Appena scesi dall’autobus che da Bordeaux porta a Bilbao si viene immediatamente catapultati in un grande equivoco. Il cielo plumbeo che sovrasta il capoluogo della Vizcaya non aiuta, così come le poche ore di sonno e le 5 di viaggio per arrivare a destinazione. La stazione Termibus è delimitata da recinzioni e calcinacci che sovrastano il paesaggio urbano, l’inquinamento acustico dei cantieri la fa da padrone. Un rumore secco e assordante, ed è questo rumore che crea l’equivoco: è il suono di una città che sta lavorando, e che ha già cambiato il suo aspetto. Bilbao non sta facendo altro che ultimare il proprio lavoro, radicale nella forma, culturale nella sostanza.

Per prima cosa cerco di orientarmi e rifucillarmi con una colazione spostandomi di un paio di isolati, il primo scambio di battute è con il barista al quale ho chiesto dove mi trovassi. “Sei a San Mamés” mi risponde in modo secco e decisamente esaustivo. In pratica sono già dove volevo che fossi, ma ci torneremo più avanti.

LA HISTORIA

Per non lasciarsi ingannare da quel brusco arrivo alla stazione degli autobus bisogna capire le orme che ha percorso la città dall’era post-franchista sino ai giorni nostri. Un cammino lento, pieno di ostacoli e scolorito dai fumi e dai colori delle acciaierie che hanno dominato l’atmosfera fino alla fine degli anni ’90. Il ruolo di importante polo industriale e navale per la Spagna ha pesato come una zavorra sull’immaginario collettivo di Bilbao.

A questo va poi aggiunta la scomoda presenza del movimento nazionalista dell’Eta, organizzazione terroristica che nella seconda parte dello scorso secolo ha di fatto isolato sempre più la cultura basca dal resto d’Europa, creando un grosso malinteso con i reali intenti della maggior parte della popolazione degli Euskal Herria, ossia coloro che parlano l’Euskera: la lingua basca.

La dittatura di Franco ha cercato per buona parte del ventesimo secolo di ostacolarne la conservazione e smantellare l’identità di un popolo con effetti catastrofici come quello del terrorismo nazionalista. Bilbao grigia, violenta e inquinata, segnata da un declino post-industriale e da un destino scritto dalla storia e dall’acciaio.

Bilbao anni 80 | numerosette.eu

Degrado urbano di Bilbao negli anni ’80

Invece Bilbo – il nome basco di Bilbao – insegna che la storia si può cambiare, passando attraverso una riconversione totale dello status quo. Quella della città è stata prima di tutto una rivoluzione culturale che ha preso come simbolo una creazione architettonica per compiere il proprio processo di rivitalizzazione urbana: il museo Guggenheim.

Sebbene si possa subito pensare che questa trasformazione sia stata in gran parte facilitata dal turismo, l’edificio del Guggenheim per i bilbaini assume un valore del tutto simbolico: trasformare l’economia della città passando da una realtà industriale ad una culturale. Partire da quello per conservare e far scoprire l’identità culturale basca dei cittadini, un’operazione molto più profonda e dai connotati piuttosto umanistici rispetto ad un normale progetto architettonico o ad un piano urbanistico. Il Guggenheim e le altre costruzioni d’autore, tra cui il ponte Zubizuri di Santiago Calatrava, non sono altro che un pretesto per azzerare anni bui e sovvertire le carte in tavola.

Ciò ha inciso e non poco anche a livello politico, creando un contrasto netto con lo spirito indipendentista della popolazione che è solidale con la Cataluña, ma soltanto in veste di un riconoscimento culturale e identitario che a detta loro è stato violato attraverso gli scontri con la polizia del governo castigliano. Per tutta la città sono infatti innumerevoli le bandiere catalane appese ai balconi, tutte o quasi accanto a quella degli Euskal Herria, sventolando assieme in nome di un sentimento che per anni è stato oscurato dalla dittatura franchista. La grande differenza che in questo momento contraddistingue Bilbao da Barcelona sta nella dimensione politica di questa coscienza identitaria, che per il capoluogo catalano è del tutto predominante con l’intento di una formazione di uno stato autonomo. Dimensione che per i bilbaini ha perso d’importanza, mantenendo vivo l’aspetto folkloristico nel senso positivo del termine e probabilmente riduttivo per il significato che esso ha da queste parti.

