Mondiale di Pirro

È finita come doveva finire. Il Real Madrid è diventato il club più forte del mondo per la sesta volta nella sua storia (3 vittorie quando si chiamava Coppa Intercontinentale, altre 3 da quando è denominata Mondiale per Club), al termine di una partita che è stata tutto tranne equilibrata: da subito, i Galacticos hanno preso l’egemonia del gioco e non hanno lasciato spazi agli avversari di giocata. Solo preghiere, quello sì: obiettivamente parlando, solo un miracolo avrebbe potuto invertire un verdetto che, ad essere sinceri, sarebbe potuto essere molto più pesante. Ma può succedere quando il tuo Cristiano Ronaldo si chiama Luan (chi?) e quando il principale grattacapo per la coppia collaudata Sergio Ramos – Varane si chiama Lucas Barrios, che una decina di anni fa – nel fiore della carriera – era considerato un’attaccante nella norma. Non per niente, l’unico tiro verso la porta di Navas è arrivato con un calcio di punizione battuto dal terzino Edilson, dopo una rincorsa di stampo RobertoCarlossiano. Certo, la vera forza la fa il gruppo – e al Gremio si possono solo fare i complimenti per la vittoria in Copa Libertadores – ma per affrontare il Real Madrid, oltre che un gruppo forte, ci vogliono anche giocatori forti.

Ronaldo Campeones

C’è una cosa che però risulta difficile da capire: perché si continua a giocare il Mondiale per Club?

Certo, questa risulta comunque tra le competizioni ufficiali della FIFA, quella che, fondamentalmente, “chiude il cerchio” della stagione sportiva – che poi ci può stare, ideologicamente, un ultimo duello prima della fine del calendario gregoriano. Ciò che, però, tutti hanno sotto gli occhi è che è un torneo piatto con un esito pressoché scontato, scritto già prima di iniziare. Si può fare un chiaro riferimento al mondo delle scommesse: se si piazzava un euro sul Gremio vincitore in finale, si vinceva undici volte la quota. Se il dato non convince, si può dare un’occhiata all’albo d’oro della competizione: nelle 14 edizioni disputate, per dieci volte una squadra europea è risultata vincitrice – le altre 4 sono sudamericane; e va bene che, come insegna de Coubertin, “l’importante è partecipare”, ma tra partecipare e fare bella figura c’è una differenza notevole – riferendosi a tutte le altre squadre. Per questo, il titolo dell’articolo è “Mondiale di Pirro”: un torneo inutile e dall’esito scontato. Parafrasando le parole di Ibrahimovic, che nel 2013 riferendosi al Pallone d’Oro disse: “Non mi serve vincerlo per sapere che sono il migliore”, le squadre che dominano l’annata calcistica hanno davvero bisogno di alzare l’ennesimo trofeo – in un torneo che è tutto fuorché equilibrato – per sapere di essere i migliori sul pianeta?

Certo, non si mettono in discussione gli ingenti introiti televisivi e pubblicitari che giungono nelle casse degli organizzatori del torneo, ma è dubbia l’efficacia di questo sistema. E mettere a confronto una squadra come quella delle Merengues (che vanta un fatturato di 2.976 milioni nel 2017) con team del calibro dell’Auckland City (il cui stadio vanta 3.500 posti a sedere) può apparire – anzi, è – una barzelletta.

“High Five” tra Modric – miglior giocatore del torneo – e CR7 – MVP della finale.

Senza dubbio, la “fortuna” del Mondiale per Club sta nel far conoscere alla gente club rinomati solo per gli addetti ai lavori. Durante questa edizione, ad esempio, si è potuto vedere di che pasta è fatto l’Al-Jazira – che fino a due giorni fa era solo un’importante televisione araba – e del muro Housani, autore di parate incredibili (se le avesse fatte Buffon, il giorno seguente sarebbe stato sulle copertine di tutti i giornali); o per buttarla sul ridere, abbiamo potuto constatare che in Nuova Zelanda non esistono solo gli All Blacks, e che in Giappone gli Holly & Benji della situazione giocano nell’Urawa Red Diamonds campione continentale. Nell’anno dell’Inter ci fu il Mazembe, che ironia della sorte vinse contro l’altro club di Porto Alegre – oltre al Gremio c’è infatti l’Internacional – prima di fermarsi in finale con la squadra dell’allora Benitez. Il Mondiale per Club dà spazio a realtà meno importanti del calcio mondiale per una settimana all’anno, ma ne vale la pena se alla fine, a vincerlo, sono sempre quelle più ricche e rinomate?

Chiaramente, sono tutte “chiacchiere da bar”, o discorsi che si possono fare tra amici davanti ad una bibita il sabato sera. E anzi, pensandoci bene, la degna conclusione sta tutta in una frase di una canzone di Salmo.

“Vabbè, balliamo.”

Muteba Kidiaba esultò così, in occasione del raddoppio del suo Mazembe sull’Internacional. E’ lui il nuovo Rudolf Nureyev?

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