Ho appena riaperto gli occhi dopo le mie due ore scarse di sonno, quando dagli altoparlanti dell’aereo riecheggia la voce del capitano. Dopo quasi 14 ore di volo, mesi di attesa e organizzazione, finalmente stiamo per atterrare a Buenos Aires. E’ ancora mattina presto e la capitale argentina è intenta ad alzarsi circondata da una lieve nebbia che lascia comunque trasparire il sole invernale. Le stagioni sono opposte rispetto all’Europa, e ad attendere i fortunati che fanno visita a questo splendido paese, in Agosto ci sono un inverno mite e caldo al nord e un gelo antartico al sud (Ushuaia, precisamente, è tra l’altro la città più vicina al polo sud).

LA HISTORIA

Buenos Aires è una città che ti prende e ti conquista. Sebbene sia afflitta da innumerevoli problemi, riesce ad ammaliarti con il suo fascino latino, ma allo stesso tempo tanto europeo da farla rassomigliare a tratti a Madrid o Barcellona. E’ una città da prendere o lasciare, amare o odiare. Caotica, insicura e inquinata per gli uni, è moderna, sorprendente e pulsante per gli altri. Per le sue vie si avvicendano catene di negozi internazionali a piccole botteghe d’artigiani, immensi grattacieli di proprietà di banche ricchissime ad “affamati” alla ricerca di qualche moneta.

E’ colpa della corruzione” – mi racconta uno dei gentilissimi abitanti – “qua chiunque è corrotto. I politici si intascano tutti i soldi e si fanno favori a vicenda, e prima dell’arrivo di Macri (ultimo presidente eletto da pochi mesi) era anche peggio.”

Proprio il nuovo eletto è infatti chiamato a pulire una società corrotta fino al minimo ingranaggio e a risanare i conti di un paese che con l’ex presidentessa Christina Kirchner era arrivato alla bancarotta. Non un compito facile per un industriale proveniente da una delle famiglie più ricche, che per questo ha già destato i sospetti e le perplessità dei ceti inferiori.

Per imbattersi in queste problematiche sociali e quindi viverle, seppur solo in terza persona, basta inoltrarsi per le “avenida” della città. Non è raro ritrovarsi al centro di manifestazioni di protesta (tutte molto pacifiche sia ben chiaro, o almeno quelle a cui ho assistito io) o vedere vecchi cartelloni elettorali imbrattati con frasi di dissenso.  Davanti al bellissimo Palacio del Congreso, sede del Senato e della Camera dei Deputati, una cinquantina di persone chiedono, a gran voce, maggiori investimenti nell’istruzione.

Il centro di Buenos Aires è facilmente visitabile a piedi, soluzione ideale per immergersi nell’atmosfera della capitale argentina e guardare al di là di quei problemi che questa metropoli rilascia senza alcun filtro.  Passeggiando, mi imbatto in quello che è il fulcro della Repubblica: la Casa Rosadatenuta presidenziale il cui colore roseo si narra sia frutto di una base per pittura fatta di sangue bovino. “Leggende a parte”, si dice ufficialmente che il rosa mischia il bianco e il rosso, ovvero i colori dei due maggiori partiti nazionali. Di fronte a me, poi, non posso fare a meno di notare l’imponente plaza de Mayo, ritrovo centrale il cui nome celebra e richiama il mese d’inizio della rivoluzione argentina del 1810, la quale portò all’indipendenza dalla Spagna. L’importanza storica della quale la piazza si riveste, è simboleggiata perfettamente da due eventi chiave per l’intero popolo.

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Plaza de Mayo. Credits to Alessandro Derchi.