In questi giorni la bandiera catalana è presente più di quella basca: nei locali, lungo le facciate degli edifici e sui terrazzi. Un totale atto di solidarietà più che di rivendicazione.

 Fútbol y independencia

Le bandiere hanno un potere iconico fortissimo in Spagna, negli Euskadi sono un simbolo di appartenenza estremamente potente. Ho avuto il piacere di chiacchierare con Nika Cuenca, giornalista di As e collaboratore per la rivista bilbaina Bao. Mi ha spiegato come il miglior posto dove poter esprimere il loro legame indissolubile con il territorio degli Euskal Herria è sempre stato lo stadio.

“Il calcio ha preso per mano ed accompagnato la rivendicazione della ikurriña, la bandiera basca, quando non era possibile esibirla, come d’altronde qualsiasi simbolo che rimandasse al nostro popolo, durante la dittatura di Franco. I baschi hanno trovato nel calcio un veicolo significativo e hanno persino creato una selezione degli Euskadi, cercando senza esito positivo di ottenere riconoscenza ufficiale da parte della Fifa. Questo fa capire quanto il calcio funga da specchio alla sensibilità nazionalista e alle questioni politiche della nostra terra”.

Fino alla dittatura di Franco a livello calcistico c’è sempre stata grande solidarietà fra le due squadre basche più importanti: l’Athletic Bilbao e la Real Sociedad. “L’equipo di San Sebastián – prosegue Nika – fino agli anni ’80 ha seguito la stessa filosofia dell’Athletic, ossia solo giocatori baschi e formati calcisticamente negli Euskal Herria. Con il cambio di proprietà nell’era post-franchista la Real decise di ingaggiare anche stranieri perchè riteneva che il bacino di giocatori baschi fosse troppo piccolo per dare competitività ad entrambe le squadre”. Ciò ha contribuito a creare un certo distaccamento e una forte rivalità fra le due tifoserie, ma la perseveranza dell’Athletic nel proseguire la propria strada del tutto autoctona ha reso il club un modello irripetibile e unico al mondo, capace di ottenere risultati migliori rispetto alla Real Sociedad.

El dia de la Ikurriña | numerosette.eu5 dicembre 1976: el dia de la Ikurriña. Per la prima volta dopo quasi 40 anni viene esposta la bandiera basca, saranno i due capitani di Athletic Bilbao e Real Sociedad a mostrarla davanti al pubblico dello stadio Atocha di San Sebastian

Continua Nika, “per l’Athletic i risultati degli ultimi anni sono stati una grande rivalsa. Con la legge Bosman del 1995, la quale prevedeva l’assenza di restrizioni ai trasferimenti tra giocatori apartenenti all’Ue, tutti hanno pensato che la filosofia dei ‘rojo y blancos’ avrebbe portato la squadra alla retrocessione e ad un brusco ridimensionamento. Dopo un decennio senza risultati particolarmente degni di nota ora le cose sono cambiate: nelle ultime 6 stagioni 5 volte l’Athletic ha partecipato alle Coppe Europee e la vittoria della Supercoppa di Spagna contro il Barcelona nello storico 4-0 ha ridato forte credibilità ad un club che vanta comunque 8 campionato spagnoli”.

LA CIUDAD

La prima parola in cui mi sono imbattuto in città è geltokia, che in euskera significa fermata del bus. I miei spostamenti in metro ne hanno fatto una parola simbolo per il mio approccio a la ciudad. Partendo da quella ho incontrato numerose terminologie che puoi tradurre semplicemente usando le indicazioni bilingue in castigliano dove presenti. L’euskera è il primo scambio culturale in cui imbattersi a Bilbao, tutti fra loro la parlano e ti accompagna in qualsiasi luogo incrocerai lungo il tuo soggiorno in città. In molti dicono che i baschi sono piuttosto freddi e rigidi con i turisti che si rivolgono a loro con il castigliano, personalmente mi sento in dovere di sfatare questo tabù.

