Come i gabbiani

“È tutto lì, a portata di mano. Giù le gambe, pronto in ricezione, bisogna metterla sulla testa di Simone. Arriva. È una cannonata, ma devo prenderla. Si. Ci siamo. Alzala in ‘due’ ora Simo! Così, bravo. Un’occhiata al muro che sta per posizionarsi, uno alla difesa che si sistema in campo. Stacco. La prendo. Ho  aggirato il muro. Il pallonetto non se l’aspettavano. Però da qui non vedo se cade. Ti prego fa che fischi. Falla cadere. Fischia…”

Il Mondiale pallavolo dell’Italia è cominciato alla grande. Ma procediamo per gradi, dalla grande Italvolley del 1978.

Un salto nella storia

Seguendo il corso della storia, fino all’ultimo ventennio del XX secolo l’Italia non venne mai annoverata tra i più grandi. Scoprì di essere “portata” per la pallavolo solo negli anni settanta, con quella nazionale del 1978 che, nei mondiali di casa, arrivò seconda solo dietro l’URSS. Erano imprevedibili, consistenti, davano sostanza a ogni gioco che creavano; ognuno dei tre tocchi era preciso e sistematico, come se fosse un codice scritto in termini algebrici da menti che lavoravano come un ultimo ritrovato di tecnologia in un periodo in cui le macchine ancora non potevano sostituire l’uomo. Vennero ribattezzati “Gabbiani d’argento” da Giulio Berruti, per quella capacità che si era vista in quel frangente di riuscire a sfruttare le correnti ascensionali della prima linea, dove ogni alzata era un sogno, ogni schiacciata una realtà.

I gabbiani al Mondiale pallavolo | Numerosette Magazine
I gabbiani d’argento

Ma nonostante l’incredibile prestazione e l’idea che anche su un campo da pallavolo gli azzurri potessero dire la loro, l’Italia rimase inchiodata in un limbo infernale dal quale non riuscì a estraniarsi o a fuggire, complice la sfortuna (e forse anche l’insicurezza) che era più forte di quelle palle messe a terra da ogni centrale e martello. Così bisognò aspettare il 1989 per vedere dei cambiamenti, non solo in campo, ma soprattutto nella psicologia del gioco azzurro.

Velasco e “i Fenomeni”

Julio Velasco è lì che mese mano, nella testa di quei giocatori che riscrissero la storia della maglia azzurra su un quel campo di diciotto metri. Al primo trofeo importante da allenatore, la “Generazione di Fenomeni” vinse l’Europeo. Composta da Zorzi, Papi, Lucchetta, Tofoli e altri nomi passati alla storia per quelle loro incredibili gesta, la formazione azzurra non si saziò mai di medaglie e vittorie, vincendo l’anno successivo quella World League appena creata dalla FIVB, trasformando in Gabbiani d’oro quelli che nel ’78 si erano arresi sul secondo gradino del podio.

La nazionale macinò vittorie, creò gioco, vinse tutto. Tranne una medaglia; quella d’oro alle Olimpiadi. Due titoli mondiali in due edizioni con Velasco a capo delle operazioni, tre titoli di World League in tre anni consecutivi e…la delusione del 1996. Ad Atlanta arrivarono come favoriti quei fenomeni, e da favoriti videro strapparsi dal collo quella medaglia d’oro che ormai sembrava essere a un passo, ormai vinta, da un’Olanda falciatrice di sogni e speranze. Mancava solo quel metallo per rendere a tutti gli effetti la nazionale di Velasco la più vincente di sempre, ma non riuscì mai a conquistarlo. In quell’anno l’era dell’argentino si concluse, lasciando il posto che per 7 anni aveva scaldato e reso grande a Bebeto che, complice il lavoro ancora fresco di Julio, portò a casa il sesto titolo di World League (in sette anni di vita) e il terzo titolo mondiale consecutivo, vincendo in finale contro la Jugoslavia.

