Ogni amante del calcio sa, in cuor suo, che questo sport è in tutto e per tutto una fedelissima miniatura della vita: il mondo del pallone rispecchia (e in un certo senso amplifica, spesso più nel male che nel bene) le tendenze del momento, gli umori della gente. Ad oggi, in una società che sta sempre più mischiando il successo con la celebrità, la sostanza con l’apparenza, la realtà con la finzione, anche il calcio si sta appiattendo alla dimensione di entertainment.

I giocatori sono, molto spesso, prima celebrità e poi atleti; prima figurine sui social, poi uomini in campo.

C’è però una categoria a parte. Queste persone conducono vite parallele, lontano (per quanto possibile) da ogni tipo di riflettore; non svendono la propria vita privata ma la coltivano a testa bassa; che finché c’è tempo si lavora, e quando sarà l’ora si tireranno le somme.
Nel mondo del calcio, questo gruppo di invisibili è una razza in via d’estinzione, ma che lotta con tutto il fiato su ogni pallone dal primo al novantesimo minuto; dopo il triplice fischio si infilano nel sottopassaggio e spariscono fino alla settimana successiva.
Uno di questi è Lucas Rodrigo Biglia, “el principito”.

“Io ti vedo.”

L’argentino arriva nel nostro calcio in sordina, per l’appunto. La Lazio lo acquista dall’Anderlecht nell’estate del 2013 per 8 milioni. Le credenziali sono ottime: 27 anni, gli ultimi 7 nella squadra di Bruxelles, di cui è stella e capitano, con cui ha peraltro vinto alla prima stagione il premio come miglior giovane del campionato; a seguire 4 scudetti, 4 Supercoppe e una Coppa di Lega. Ha esperienza nelle coppe continentali, Champions ed Europa League, ed è inoltre nel giro della nazionale maggiore albiceleste dopo aver vinto un campionato sudamericano e un mondiale  a livello giovanile.
Eppure, all’inizio molti laziali storcono il naso. “8 milioni sono tanti”, dicono. Per uno che fino alla piena maturità ha giocato solo in un campionato minore, in effetti, potrebbe anche venire qualche dubbio. E poi si tratta di un rebus tattico: che ruolo ha? Non ha la fisicità del mediano incontrista, non la velocità di pensiero del regista, non i ritmi di un incursore.

Come te la cavi coi tiri al volo?

Discretamente.

Alla sua prima stagione, alla guida della Lazio si alternano un sazio Petkovic e il “figliol” prodigo Reja; con entrambi Biglia stenta. Davanti ha, nelle gerarchie, un mostro sacro dello spogliatoio biancoceleste, suo connazionale nonché altro invisibile: Cristian Ledesma. I due si alternano, a volte giocano a fianco nel centrocampo a due, altre volte Lucas si allarga a mezzala in quello a tre.
Roma è una piazza difficile, lunatica, incostante. Le perplessità diventano presto malumori. “Non alza la testa”, dicono, “non forza mai la giocata, non verticalizza, gioca troppo facile”. Ha qualità, forse è vero, ma non il carisma necessario per quella zona nevralgica, non la personalità per scalzare Ledesma dal cerchio di centrocampo o dal cuore dei tifosi.

“È solo n’antro bidone de Lotito”

Tifoso medio

Lucas è un tipo serio, riservato, introverso. Sorride raramente, dicono i compagni; “le risate le tengo per i momenti importanti”, risponde lui. Parla poco, motivo per cui in pochi sanno i suoi trascorsi: tutto quello che traspare è sempre incerto, poco pubblicizzato. Sa cosa significa guardarsi dentro: l’anno precedente ha dovuto fare i conti con una fase di depressione che l’ha tenuto per parte della stagione a casa, in Argentina, nella sua città natale, Mercedes. “Sono stato per giorni in una stanza buia, mi hanno prescritto psicofarmaci”, racconta. Pochi anni prima, nel 2008, il padre Pego era morto, e Lucas individua in quei momenti la radice della sua depressione.
Mercedes è per il centrocampista un porto sicuro. “Mi lugar”, il mio posto, dice. Tanto che appena ha il tempo prende un aereo e torna. “Ho le mie vacanze, le mie vacanze sono a Mercedes”. Una cittadina tranquilla della provincia di Buenos Aires, al centro delle pampas argentine; nota principalmente per aver dato i natali a Jorge Rafael Videla, generale e dittatore del paese negli anni ’70, uno dei principali responsabili del fenomeno dei desaparecidos.