La chiave di lettura giusta della situazione è capire il contesto interessandosi ad esso; i bilbaini sono molto orgogliosi del loro passato e delle loro radici e vedere un interesse forense consente di superare certe barriere comunicative senza problemi. L’euskera è una lingua ostica, per certi versi incomprensibile, ma non c’è niente di più singolare che sentir dire “Agur” – il nostro arrivederci – con un tono enfatizzante e vitalico quando ci si deve congedare da qualcuno.

Orientarsi a Bilbao è piuttosto facile, il fiume Nervión che la attraversa ne delimita i paesaggi urbanistici cambiandone completamente l’aspetto da una riva all’altra. La sponda destra del fiume è quella più antica, dove è scritta la storia della città, quella sinistra è la Bilbao moderna che ha aperto le porte del cambiamento non dimenticandosi mai di degnare uno sguardo aldilà del rio dove l’identità culturale basca è maggiormente presente e ne ha costruito le fondamenta architettoniche e fedelmente autoctone.

È nella sponda destra che faccio il mio primo incontro con la cucina e tradizione basca, caratterizzata dalla onnipresenza dei pintxos. Difficilmente ti verrà proposto di brindare con un tinto de verano come nel resto della Spagna, ma verrai invitato a sorseggiare una copa de Txakolí, il vino bianco locale. La gastronomia è un altro veicolo di appartenenza piuttosto significativo, come in ogni angolo del mondo del resto, ma qui una taverna porta il nome di jatetxea. Le migliori taverne basche di Bilbao in passato erano famose per essere molto spartane, tralasciando alcune norme igieniche che ora non è più possibile ignorare considerando anche il prestigio cosmopolita che ha ottenuto la città.

Colpisce negli Euskadi – il nome politico più che geografico per identificare i Paesi Baschi – come esista un corrispettivo per tutto quello che è castigliano. In questo caso los pintxos sarebbero il corrispettivo delle tapas ma da nessun abitante del luogo verranno chiamate in questo modo. A dargli personalità sono sicuramente i prodotti del Mar Cantabrico che bagna Bilbao nei comuni limitrofi: dalle acciughe al Bakalao a la bizkaina, il baccalà tipico cucinato in una salsa di peperoni e cipolle. La storia di questa pietanza gastronomica assume contorni paradossali quando scopro che il Bakalao è stato un genere di musica elettronica tendenzialmente da rave party nato a Valencia fra gli anni ’80 e ’90, chiamato così agli albori da uno dei dj di quella scena che, ascoltandone un pezzo, esclamò “¡Esto es bakalao de Bilbao!” per esaltare la qualità dell’elaborato.

El puente de la Ribera, uno dei più imponenti della città

La Vieja y la nueva

Dalla zona limitrofa alla stazione dei bus decido di prendere una metro per immergermi nel centro storico, tra i nomi delle varie geltokiak c’è un nome che spicca su tutti ed è proprio la destinazione di mio interesse: Zazpi kaleak. In euskera non significa altro che siete calles, le sette strade che compongono el Casco Viejo, il nucleo storico della città dove ognuna di esse ha una sua funzione e caratteristica: dalla Somera che è quella principale alla Tenderìa che è quella dei negozianti, per citarne due. Il Casco Viejo è un reticolato di vie strette che nel 1300 era stato pensato per trovare sollievo e riparo dagli scontri bellici ma anche e soprattutto dalle folate atlantiche che caratterizzano il clima invernale.