Il primo ci riporta indietro di più di mezzo secolo, al 17 ottobre 1945, quando i descamisados – seguaci di Juan Domingo Peròn – costrinsero la polizia a liberare colui che divenne poi presidente e simbolo del paese, anti britannico e fautore della cosiddetta “terza politica”, che ridava potere alla classe operaia e premeva sull’acceleratore industriale. Dopo aver rivinto le elezioni nel 1951, Peròn fu esiliato in Spagna, costretto a veder retrogradare, da lontano, il paese: in Argentina veniva reintrodotta la pena capitale, i carceri politici venivano riaperti e la Costituzione revocata, a sottolineare forse ancor di più i notevoli passi avanti dell’ex general. La piazza viene ricordata anche con una luce tutt’altro che positivamente rivoluzionaria: negli anni 70, mamme e donne accorrevano purtroppo numerose per piangere prima i desaparecidos (i prigionieri politici dei regimi totalitari sudamericani rapiti senza lasciare traccia) e poi i tanti soldati impegnati nella guerra delle Falkland, conflitto, questo, che rappresenta una ferita ancora aperta: ovunque si trovano murales inneggianti ai militari morti per la patria e anche nei giovani è spesso presente un forte sentimento anti-britannico.

Farsi una guerra con 2700 tra morti e feriti, per un arcipelago sperduto vicino al polo sud con 2900 abitanti, a questo arriva purtroppo la follia umana. Credits to BA Street Art.

LA CIUDAD

Buenos Aires brilla di una luce assai particolare. Luce che riveste l’intera America Latina.” Così esordisce Carlo Pizzigoni, noto esperto del mondo del pallone sudamericano – autore insieme a Federico Buffa del format Buffa racconta – che vedrete più volte interagire con noi durante il pezzo. A proposito, leggete Locos Por El Futbol (sua ultima fatica) vi farà impazzire.L’Argentina – prosegue Pizzigoni – è quel posto dove l’immigrazione europea ha influito poi molto sulla forma esteriore e interiore di un intero paese. Basti pensare d’altronde al calcio – sport notoriamente nato proprio nel vecchio continente – a come esso abbia pesato e condizionato la modifica di una grande città quale appunto Buenos Aires, che è oggi, calcisticamente parlando, il centro albiceleste di tutto. In Argentina mai si è smesso di vivere la cosiddetta vita da club. Fresco, nella mia mente – continua – è il ricordo di uno dei miei ultimi viaggi: lo scorso gennaio sono stato a San Lorenzo – realtà minore si, ma solo se paragonata a due colossi come Boca e River – vincitore tra l’altro, appena due anni or sono, della Copa Libertadores. Ho trovato un club vissuto e gestito in maniera quasi amatoriale, calda, pronto ad accogliere i propri ospiti all’interno di una palazzina semplice, all’estremità più alta della quale è possibile trovare, quasi mischiate, una stanza per i pesi e una sala da tango. Una concezione della vita calcistica che gira molto intorno al principio cardine della filosofia “clubbistica”. Un’esistenza simile a quella vissuta da molti di noi, in passato, nell’oratorio del quartiere, che tutt’oggi, nonostante il denaro, la pubblicità o investimenti milionari, è ben lontana dall’esser messa da parte.” 

Con i suoi gusti e i suoi odori esotici, Buenos Aires è per noi europei un viaggio per i sensi. Che siano due tangueros impegnati in un ballo sensuale o dei bambini che giocano a calcio per strada, ogni angolo di questa città nasconde qualcosa che attende di essere scoperto. Bisogna andare oltre le apparenze, oltre i grattacieli del centro, oltre i classici ristoranti trappole per turisti. Fare una bella camminata e finire per curiosare tra il mercatino delle pulci a San Telmo o chiamare un taxi che vi porti a Palermo; il tassista, masticando la sua immancabile foglia di coca, vi racconterà una delle migliaia di storie che questa città vi riserva e saprà senza dubbio consigliarvi il posto perfetto per una gustosa fetta di carne alla griglia. Con l’odore di asado e di foglie di coca nell’aria, e il suono lontano di una canzone di tango in sottofondo, non lasciarsi ipnotizzare dalla capitale risulterà assai difficile. Percorrere a piedi la centralissima Avenida de Mayo e ascoltare il ritmo dei ballerini propagarsi dal Cafe Tortoni, il più importante della città nonché Mecca di appassionati di tango di tutto il mondo, arrivati quest’oggi per assistere ad uno dei leggendari spettacoli.

Punto di arrivo della camminata – focale per il nostro viaggio – è Puerto Madero, luogo di approdo per migliaia di italiani, partiti – a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo – alla ricerca di maggiore fortuna. Si stima che tra il 1876 e il 1976 furono ben 3 milioni a lasciare l’Italia, molti dei quali genovesi.