desaparecidos

Ma torniamo al calcio. Siamo a giugno 2014, e Lucas fa parte della spedizione argentina per i mondiali del Brasile. La Selecciòn vince di misura tutte le tre partite del girone, e in ognuna di queste Biglia entra soltanto nel recupero. Agli ottavi c’è la Svizzera: una partita tiratissima, con tante occasioni da entrambe le parti; ancora una vittoria di misura con Di Maria in gol, su assist di Messi, al 118′. Biglia era entrato al 106′, ma da quel momento il ct Sabella non lo leva più. Quarti, Semifinale e Finale, il numero 6 si è piazzato lì, sulla mediana, accanto a Mascherano. “Sono un calciatore normale in una nazionale di fenomeni” dirà più avanti.
È dunque questa la dimensione del centrocampista? Un gregario, una spalla?

Anticipo netto, profondità, calcio di rigore e rosso. Facile no?

Dopo la sconfitta contro la Germania del compagno di squadra Klose, il centrocampista torna ancora una volta a Mercedes. E dove altrimenti? È un bagno di folla; si affaccia con i due figli dal balcone del palazzo comunale, si commuove, ringrazia. Il microfono fa le bizze, e forse questo solleva Lucas: può parlare il meno possibile.
Ma sin dal principio della stagione successiva, qualcosa sembra essersi sbloccato. In campo parla eccome, indica al portatore il passaggio libero, si propone, sbraccia. È tornato da leader. Il nuovo mister Pioli gli dà le chiavi del reparto: vertice basso in un centrocampo a due, o più spesso a tre; collante tra le linee; metronomo offensivo e difensivo; il primo a portare il pressing e il primo a far ripartire l’azione. La stagione 2014-2015 è straordinaria in tutti i sensi, per tutta la squadra; e Biglia è il crocevia di ogni transizione.
E il piede c’è e si nota, ora. Il “Flaco” Menotti, suo allenatore all’Independiente, una volta disse: “è tra i calciatori più tecnici che io abbia mai visto negli ultimi anni”. No, non si sbagliava; e ora se ne accorgono tutti i laziali.
Con Biglia in campo, la Lazio è irriconoscibile. Quando ha palla il portiere, i due centrali di difesa si allargano a terzini e Lucas scala a prendere il passaggio corto. I due terzini si spostano in avanti come ali aggiunte e la Lazio riesce a fare densità nella metà campo avversaria sin dalla costruzione bassa. In fase di possesso più avanzato, il mercedino resta riferimento basso: verticalizza, cambia gioco, detta i tempi. Talvolta non disdegna nemmeno progressioni palla al piede o inserimenti senza palla.

“Stavate parlando di me?”

La caratteristica che dimostra per tutta la stagione è l’intelligenza tattica. Conosce i propri limiti e quelli dei suoi compagni, non forza la giocata quando le condizioni lo sconsigliano, gioca semplice se deve; eppure è il primo a prendersi i rischi, a tentare un dribbling per sbloccare la linea di passaggio, a prendersi un fallo in una zona nevralgica difendendo la palla con tutto il corpo (per un’analisi tattica più approfondita, dare un’occhiata qui).
In fase difensiva, probabilmente Biglia è ancora più forte. Sembra sapere con qualche istante di anticipo dove il pallone andrà, e questo gli permette di intercettare una quantità enorme di passaggi, anche di testa. È l’ago della bilancia, il collante tra i reparti. Non ha mai paura ad affondare il tackle, è scaltro nella gestione dei falli e dei cartellini. Le (poche) volte che sbaglia un appoggio riesce quasi sempre a metterci una pezza con grinta e cervello.
Eppure i media sembrano non notare del tutto l’esplosione dell’argentino. I riflettori sono puntati sulle giocate di Felipe Anderson, sulla corsa di Candreva, sui gol pesantissimi di Parolo, sulla solidità di De Vrij. Una stagione straordinaria, dicevamo, sicuramente al di sopra delle aspettative; ripetere l’exploit, in effetti, si dimostra impossibile.

I presupposti sono i migliori; tutti i big vengono confermati, la rosa viene svecchiata anche con l’innesto di alcune giovani scommesse. Eppure, sin dalla preparazione estiva, il clima nello spogliatoio sfugge dalle mani di Pioli. Ledesma si trasferisce in Brasile, Mauri dice (momentaneamente) addio alla squadra per le note vicende del calcioscommesse: ecco che quindi si deve scegliere un nuovo capitano, Pioli si impone. Sarà lui, quel ragazzo serio, quell’argentino biondo che nell’ultimo anno ha preso le redini della squadra. Non Radu, non Lulic, che nelle stagioni precedenti spesso avevano ricoperto quel ruolo. Non Candreva, per cui sembrava fosse maturo il momento di scalare le gerarchie. Non lo stesso Mauri che nel frattempo, prosciolto dalle accuse, è tornato alla base. Biglia indossa la fascia, ma i malumori serpeggiano nell’ambiente. “Non la merita”, dicono.