È percorrendo la parte vecchia che inizio a comprendere lo spirito bilbaino e quello di un popolo che sa perfettamente che cosa è e cosa vuole continuare ad essere. Proseguendo da Zazpi Kaleak a sud del Nervión si incontra l’anima popolare della città. Il passaggio per il barrio di San Frantzisko segna una differenza urbanistica piuttosto netta caratterizzata da palazzi popolari e vie densamente molto abitate. San Frantzisko Kalea, la via principale, è anche quella con il più alto tasso di immigrazione di Bilbao, dove la cultura basca si mimetizza tra le minoranze sudamericane e musulmane della zona.

Allontanadosi dalle rive del fiume e passando per il barrio popolare di Santutxu si può giungere in uno dei luoghi sacri della ciudad: la basilica di Begoña. La basilica è un gioiello architettonico che spazia fra gotico, barocco e manierista ed è un vero proprio simbolo per i fedeli cristiani ma anche per quelli meno devoti. Begoña è infatti luogo principale della resistenza durante le guerre carliste dell’800 ed è stata ricostruita più volte prima del definitivo aspetto attuale.

Basilica de Nuestra Señora de Begoña

Bilbo ha fatto passi da gigante: è una città aperta a differenti stili di vita, economicamente forte e ha un polo universitario molto frequentato da studenti provenienti dal resto della Spagna. Da Zazpikaleak si arriva in poco tempo ad Abando e Indautxu, i due distretti che rappresentano la svolta cittadina. Se non avete sveglia presto il giorno seguente e non vi ponete limiti dinnanzi al retrogusto fruttato del txakolì verrete spediti sicuramente a Poza Lizentziatuaren Kalea, che dal nome può sembrare un girone infernale ma è semplicemente Poza, dove la maggior parte degli universitari bilbaini trascorre la lunga nottata. Qui si respira l’aria di una città che ce l’ha fatta, è emerse dalle “ceneri” e si è ricostruita una dignità internazionale. Per molte città questo è un passaggio culturale molto delicato, perchè solitamente è compensato con una certa perdita di identità alla quale Bilbao però non ha rinunciato. Ha semplicemente dovuto fare spazio al pretesto, per potersi concedere al mondo.

Dopo un giro a Deusto, sponda nord del fiume, sede dell’Università e di molti fuorisede universitari si arriva in metro a Abandoibarra dove un’imponente biblioteca dallo stile moderno, che si rifà alle facciate del Guggenheim, fa da anteprima al famosissimo edificio di Frank Gehry. Questa zona della città, la più frequentata da turisti di mezza età, crea un contrasto fortissimo con l’essenza basca. Come se le istituzioni bilbaine avessero dato carta bianca ad una ventina di architetti per poter dar sfogo al proprio genio e alla propria creatività senza chiedere troppe spiegazioni. E in effetti è successo proprio questo, qui la modernità spezza quel fascino autoctono che è tutt’ora tangibile, anzi vivissimo nel resto dei barrios.

¡AUPA ATHLETIC TXAPELDUN!

Geltokia San Mamés.

Mio padre viveva a Barakaldo, una cittadina operaia a 10 chilometri da Bilbao. Non aveva i soldi né per pagarsi il viaggio, né tantomeno per comprare i biglietti. Percorreva i 10 chilometri a piedi e si arrampicava su uno degli alberi che circondavano il campo. Le tribune erano così piccole che gli permettevano di vedere le partite. “Tutti gli alberi erano pieni di ragazzi come me”. Ogni appassionato di calcio ha qualche storia da raccontare. Ogni tifoso dell’Athletic ricorda storie piene di emozioni raccontate da padri e nonni. E quasi sempre il San Mamés ha un ruolo centrale in questi racconti. Lì si è forgiato il mito di una squadra diversa.

San Mamete di Cesarea è stato un bambino molto sfortunato, suo padre cristiano e perseguitato, sua madre morta durante il parto. Affidato a Taumasio, vescovo di Cesarea in Cappadocia, diventò martire e impresso nella leggenda dell’oriente bizantino perchè una volta morto il vescovo, fu costretto a rifugiarsi sui monti a stretto contatto con le bestie. Bestie tra cui i leoni, che egli sapeva domare e ammaestrare, e cacciargli il cibo che gli consentivano di sopravvivere.

