Liverpool è pronta, 29 anni dopo

sIl Liverpool vince 4-0 contro il Bournemouth in trasferta e ritrova la testa della classifica in Premier League, superando il Manchester City di Pep Guardiola, caduto a Stamford Bridge contro il Chelsea di Maurizio Sarri che si impone con le reti di Kanté e David Luiz. Il fatto in sé non suscita un grande risalto: è il normale andamento a cui ci ha abituati la Premier League. Ma ciò che trasmette il nuovo avvicendamento in vetta è più che altro una sensazione: i Reds sono finalmente pronti per prendersi la Premier League.

La vittoria contro il Bournemouth non può essere un evento di per sé eccezionale data la differenza tecnica tra le due squadre; la novità è la capacità di saper sfruttare le occasioni e non incombere in scivoloni evitabili. Cosa alle quali il Liverpool – sopratutto in campionato – ci ha spesso abituati: l’anno scorso eccezionali fino a novembre, poi il crollo con un quarto posto conquistato solo a maggio. Per quanto sorprendenti, invece, le meraviglie in Champions League rientrano nel Dna europeo di una squadra che ha vinto cinque volte il torneo e che solo due anni fa fu a 45 minuti dal vincere l’Europa League (sconfitta a Basilea, 3-1 contro il Siviglia).

L’inizio di un piccola rivoluzione

Una cosa che non si può certo dire a livello nazionale, dove il Liverpool è fermo a 18 titoli dal 1990. Quasi 29 anni in cui solo una volta i Reds sono andati davvero a un passo dal titolo. Ma per una crudele trappola del destino, proprio il giocatore più rappresentativo, Steven Gerrard, decretò la fine di un sogno che pareva ormai concretizzato. Era l’annata record di Suarez, Sturridge e Sterling e di Rodgers in panchina. Proprio quel Rodgers che un anno e mezzo dopo (ottobre 2015) lasciò il posto a Jurgen Klopp. L’inizio di una piccola rivoluzione. Obiettivo: far tornare a essere il Liverpool la squadra che merita di essere, una big.

Il primo anno

Quattro mesi dopo l’arrivo a Liverpool, la scossa del tedesco produce l’ultimo atto di League Cup contro il Manchester City. Un mach intenso che, terminato 1-1 nei tempi regolamentari con le reti di Fernardinho e Coutinho, si trascina ai rigori dove Leiva, Lallana e Coutinho tradiscono le ambizioni Reds. Coppa al City che festeggia con l’ultimo rigore di Tourè. Una delusione che si fa sentire in campionato. I Reds termineranno all’ottavo posto in classifica, lontani anni luce dal quarto posto e dalla Champions League. Apice dell’anno, il Quarto di Finale d’Europa League ad Anfield Road, contro il Borussia Dortmund. Da 1-3 a 4-3, con la rete a tempo scaduto di Lovren che dà l’illusione che quella possa essere il punto di svolta di una stagione europea che vede il Liverpool ancora protagonista. Il secondo tempo della Finale di Basilea contro i campioni in carica del Siviglia, tuttavia, spazzerà via qualsiasi ambizione. Il vantaggio di Sturridge viene ribaltato dal gol di Gameiro e dalla doppietta di capitan Coke. Eppure, nonostante le delusioni, il vento pare sia cambiato.

Talento e pressing: da Coutinho a Salah

I Reds diventano una squadra dinamica e dal grande pressing offensivo. Un concretato di gioventù e talento che sono la cifra stilistica del tecnico tedesco. E con i cambiamenti a livello tecnico-tattico arrivano anche quelli all’interno della rosa. Milner, Firmino, Henderson, Gomez. Sono questi i nomi dei giocatori che possono vantare la titolarità da quando in panchina siede Klopp, con i vari Sturridge e Lallana ormai relegati alle seconde linee. E solo uno, Roberto Firmino, può essere considerato come l’uomo immagine di questa rivoluzione. Trasformato da trequartista a prima punta, il brasiliano è un elemento a tutto campo nello scacchiere dei Reds. Capace di segnare e di far segnare, di dare verticalità alla manovra e di aprire gli spazi per i compagni. Anche se alcuni giocatori sono andati via contro la sua volontà – Coutinho e Emre Can su tutti – la rosa ha sempre seguito una logica vicina al suo allenatore, capace di trovare i sostituti adeguati, se non migliori: è il caso di Mohamed Salah. Già devastante con la maglia della Roma, a Liverpool l’egiziano ha trovato la sua consacrazione definitiva, e in Klopp il mentore che sappia guidare le sue infinite qualità. Il risultato: 44 reti in 50 partite nel 2017/2018. Senza la sua uscita al 15′ della finale di Champions League contro il Real, forse staremo qui a parlare di un’altra storia.

Van Djik e Alisson

Eppure, al di là della svolta tattica, i passaggi più emblematici della gestione Klopp sono gli ingaggi di Virgil van Dijk e Alisson. Non tanto per il valore tecnico dei giocatori, ma per ciò che hanno comportato nei meccanismi difensivi e globali. Se l’olandese ha garantito maggiore stabilità, Alisson è il portiere perfettamente moderno che rappresenta l’ultimo aggancio per rendere i Reds una squadra ormai completa. Pagato 62.5 milioni alla Roma, il portiere brasiliano ha dato una sicurezza che dalle parti della Mersey non erano più abitati a possedere, tra gli incostanti Mignolet e Karius. A loro vanno aggiunti due esterni difensivi che inquadrano perfettamente l’idea calcistica di Klopp, Robertson e Alexander-Arnold: esplosività, tecnica e copertura. Una compattezza che ha sempre rappresentato il vero tallone d’achille nella storia recente del Liverpool e che oggi rende la difesa dei Reds la meno battuta del torneo (6 reti appena subite), senza aver ancora perso un match. Una ristrutturazione generale che ha prodotto una durezza mentale e una sicurezza nei propri mezzi che fanno del Liverpool una squadra capace di lottare su tutti i fronti. Con l’obiettivo dichiarato di spezzare un incantesimo nazionale che dura da troppo tempo e che la Kop non vede l’ora di festeggiare.

Una rivoluzione dicevamo all’inizio. A cui ora manca solo l’ultimo passaggio: la familiarità con la vittoria e l’euforia del trofeo.

Con tutto questo a disposizione, i trofei sono l’unica ambizione possibile.

Jack Lusby

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