“Tu mi fai girar, tu mi fai girar”

Eppure la scelta di Pioli è motivata, legittima. La superiorità tecnica del mercedino è lampante; il mister vuole anche scacciare dal suo regista le voci di mercato. Perché nel frattempo le sirene dei top club stranieri si fanno sempre più insistenti. Si parla di Real Madrid, di Manchester United. Biglia non si scompone e prende il suo posto al centro del campo.
Il ginocchio di De Vrij fa crack e senza di lui la difesa balla paurosamente; Parolo non riesce a ripetere la stagione impressionante dell’anno precedente; Candreva ha perso tutte le motivazioni dopo la storia della fascia; Anderson sembra aver paura di se stesso; Klose è assente per gran parte della stagione; Pioli va in confusione. La stagione della Lazio è pessima. Le note positive si contano sulle dita di una mano; una di queste è ancora lui.
La Lazio vince per 1 a 0 l’andata dei preliminari di Champions contro il Bayer Leverkusen. Alla prima di campionato Lucas Biglia segna il primo gol in assoluto del campionato dei biancocelesti; poi si infortuna. Al ritorno col Bayer, senza di lui, la squadra di Pioli viene asfaltata per 3-0. È la seconda cocente delusione (dopo la sconfitta in Supercoppa contro la Juve) di una stagione che sembra già maledetta.
Il centrocampista, in effetti, si infortuna spesso, ma anche questo ne caratterizza il profilo: né Pioli né il nuovo ct dell’Argentina, Gerardo Martino, sono disposti a fare a meno di lui; lui d’altro canto non sa giocare senza farlo col fisico. Riceve e dà tanti colpi, e questo gli porta alcuni acciacchi. Senza di lui, in campionato la Lazio gioca 11 partite: 12 punti, 11 gol segnati e 18 subiti. Le medie a partita, sono, rispettivamente: 1,09; 1; 1,64. Con lui in campo, le stesse medie diventano 1,56; 1,52; 1,26. Numeri comunque non eccezionali, ma la differenza è sostanziale. Senza il suo capitano, la Lazio è prevedibile in attacco e fragile in difesa.

Ai primi di Dicembre la Lazio incontra all’Olimpico una Juve in ripresa: 0-2 netto, quinta sconfitta in sei giornate per i biancocelesti. A fine partita Biglia, da solo e al centro del campo, scoppia a piangere e chiede scusa ai tifosi in piena protesta.

"A forza di essere vento"

“A forza di essere vento”

Sono le lacrime di chi ha perso, nel giro di due anni, una finale mondiale e una di Coppa America con l’Argentina; una finale di coppa Italia e due Supercoppe con la Lazio, oltre ad aver perso la possibilità di giocare dove più gli competerebbe, l’Europa dei grandi, dopo una stagione che avrebbe meritato ben altra fortuna. Sono le lacrime di chi gioca in una squadra non all’altezza delle proprie capacità; di chi, probabilmente, teme di aver sbagliato a non aver preso al volo l’occasione di trasferirsi in un top club; di chi, a trent’anni, sa di aver vissuto l’apice della carriera senza aver raccolto neanche un decimo di quanto meritato.

Cosa succederà nella prossima sessione di mercato? Voci, soltanto voci per ora. La Lazio farà di tutto per trattenerlo, con adeguamento eventuale del contratto; ma resta il fatto che se una big dovesse farsi avanti sarà difficile far sì che il capitano della Lazio resista.
Del resto, non ci sarebbe poi neanche da stupirsi se Biglia, da bravo invisibile, se ne andasse così: un po’ in disparte, senza dare nell’occhio. Dopo una delle sue migliori prestazioni in assoluto con la maglia biancoceleste, la vittoria contro l’Inter, ma con un Olimpico troppo impegnato a salutare e ringraziare (giustamente) Miro Klose per rendersi conto del gioiellino che rischia di perdere lì, al centro del campo.

"Aspettate un attimo: e se invece restassi?"

“Aspettate un attimo: e se invece restassi?”

Nel frattempo, si riparte con un’altra Copa America da giocare.