Ci sono continui sliding-doors che noi ignoriamo durante il corso della nostra esistenza. Pensate a tutti quei momenti in cui il percorso di vita di chiunque possa deragliare su un altro binario. A volte basta un attimo, oppure qualche mese, talvolta occorrono anni.

Poi provate a voltarvi indietro, ricordando quello che avete fatto e quello che eravate, semplicemente vi scapperà un sorriso, una risata. “Ma come è stato possibile? Ma no dai, incredibile”.

Dalle tournèe con una compagnia teatrale all’intervista con Rafa Benitez: è il viaggio di Mirko Calemme, corrispondente italiano per As, uno dei principali quotidiani sportivi di Madrid. Un viaggio iniziato a Napoli, sua città natale, dove ha mosso i primi passi da giornalista e nel mentre recitava in giro per l’Italia con la convinzione che, con la determinazione giusta, il sogno che si ha sin da bambino non si può interrompere.

“Ad As ci sono finito mandando semplicemente un curriculum e qualche pezzo, un periodo di prova e poi l’assunzione. Un po’ come fa un operaio o un impiegato che cerca lavoro. Mi ritrovai catapultato in tutto quello che ho sempre desiderato. Ricordo la mia prima grande intervista, con Rafa Benitez, un personaggio unico, mi fece sentire subito a mio agio. Un pomeriggio invece andai a Trigoria, aspettavo Spalletti per un’intervista, arrivò in tenuta da jogging con tanto di cavigliere, rimasi impressionato dalla sua prestanza atletica. Finimmo anche per guardare qualche partita assieme”.

“A colloquio con Benitez”

Lavorare in un altro paese e in un altra lingua significa anche adattarsi ad un certo metodo di lavoro dapprima sconosciuto. Mirko ha dovuto cambiare uno stile giornalistico tutto italiano, trovando però alcune corrispondenze che sono tipiche della professione. Mi sono sempre chiesto come vengono affrontate mediaticamente le situazioni più clamorose di calciomercato all’estero.

“In Italia è leggermente diverso, si vive il calcio con un certo pathos dalla Serie A fino alle serie dilettantistiche. In Spagna quel tipo di attenzione, per certi versi morbosa, riguarda principalmente Real Madrid e Barcelona. Il che significa che l’attenzione mediatica è concentrata su queste due potenze. Mentre da noi abbiamo la Juve, le milanesi, la Roma e il Napoli, in Spagna difficilmente squadre di seconda fascia, seppur rispettabili, come Valencia o Sevilla riescono ad ottenere rilevanza sui media”.

I principali quotidiani sportivi spagnoli sono famosi da noi per essere di parte, chi è vicino al Mondo Real Madrid come Marca, o chi segue in particolare le vicende blaugrana come Mundo Deportivo. Il marchio che contraddistingue questi quotidiani è il titolo, talvolta pungente e velenoso nei confronti degli avversari o persino degli arbitri. Un modello giornalistico che in Italia è difficilmente pensabile su scala nazionale. Anche se qualcosa sta cambiando.

“Mai giudicare un giornale dalla copertina. Per quanto riguarda As, è chiaramente interessato particolarmente al Real Madrid, ma attraverso un giudizio puramente obiettivo, spesso è molto critico nei confronti delle scelte di Florentino Perez. As però è molto di più, ci sono sezioni anche per le altre squadre e soprattutto offre edizioni locali in Galizia, nei Paesi Baschi e in altre parti della Spagna. È uno dei quotidiani più strutturati e diffusi al mondo, esiste in Cile, in Colombia e si sta diffondendo anche in America. Si, in Italia ci stiamo avvicinando ad un certo modello tipicamente spagnolo, penso alle telecronache faziose o ai tanti giornalisti che si legano palesemente ad una squadra”.

In Spagna stiamo assistendo ad un cambiamento radicale nella filosofia di Real Madrid e Barcelona. Un’inversione di rotta difficilmente pronosticabile fino a qualche anno fa, con i Galacticos che si contrapponevano ai ragazzi della Masia, la florida cantera del Barça che ha visto fiorire i suoi migliori frutti nel primo decennio del 2000. I blaugrana stanno facendo molta fatica a ripercorrere quella rotta e pare ci abbiano definitivamente rinunciato, discorso diverso ora per le Merengues. Asensio, Theo Hernandez, Ceballos, sono i nuovi volti, giovani e spagnoli, della Casablanca.