Quella finale, a Tokyo, fu il coronamento di un percorso triennale eccezionale, mai riuscito a nessuno, nemmenoi al grande URSS: ancor più curioso che la stessa Jugoslavia si sia imposta pochi giorni prima, con un secco 3-0. Proprio come a Rio, quando Cuba inflisse agli azzurri un netto 3-0 nel girone di Brasilia ma dovette cedere il passo all’Italia. Gli azzurri hanno sempre saputo tirare fuori qualcosa in più dalle sconfitte, in tutte le discipline sportive: basti pensare ad Atene ’94, a quella sconfitta contro il Giappone nel girone eliminatorio che imbestialì Velasco. Forse servì a qualcosa, forse ci diede la carica giusta per compiere una grande impresa e a battere l’Olanda in finale.

Mondiale pallavolo Olimpiadi | Numerosette Magazine
Vincenti e fenomeni

Eleganti oltre ogni misura, precisi quanto bastava per vincere più degli altri, folli oltre modo per far sì che un’intera nazione s’innamorasse di uno sport che, tanto allora quanto adesso, connette milioni di italiani, “l’Italvolley” scosse quei diciotto metri di campo, costruendo magie nei propri nove. Ma fu quello l’ultimo titolo Mondiale di una nazione che di lì in poi vinse due Europei e altri due titoli di World League, cedendo poi il passo a un Brasile venuto fuori alla luce dei riflettori come la migliore ballerina di flamenco, iniziando il suo ballo dolcemente e lentamente, aumentando sempre più un ritmo che in pochi sono riusciti e stanno riuscendo a tenere.

Ora tocca a voi

Negli anni 2000, tra alti e bassi, e dopo la delusione del Mondiale casalingo del 2010, il tricolore è tornato a a casa. Si sta svolgendo a metà tra il Bel Paese e la Bulgaria questo affascinante Mondiale di Volley, con Zaytsev capitano di una nazionale che sta mostrando tutte le qualità di un gruppo cresciuto con il mito di quella generazione di fenomeni che ha dettato legge e che ha scritto la storia degli anni ’90 della pallavolo. Sono di certo cambiate le regole nel corso degli anni, ma la voglia di restare al vertice Mondiale è rimasta senza dubbio la stessa.

Prova tangibile è la straordinaria voglia e la massima concentrazione che la nazionale, affidata a Blengini dal 2015, hanno messo già nel primo girone di qualificazione. Si, perché per chi non lo sapesse, il regolamento del Mondiale di Volley prevede qualche differenza rispetto a molti altri sport. All’inizio del torneo sono stati stilati 4 gironi, all’interno di ognuno 6 squadre e solo le migliori 4 di ogni girone potevano accedere al turno successivo. Questo vedrà (a partire da domani) l’inizio di un secondo turno da 4 gironi con 4 squadre per girone. Da qui usciranno le prime di ogni raggruppamento e le migliori seconde, che saranno poi sorteggiate per essere inserite in un ultimo turno composto da due gironi da 3 squadre ciascuno. Le prime due classificate di quest’ultimi gironi, si incroceranno nelle semifinali e, successivamente, in finale.

Il Mondiale sta entrando nel vivo.

Italia Slovenia Mondiale pallavolo | Numerosette Magazine
Finora impeccabili.

Il cammino Mondiale

I nostri azzurri finora hanno perso solamente due set, vincendo tutte le partite disputate contro, in ordine, Giappone, Belgio, Argentina, Rep Dominicana e Slovenia. Il secondo girone sarà sicuramente più tosto, vista la presenza della Russia e dell’eterna nemica degli anni ’90, l’Olanda. E da non sottovalutare, anche la Finlandia, che potrebbe essere la sorpresa di questi mondiali italo-bulgari. Finora le rotazioni degli azzurri sono state al limite della perfezione, con una percentuale di attacchi decisamente alta, soprattutto quando le braccia di Juantorena e Zaytsev vengono perfettamente imbeccate dalla genialità di Simone Giannelli.

Blengini sta trovando anche la giusta alchimia con chi parte dalla panchina, con Daniele Mazzone decisivo più che mai nelle battute e Gabriele Maruotti sempre pronto quando chiamato in causa. Il talento c’è, la voglia di stupire anche. Magari per tornare a sperare in un sogno che da 20 anni, ossessiona ogni allenatore che si sia seduto sulla panchina azzurra. Magari per tornare ai fasti di una volta.

O magari per provare a volare come quei gabbiani del ’78, più in alto di quelle nuvole che oscurarono il sole, più in alto di quell’argento che proveranno a trasformare in oro.

In oro Mondiale.

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