parlare è un personaggio che ha vissuto da protagonista l’epoca in cui Muhammad Ali protestava contro le discriminazioni razziali in America, opponendosi alla Guerra del Vietnam e rischiando così di mettere a repentaglio la carriera.
In un celebre incontro, avvenuto a Cleveland nel 1967, i più grandi atleti afroamericani dell’epoca fecero sentire all’America il proprio sostegno nei confronti della protesta di Muhammad Ali; all’incontro, oltre ad Ali, Abdul-Jabbar e Jim Brown, prese parte anche Bill Russell, altra leggenda vivente della NBA. Questo a testimoniare come il basket, e più in generale lo sport americano, sia sempre stato presente nella lotta per i diritti civili.
Evento al quale seguirà poi la celebre e controversa protesta delle Olimpiadi messicane dell’anno successivo, quando Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio dei 200 metri scalzi e con il pugno, avvolto in un guanto nero, alzato.

La protesta degli sportivi trova le sue radici nel passato | numerosette.eu

Bill Russell, Muhammad Ali, Jim Brown e Kareem Abdul-Jabbar nel 1967 a Cleveland

I gesti dei grandi dello sport americano, come Muhammad Ali, Jesse Owens e Jackie Robinson, hanno spinto gli atleti odierni a raggiungere la piena consapevolezza dei propri mezzi.
Se Curry e Green, James e Wade, Anthony e Paul, hanno fatto sentire la propria voce contro le ingiustizie  che pervadono la società americana, è perché in passato qualcun altro ha spianato loro la strada.
Ecco perché i continui riferimenti degli sportivi ai personaggi che hanno scritto la storia, non solo dello sport, ma anche e soprattutto della società americana.
Si tratta di veri e propri guerrieri della parola, paladini di un movimento di protesta che continuerà a esistere finchè l’America, il Paese più controverso di tutti, ne avrà bisogno.