Sono in colpevole ritardo, me ne rendo conto e mi scuso, ma anche a distanza di tre mesi dall’epicentro del suo successo una chiacchierata con Mario Savo non è certo il pesce ideale da farsi scappare dalla rete. Ed infatti eccola qua.

Anzi, prima di tutto una cosa: se non avete idea di chi sia 1) continuate a leggere 2) fatevene una colpa 3) vedi punto numero uno. Ne varrà la pena, e non tanto perché la sua è una branca poco conosciuta e meritevole di approfondimento, quanto perché ad essere interessanti sono soprattutto le idee e la consapevolezza di un professionista incredibile. E lasciatemi dire che non potrebbe essere altrimenti: è la storia stessa di Mario, fatta di spirito d’iniziativa e dedizione al lavoro, a dimostrarlo.

Sul web – parola sua – si possono leggere una valanga di cose, ma è necessario fare attenzione e distinguere il vero dal falso. Digitando “Mario Savo”, ad esempio, salta fuori che dal Latina di Iuliano è passato al Manchester City di Guardiola vincendo il concorso indetto dallo stesso club britannico, il che è non è poi lontano anni luce dalla verità.

Vero Mario?

“Tengo innanzitutto a precisare che non lavoro per il Manchester City. Non ho mai rilasciato dichiarazioni che affermassero ciò, tuttavia molte testate hanno scritto articoli sulla vicenda copiaincollandone da altri siti che avevano fatto lo stesso in precedenza, e così questa imprecisione ha preso forza. Ma ripeto, dal sottoscritto non sono mai uscite queste parole. Ho bensì vinto un concorso, chiamato #HackMcfc, organizzato dal City e destinato a Match Analysts di tutto il mondo”. Tutto molto semplice, almeno apparentemente. Peccato che i partecipanti fossero trentamila, e che per Mario già il fatto di ritrovarsi incluso tra i settanta finalisti (dopo una scrematura iniziale, che ridusse il numero dei partecipanti a quattrocento) rappresentasse già un risultato inaspettato.

Uno dei dettagli della vicenda che più è rimasto nascosto nella penombra in questi mesi consiste nel fatto che Mario, il concorso, non l’ha vinto da solo. “Una volta arrivati abbiamo trascorso il primo giorno facendo conoscenza con il maggior numero possibile di persone, poiché dalla mattina successiva ci saremmo dovuti dividere in gruppi. Il mio team era composto da altri tre professionisti, oltre a me, di grande valore: Matteo Consonni, Gian Piero Cervellera e Jeshua Maxey”.mario-savo

Dei quattro Match Analysts Mario era il solo a vantare già esperienze lavorative nel mondo del calcio professionistico in qualità di Match Analyst, mentre i campi professionali degli altri svariavano dall’informatica applicata, passando per il design fino all’innovazione tecnologica. Ma il loro non era un caso, assicura: “Tra i settanta finalisti forse dieci lavoravano nel settore calcistico, non di più”. Ed è proprio questo – spiega – il motivo per cui sulle copertine dei giornali ci è finito lui piuttosto che i suoi colleghi, nonostante il lavoro del team non fosse strutturato su base piramidale e, di conseguenza, Mario non ricoprisse un ruolo più elevato rispetto agli altri. “Non ero affatto il leader del gruppo, dato che non ne esisteva uno. Personalmente mi sono occupato di apportare contenuti tattici al progetto”. Il compito dei concorrenti, spesso e volentieri frainteso, era quello di sviluppare attraverso i cinque milioni di dati rivelatigli (che facevano riferimento alla stagione precedente, quella del City di Pellegrini) modelli di performance che potessero rivelarsi il più utile possibile alla causa di Guardiola.

“Il Players Player Award – specifica – ci è stato assegnato direttamente dai settanta finalisti, attraverso una votazione indipendente dalla giuria. La stessa giuria ne assegnava uno a parte, mentre il terzo e il quarto premio erano l’Academy Award e il Prototype Award”. Non era naturalmente permesso auto-votarsi.

Ma Mario Savo non è soltanto uno dei vincitori del Players Player Award.

“No, affatto. Sono il Presidente dell’AIAPC (Associazione Italiana Analisti di Performance Calcio), che nasce fondamentalmente per portare in Italia la cultura di un mestiere che attualmente non è compreso fino in fondo”, spiega con grande enfasi. La politica dell’AIAPC va in due direzioni, che sono poi strettamente collegate fra loro: si propone come rappresentativa nei confronti dei Match Analysts in Italia, cui vuole conferire dignità assoluta ed alta formazione (organizzando eventi e momenti di confronto sulla disciplina, nonché patrocinando corsi appositi), e al contempo come strumento di diffusione della disciplina stessa.

Un doppio scopo, diffusivo-difensivo (esiste anche un apposito servizio di assistenza legale per i professionisti del settore), che Mario sta portando avanti da quest’anno con passione coinvolgente e che sta trovando grande seguito tra i professionisti italiani: ne è dimostrazione chiara il massiccio numero di iscritti che l’AssoAnalisti vanta dopo pochi mesi di attività.

Per capire la differenza tra l’interpretazione del Match Analyst che si ha in Italia e quella propria invece del calcio inglese – argomento che Mario ha molto a cuore – è sufficiente rifarsi alle parole di Guardiola, citate dallo stesso Mario: “Di tutti i dipartimenti con cui lavoro, quello dei Performance Analysts è più importante”. Allo stesso modo, anche in Germania e Spagna questo meccanismo è da tempo consolidato, e in alcuni casi – racconta Mario – questa figura professionale collabora addirittura con lo staff medico per analizzare l’infortunio di un determinato calciatore e ipotizzarne i tempi di recupero.

“Mi piacerebbe vedere anche da noi, in futuro, una separazione netta tra il mestiere dell’allenatore e quello del Match Analyst, che non hanno un bel nulla a che vedere l’uno con l’altro”, afferma con una punta di amarezza sulla lingua. “Io, ad esempio, non vorrei mai fare l’allenatore, non mi piace! Adoro lavorare dietro le quinte, stare dietro ai numeri e alle tattiche, analizzare in video una partita, comprenderne le logiche dal punto di vista tecnico e analitico e riferire il tutto in modo semplice e accessibile al resto dello staff”. Anche perché, in ogni caso, il Match Analyst necessita di competenze che ad un allenatore non sono richieste (su tutte quelle di carattere matematico-statistico).

Insomma, quelli come Mario sono un po’ i Nerd del gioco – è lui stesso ad ammetterlo – ma il loro lavoro è estremamente affascinante e, una volta ottenuti risvolti concreti, immagino che debba dare una soddisfazione enorme. Numeri, schemi, tattiche e ancora numeri e algoritmi. Mario, ma non è che prima o poi ci impazzirai?