“Era un cambio di passo che il madridismo ha esplicitamente chiesto a Florentino Perez, l’era dei Galacticos ha ottenuto meno di quello che avrebbe dovuto. Negli ultimi anni si è intrapresa un’altra strada, per altro molto vincente con 3 Champions League vinte nelle ultime 4 stagioni calcistiche, meno stranieri e più giocatori spagnoli, ma soprattutto meno acquisti dispendiosi. Difficilmente le cose cambieranno finchè si continuerà a vincere. La cantera del Barça a mio avviso resta ancora di altissimo livello, semplicemente la concomitanza di tre alieni come Xavi, Iniesta e Messi, ha reso facile la vita all’epoca a gente come Busquets o Pedrito, diventando grandi in un equipo quasi irripetibile”.

Nuovi volti: Marco Asensio

Da appassionati di calcio veniamo a conoscenza di luoghi geograficamente simbolici dove i tifosi celebrano le imprese delle proprie squadre del cuore. Se abbiamo sentito parlare di Plaza de Cibeles, la storica piazza dove vengono festeggiati i trionfi del Real, oppure di Plaza de Cànovas del Castillo e della sua fontana, monumento di culto degli aficionados dei Colchoneros dove vengono immortalate le vittorie dell’Atletico Madrid, più complicato è sentir parlare di Vallecas. 250.000 abitanti nella periferia madrilena, il barrio operaio, nonchè casa del Rayo Vallecano, la terza squadra di Madrid.

“Il Rayo, o El Rayito, come spesso l’ho sentito nominare, è l’orgoglio del barrio popolare di Vallecas. Un quartiere proletario con una tifoseria rigorosamente anti-fascista e anti-razzista, un’identità ben marcata e radicata al suo territorio al cospetto di due colossi come Real e Atletico. Mi è capitato di farci un giro e in quel luogo si capisce che cosa significa tifare per il Rayo Vallecano. È un po’ come quando vai al Museo del Jamon, una famosa catena di bar madrileni, e fuori dal locale puoi vedere come persone abbienti e mendicanti convivano nello stesso luogo, così come nel Bar della Liga possono coesistere piccole realtà e club più blasonati della stessa città”.

La afición del Rayo

Da tempo nel calcio italiano si discute dell’ipotesi di poter creare delle squadre B per far crescere i giovani e valorizzarli nel miglior modo possibile, aspetto che le grandi società, a parte qualche rara eccezione, è mal sfruttato togliendo la possibilità a tanti ragazzi di poter provare a fare il grande salto. Il modello spagnolo in questo senso offre tanti spunti, le seconde squadre sono una realtà ben consolidata, a tal punto che competono con buoni risultati nei campionati professionistici.

“Fosse per me le squadre B in Italia le farei domattina. Il campionato Primavera in Italia vive in un clima ovattato: stadi vuoti, poca visibilità e livello qualitativo insufficiente per rendere i ragazzi pronti a fare il salto in prima squadra. Fare una squadra satellite è il modo ideale per far fare le ossa ai giovani talenti, giocare nell’ inferno della Serie C italiana è un’ottima preparazione fisica e tecnica. Inoltre darebbe linfa anche alle serie minori, una squadra di provincia che si trova di fronte una Juventus di turno con tanto di maglietta e stemma ufficiale sarebbe una situazione molto stimolante, sia per i calciatori che per i tifosi. Il discorso non vale soltanto per i giovani, è utile alle società perchè in questo modo possono integrare gradualmente i nuovi acquisti oppure recuperare gli infortunati”.

Il sistema presidenziale dei club spagnoli è molto particolare e molto lontano dalla nostra cultura, è di fatto un azionariato popolare e il Presidente del club viene eletto nel momento in cui possiede la quota maggioritaria della società. Il Barcelona, ad esempio, vanta più di 200000 soci, tutti tifosi dei blaugrana. Una struttura simile esiste anche in Germania, con dei vincoli molto precisi, nessun socio può possedere più del 50% di un club.

“È un modello che fa parte della tradizione calcistica del paese, molto lontano anche dalla direzione globale in cui sta andando il calcio, ma in Spagna resiste da decenni perchè è un vero e proprio fenomeno sociale. È molto affascinante, perchè prima di essere un Presidente sei un vero tifoso della tua squadra. Esistono anche dei casi limite, non a caso quello del Real Madrid: Florentino Perez ha imposto dei paletti molto rigidi per poter ambire alla presidenza, tanto è che nelle ultime elezioni è stato riconfermato senza particolari ostacoli. In Italia la vedo una cosa irrealizzabile al momento, ci vorrebbe un cambio sistemico radicale e l’ingresso dei capitali stranieri sta archiviando definitivamente questa possibilità”.

Il percorso di Mirko è solamente all’inizio, dai decumani del centro storico di Napoli a Plaza del Sol di Madrid il passo per lui è stato estremamente breve, e non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Magari gli torna la voglia di recitare. Chi può mai saperlo?

Non credo.