 “Boarding at Genova” titola questo scatto in bianco nero.

EL FUTBOL

Sempre secondo Pizzigoni, “il Boca è la squadra con la garra, che lotta, che mira soprattutto a vincere le partite, reputazione perfettamente intatta, nonostante una così gloriosa maglia sia stata indossata da grandi fenomeni come Maradona e Riquelme.

Il quartiere in cui molti di questi emigrati genovesi trovarono casa, è il barrio Boca, o più semplicemente La Boca. Un nome esotico, che riecheggia forte nella mente degli appassionati di futbol. La periferia sud della metropoli argentina è poverissima e la delinquenza – purtroppo – la fa da padrona. Come spesso succede il calcio è l’unica via di fuga da questo inferno e come capitato a molti, il quartiere sta a simboleggiare quella stazione da cui salire sul treno della fortuna. Qui ha la sede il leggendario Club Atlètico Boca Juniors, o più semplicemente il Boca. Fondato nel 1905 da ragazzi di origini genovesi, prende il nome dal barrio ed è la squadra dei ceti più poveri. Il soprannome dei gialloblu è “Xeneizes” – che tradotto significa “i Genovesi”. Genova in genovese è infatti nota con l’appellativo di Zena. Il Boca ha ancora oggi un legame molto saldo con la città ligure, tanto che sia Sampdoria che Genoa reclamano il loro gemellaggio con gli argentini. La casa degli Xeneizes sorge proprio in mezzo al quartiere, accanto alla ferrovia che un tempo attraversava il barrio, ed è oggi  testimone di un afflusso di turisti sempre maggiore.

La zona attorno alla Bombonera è tranquilla e turistica, anche se il quartiere ha una reputazione tutt’altro che positiva. “Qua è sicuro perché ci sono i turisti, ma non è ovunque cosi ” mi dice Miguel, un commerciante del luogo. “Certo, c’è tanta povertà e la violenza è comune, ma qua fa più notizia. Al giorno d’oggi ti derubano ovunque, anche a Parigi o Londra”. Continuando a parlare, Miguel mi racconta della storia degli Xeneizes: “il club ha reso famoso il barrio, ma è la squadra ad essere un prodotto della Boca, non il contrario. I genovesi e in generale gli italiani, sono molti qua e sono loro ad aver fondato il club, ma molti sbagliano e pensano che siano stati loro a costruire la zona. No, la Boca c’era da sempre, loro sono venuti dopo”. Quando poi gli chiedo cosa ne pensi di loro, mi dice di ritenerli brava gente, che non ha mai creato troppi problemi ed è sempre stata molto legata alla famiglia.

Uno dei tanti murales di Diego Armando Maradona (Copyright Alessandro Derchi)

Messi è nato a Rosario, la seconda città del paese, i colori del Boca non li ha mai indossati e per stessa ammissione dei molteplici argentini che ho incontrato “di Diego ce n’è uno. Messi è forte, ma Maradona era un’altra cosa”.

In generale il contrasto con il centro di Buenos Aires si nota: nei dintorni dello stadio si ha una sensazione di sicurezza che si disperde man mano che ci si inoltra nelle strade minori. In mezzo a tutto questo la Bombonera sorge immensa ed imponente tra le casette del quartiere. Fuori dallo stadio vi sono ovunque murales gialloblu e albicelesti, il colore della nazionale argentina. I motivi variano da tifosi con bandiere, a figure storiche del club, ma lui, Diego, è presente ovunque. Soprattutto lui e non Leo perché solo lui è di Buenos Aires e solo lui ha calcato questo prato da idolo del popolo.
E’ inverno a Buenos Aires, ma alla Bombonera fa caldo, sarà il sole sudamericano, sarà il calore delle hinchas dei tifosi, sarà il sudore versato sul terreno da gioco da generazioni di talenti. La struttura dello stadio è al contempo atipica e affascinante: a due gradinate e una tribuna rettangolari si aggiunge una seconda tribuna a picco sul campo da gioco. Qua vi sono tra le altre la zona stampa e la zona vip, dove spesso si accomodano politici e industriali locali e non solo. Il governatore della provincia di Salta – una provincia nel nord del paese – ad esempio non può fare a meno della sua squadra del cuore, al punto da usare l’elicottero destinato alla croce rossa per volare a Buenos Aires a vedere i suoi beniamini.

