Perfezione apparente

On November 5th, right after halftime against the Hawks, I had a panic attack.

Con questa frase, Kevin Love inizia il suo articolo-confessione, dove il termine “confessione” va interpretato nella miglior accezione possibile. Il pezzo, pubblicato dal sito The Players’ Tribune, si intitola Everyone Is Going Through Something” e svela al mondo il lato umano e più debole di un giocatore rispettato da tutti come Love, campione NBA nel 2016. Il cestista si apre come mai era riuscito a fare nella propria vita, ammettendo di aver sofferto di attacchi di panico all’inizio della regular season.

Love dichiara che problemi del genere, prima del 5 novembre 2017, non lo avevano mai preoccupato; anzi, riteneva che temi come la depressione riguardassero soltanto le persone meno fortunate di lui, che apparentemente ha avuto tutto dalla vita. Ogni volta che un problema personale poteva ripercuotersi sulla sua carriera, Kevin ha preferito non affrontarlo, concentrandosi esclusivamente sul gioco. Un atteggiamento che, alla lunga, ha portato a delle conseguenze come gli attacchi di panico.

Nella lettera, il numero 0 dei Cavs ammette di aver completamente sbagliato l’approccio a questo genere di criticità durante i suoi 29 anni di vita.

Ma dopo l’attacco di panico che lo ha colpito durante il match con gli Hawks, minuziosamente descritto nell’articolo, la vita di Love è radicalmente cambiata. È subentrata in lui la consapevolezza di doversi aprire con qualcuno, parlare dei propri problemi, sfogarsi, scrollando via dalla sua testa l’idea che i giocatori di basket, così mediaticamente esposti, non dovessero in nessun modo confessare a qualcuno i dettagli delle proprie vite personali. La sua credenza, come quella della maggior parte di noi del resto, era che le celebrità dello sport non potessero essere vittime di problemi quali la depressione, i cali di autostima o gli attacchi di panico.
L’incontro con un terapeuta dei Cavs ha significato molto per lui: condividere le proprie emozioni, con qualcuno che non sia interessato esclusivamente al gioco della pallacanestro, è stata per lui un’esperienza tanto nuova quanto salvifica. Ma, come dice esplicitamente nella lettera, la più grande lezione che la vita gli ha offerto dopo l’episodio di novembre non è legata alla necessità di parlare con uno psicologo, bensì all’urgenza di confrontarsi con se stesso e capire di aver bisogno di aiuto. Mai, fino ad ora, un giocatore dell’NBA del calibro di Kevin Love aveva ammesso di necessitare aiuto, mostrando le debolezze del lato umano con cui tutti noi siamo stati e saremo costretti a confrontarci nell’arco della nostra esistenza.

Per quanto possiamo pensare ai campioni della NBA come degli eroi invincibili e indistruttibili, anche loro soffrono dei nostri stessi problemi legati alla quotidianità, criticità che esulano dall’essere personaggi ricchissimi, amati dagli appassionati e famosi in tutto il mondo.

La depressione ha radici profonde

Because just by sharing what he shared, DeMar probably helped some people feel like they aren’t crazy or weird to be struggling with depression. His comments helped take some power away from that stigma, and I think that’s where the hope is.

La fonte d’ispirazione di Kevin Love, come lui stesso ammette nell’articolo, è stato DeMar DeRozan. La stella dei Toronto Raptors, pochi giorni prima che Love scrivesse la sua confessione, ha rilasciato un’intervista in cui ammetteva di soffrire di depressione.

Nell’intervista, DeRozan parla della propria infanzia travagliata in un sobborgo losangelino difficile come quello di Compton. Alla domanda “Di dove sei?” il numero 10 dei Raptors non ha mai risposto Los Angeles, bensì Compton, che per lui significa molto più di un semplice quartiere.
Il tasso di criminalità di Compton e il numero di episodi violenti avvenuti nelle sue strade rendono di per sé l’idea di quanto possa risultare complicata la giovinezza per un ragazzo che non vuole arrendersi al destino che sembra toccargli di diritto: alcolismo, tossicodipendenza, violenza, criminalità. Molti, troppi gli amici personali di DeMar condannati ad un’esistenza fatta di disperazione e depravazione.
Ecco perché non si stenta a credergli quando ammette di soffrire di una depressione che gli deriva dai pensieri più reconditi legati alla propria infanzia.

“You never know what that person is going through” ha detto DeRozan nell’intervista, riferendosi all’errore che la gente commette nel giudicare lui e i propri colleghi solamente dall’alone di perfezione che li circonda. Tutto ciò ha ispirato Kevin Love, che lo ha ringraziato nel proprio articolo su The Players’ Tribune per aver dato a lui e a molte altre persone la forza di condividere. Da parte sua, DeRozan si è detto entusiasta di aver indirettamente aiutato Love a liberarsi di un grave peso, con il quale nessuno di noi dovrebbe essere costretto a convivere. Ciò che DeMar ha detto di aver tratto da questa esperienza è tanta positività, oltre alla responsabilità e alla consapevolezza del ruolo che un personaggio così esposto come un giocatore NBA ha nei confronti delle persone meno fortunate.

Condividere è la cura

 

Mental health isn’t just an athlete thing. Mental health is an invisible thing, but it touches all of us at some point or another. It’s part of life.

Siamo nell’era della condivisione. Quando pensiamo a questa parola ci vengono subito in mente i social network, dove il tasto share ci permette di consegnare al mondo che ci circonda opinioni, passioni, legami e contenuti che altrimenti avremmo tenuto solo per noi. Ma condividere significa molto più di questo. Basti pensare a quanto le confessioni di Love e DeRozan siano importanti per tutte quelle persone che soffrono di depressione o attacchi di panico: magari si tratta di ragazzi che, come ha ammesso lo stesso ex Minnesota, non pensano di aver bisogno di cure o di particolari terapie, ma che adesso grazie ai loro idoli si convinceranno che non c’è nulla di male nel condividere le proprie debolezze con i propri amici, genitori o insegnanti. E guai a pensare che per campioni del calibro di Love e DeRozan, che con tutta probabilità lotteranno fino alla fine per il titolo di campioni della Eastern Conference, sia facile esporsi così tanto a livello mediatico riguardo temi tanto personali.

 

Se si vogliono tenere presenti le questioni strettamente legate al campo, Love ha vissuto questo brutto periodo parallelamente alla crisi dei Cleveland Cavaliers, mentre DeRozan, nonostante i propri problemi personali, ha trascinato i suoi Toronto Raptors al primo posto in classifica ad est. Con ciò vogliamo dire che in questo momento, per motivi diversi, i due cestisti avevano tutto da perdere nel confessare i propri problemi al mondo intero. Eppure la forza di condividere, di aiutare se stessi e gli altri, ha giustamente prevalso sulle mere esigenze tecniche a cui lo sport, per come lo si intende oggi, ci pone davanti. Senz’altro, il fenomeno messo in moto dalle parole rilasciate da DeRozan – e scritte da Love – avvicina sempre di più l’NBA alle persone, in un progetto umanitario che vede la lega cestistica più importante del mondo impegnata su temi importanti come la salute, fisica e adesso anche mentale, l’uguaglianza e i diritti civili.
Esempi come questi danno ancor più credibilità al sistema NBA, diffondendo la speranza e facendo sentire gli appassionati sempre più vicini ai loro idoli, non solo per quanto riguarda le loro forze, ma anche e soprattutto per ciò che concerne le loro debolezze.

In fin dei conti, anche loro sono esseri umani come noi.

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