Nel 1913 l’Athletic Club Bilbao necessitava di una casa, e questa gli fu data nei pressi della piccola chiesa di San Mamés, dalla quale ha costruito il proprio culto del Fútbol: loro sono los leones, sono tutti baschi e sono devoti a San Mamete.

La storia del padre di Santiago Segurola, racconta di un mito durato esattamente cento anni, fino al 2013. Anno in cui la Catedral ha cessato fisicamente di esistere, ma che he ne ha conservato le ceneri nel nuovo stadio, inaugurato ufficialmente nell’agosto del 2014 in occasione del preliminare di Champions League contro il Napoli. Nika Cuenca ricorda con immenso piacere quella partita:

“Una vittoria storica, tornare in Champions League dopo 16 anni e farlo alla prima del nuevo San Mamés, non si poteva chiedere di meglio. Quel giorno lo stadio era bollente, c’era la sensazione che la nuova casa dell’Athletic dovesse già avere una data ricordare a livello calcistico. Probabilmente passerano anni prima di rivivere momenti del genere”.

Aupa Athletic Txapeldun | numerosette.eu

Non esiste una reale traduzione di “Aupa Athletic Txapeldun”, ma è la cosa più ridondante che si possa sentire durante una partita dell’Athletic.

El nuevo San Mamés

Per tutta l’area metropolitana di Bilbao il colore rosso e quello bianco sono una sfumatura onnipresente. Dagli stendardi appesi alle pareti, alle bandiere che sventolano sui terrazzi delle case, alle magliette dei bambini che giocano nelle piazzette: nella tavolozza dei contorni solamente il rosso ed il bianco. Penso che una fusione del genere tra futbol e ciudad la si possa incontrare soltanto a Napoli e Buenos Aires con questa intensità e ricorrenza.

Nella costruzione del nuovo stadio è sorta un’idea geniale da parte di comune e di società: costruire il nuovo San Mamés nel cuore della città. Non è raro trovare i ragazzi ritrovarsi nel piazzale dello stadio alla sera in una zona molto frequentata da studenti e pendolari che tornano a casa dopo la giornata lavorativa. Il progetto di riqualificazione urbanistica ha coinvolto anche lo stadio, e se la vieja Catedral aveva un fascino irripetibile, il fatto di essere nel centro pulsante di tutto potrà contribuire a ricostruirlo per le nuove generazioni di tifosi bilbaini.

Mi spiega Nika che “è stato un passaggio inevitabile per il club, l’evoluzione del calcio globale ha colpito in qualche modo anche l’Athletic. Abbiamo introdotto gli sponsor sulle magliette da ormai quasi dieci anni e il nuovo stadio era vitale per dare linfa ai risultati della squadra. Il nuovo stadio ha portato 10mila nuovi soci all’interno dell’azionariato e rispetto a la Catedral contiene 12mila posti in più”.

Ma al San Mamés la storia si preserva, e si conserva piuttosto bene. Chiunque ci metta piede per la prima volta si rende conto che la tradizione e la storia precedano qualsiasi antipatia calcistica e politica, perchè per i los leones di politica, in campo e fuori, ce n’è sempre stata. Noi tutti siamo ammaliati e sedotti ogni anno dalla ormai leggendaria sfida tra Cristiano Ronaldo e Messi per diventare “Pichichi“. Quel nomignolo che porta il nome di Rafael Moreno Aranzadi, attaccante dell’Athletic ad inizio ‘900 che il club commemora con una statua all’interno dello stadio e che di fatto ha tracciato la storia della Liga. La tradizione vuole che, la prima volta che una squadra gioca al San Mamés, debba portare un mazzo di fiori e posarlo accanto al busto del Pichichi.

Statua Pichichi | numerosette.eu

Dicevo dunque che il castigliano non è più un tabù da queste parti, ma guai a chiamare l’Athletic erroneamente con il nome di Atletico Bilbao, il nome affidatogli da Franco durante la dittatura. Per tutti è semplicemente l’Atleti.

Io vi ho avvisato, aguuur.