Nella pancia dello stadio ha sede il Museo de la Pasion Boquense, che celebra il club e i suoi tifosi. I visitatori vengono guidati tra le divise e i trofei del club argentino più titolato al mondo. Una stanza cinematografica rende omaggio ai grandi numeri 10 della storia del Boca: Maradona, Riquelme, Palermo e Tevez. La chicca del museo è però il simulatore: uno schermo a 360 gradi fa ripercorrere al visitatore il percorso – dai primi calci al pallone fino all’esordio con gol alla Bombonera, con lo stadio che impazzisce – boquense.

Dopo lo spettacolo mi metto a parlare con uno degli addetti al museo, nonché tifosissimo del Boca.

“Da noi in generale gli stadi sono pericolosi. L’unica soluzione per i turisti è andare nelle plateas (i nostri distinti) o nelle tribune, ma trovare biglietti del Boca è impossibile” mi racconta. Come mi spiega lui infatti il club vende i ticket disponibili solo ai membri, che sono circa 60000 a fronte di soli 55000 posti. I membri poi li rivendono ad agenzie che li mettono in commercio a un centinaio di euro per partite che normalmente ne costerebbero una ventina. “Per un tifoso andare dalle hinchas  è una follia, le barras bravas (gli ultras argentini) sono pazzi e spesso violenti: ti deruberebbero molto probabilmente”. Quando gli chiedo di scontri tra tifoserie il mio nuovo amico è categorico: succedono spesso e i morti sono tutt’altro che una rarità.

Questo è infatti l’altro lato della medaglia di un paese che vive il calcio come una religione, nel quale il gialloblu del Boca o il biancorosso del River rappresentano non solo una scelta di vita, ma anche una dimostrazione di origine sociale.

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“Per un tifoso andare dalle hinchas è una follia”. Credits to Alessandro Derchi.

River Plate – Boca Juniors non è soltanto un derby, è un modo diverso di vivere il calcio e il mondo in generale, è uno scontro tra due mondi agli antipodi.

“Il River è la squadra che si occupa di offrire il bel gioco, frutto oggi del primo grande esperimento di modernità applicata al calcio, addirittura nei lontani anni ’40”parola del giornalista nato a Pero, in provincia di Milano, direttore del primo sito di calcio internazionale d’Italia, MondoFutbol.

Il mio percorso prosegue dunque vero il Monumental, l’imponente casa dei Millionarios, dove il paesaggio è completamente diverso da quello della Boca. Case piccole e umili lasciano il passo a bellissimi appartamenti di nuova costruzione. Il bar, probabile ritrovo abituale degli amici boquensi, è sostituito da un ippodromo, e la polvere del Sud di Buenos Aires, non c’è più. Millionarios non è un soprannome per caso: il River è la squadra dei ceti più alti, rappresenta la risposta al carattere popolare del Boca. Mentre la Bombonera si staglia nel bel mezzo del suo barrio ed è circondata da viuzze e casette, El Estadio Antonio Vespucio Liberti ( nome ufficiale della casa del River) è circondato da un gran viale con un via vai continuo di gente e mezzi.

Il colpo d’occhio del Monumental è decisamente opposto rispetto alla Bombonera: molto più imponente, più grande. Il gialloblu della casa del Boca è sostituito dai cartelloni dell’Adidas. Al contrario della Bombonera il Vespucio Liberti è un centro polisportivo. Il colpo d’occhio offerto dalla cancha è spettacolare: il Monumental è uno stadio immenso.

La storia di questo club è fatta di moltissimi alti, ma anche di alcuni tonfi clamorosi. Il più recente risale al 2011: il club più titolato d’Argentina si gioca lo spareggio salvezza contro il Belgrano: all’andata finisce 2-0 per quest’ultimi e il River al ritorno in casa è chiamato ad un’impresa, che rimarrà purtroppo irraggiungibile. Al fischio finale scoppia la guerra: il bilancio sarà di 25 feriti e numerosi arresti, con lo stadio reso un deserto. Il calcio, in Argentina, è appunto molto di più di uno sport e purtroppo la violenza è un ospite non raro durante le partite.

La paternità del gioco del calcio, è da attribuire agli inglesi, ma la passione, quella è figlia dei sudamericani. Il futbol, in Argentina, è ben lontano dall’esser considerato un passatempo. Qualcosa preso molto seriamente, a volte forse troppo. La mistica che c’è intorno a questo mondo è qualcosa davvero di unico e inimitabile, credo che da li poi nasca anche l’idea di calcio che abbiamo noi. Viene chiusa così, prima di lasciarci augurandoci buona serata, la breve chiacchierata con Carlo Pizzigoni.

Il museo River Plate è situato proprio accanto alla struttura. Nuovissimo e modernissimo, accoglie aficionados e turisti con un megastore. Tutto è più grande. Più moderno e più ricco rispetto al museo degli odiati cugini. I visitatori iniziano il loro viaggio attraverso la storia del club davanti alla vecchia locomotiva, storico simbolo dei rojiblancos. A seguire c’è poi un’esperienza a 360 gradi simile a quella del Boca: si ripercorre la storia del club attraverso le parole dei suoi campioni. Da Omar Sivori a Hìguain, passando per il burrito Ortega e per quel Mascherano partito ragazzino per Londra sponda West Ham. Una partenza, quella di Javier, finita poi sotto inchiesta per il ruolo illecito di un fondo d’investimento. Storie di un calcio, quello moderno, sempre più soldi e meno passione. E non fa eccezione l’Argentina, dove lo sport è vetrina per ricchi e potenti , dove politici o imprenditori si sfidano a colpi di pagamenti legali e non, per guadagnare trofei e notorietà. Gli scandali di certo non mancano, chiedere all’ex presidente dell’AFA Grondano oppure ai tifosi che si sono visti posticipare l’inizio del campionato per mancati accordi tra club e televisioni.

Un buio tunnel guida i visitatori attraverso la storia del River: per ogni decennio vengono mostrati eventi di storia mondiale, di storia rojiblanca. Alla fine si arriva poi alla galleria di camisete del passato e agli infiniti trofei del club più titolato d’Argentina.

Il Monumental (Copyright Alessandro Derchi)

La forma rotondeggiante del Monumental, è stata completata solo alla fine degli anni Cinquanta. La tribuna Sivori fu ultimata con i soldi del campione argentino venduto alla Juve per 10 milioni di pesos. Denar che ha permesso al River di terminare l’arena e rendere omaggio per sempre al suo fuoriclasse. Credits to Alessandro Derchi.

Urla di gioia, lacrime di dolore, il sudore dei giocatori e il sangue dei tifosi: tutto questo si mischia nei Superclasicos. Dopo aver vissuto in prima persona una tale esperienza, mi rimane una sola certezza: questo derby è loco, più che una partita è una sfida di vita o di morte, tra due club agli opposti, agli antipodi.

Il vincitore? Nessuno. “De gustibus non disputandum est “ dicevano i latini.

Per me è parità, sceglietelo voi il vincitore. Scegliete tra il pueblo del Boca e il suo quartiere tanto affascinante quanto povero e malfamato e  il River con i suoi tifosi più ricchi ma di certo non più tranquilli. Scegliete tra rojiblanco e blu e amarillo, scegliete la forma ovale dell’immenso Monumental o la tribuna a strapiombo della più piccola Bombonera. Scegliete tra i successi internazionali del Boca o i record nazionali del River,  Maradona e Tevez o Sivori e Higuain.

Il suono della musica latina e di due ballerini di tango in sottofondo mi accompagnano mentre prendo il mio taxi direzione aeroporto. Boca- River finisce 1-1. Chi vince? Buenos Aires e l’Argentina, terra esotica e bellissima, con la gentilezza dei suoi cittadini, la bellezza dei suoi paesaggi e la sua cultura fatta di storia e tensioni.

 

Autore: Alessandro Derchi

Intervista a cura di: Daniele Gaetano Pestillo