L’insostenibile leggerezza dell’essere tifosi

Non è facile essere tifosi: coinvolti, costanti, presenti. Né è facile essere un appassionato: chi non avrebbe voluto assistere a una partita del Mondiale, a una finale di Champions League, o sognare di cantare almeno una volta nella vita You’ll never walk alone ad Anfield. Ma avremmo chiesto molto meno, in fondo: assistere a un derby e supportare la propria squadra del cuore, visitare lo stadio di cui finora abbiamo soltanto potuto immaginare l’essenza. E alla fine, però, anche stavolta ci accontenteremo di seguirla davanti alla tivù. È un calcio che tende freneticamente all’industrializzazione e al guadagno, lo sappiamo bene. Ne sono ben consapevoli anche quei tifosi che per seguire la propria squadra sono costretti a compiere importanti sacrifici, diremmo esosi.

Tempi duri  per i sognatori a basso reddito.

La nuova èlite

Al di là della retorica banale e romantica di chi esalta nostalgicamente il ricordo di un tempo ormai svanito (il calcio è comunque sempre stato uno sport ampiamente sfruttato dagli interessi della borghesia in rampa di lancio), è evidente come negli ultimi vent’anni sia avvenuta una decisa imposizione, e conseguente selezione, su quali debbano essere i parametri e i destinatari su cui puntare. Gli stadi nuovi e di proprietà, possibilmente finanziati da un ricchissimo sponsor a cui verrà inoltre intitolato l’impianto, sono le cattedrali di questa religione revisionata. Provvisti di tutto ciò che attira l’attenzione del consumatore bene: area relax, ristoranti, palestre a prezzi esorbitanti, che però dovrebbero, secondo la società, attirare le famiglie e i cittadini. Negli States, ad esempio, i Golden State Warriors hanno appena promosso per circa 100 dollari un tour dell’Oracle arena più gadget, senza però permettere la visione del match.

Adesso – piccola nota personale – vorrei proprio sapere chi fra le famiglie “comuni” sia mai andato, che so, all’Olimpico per assistere ad una partita della Roma mentre gusta del vino rosato da un elegante calice dell’area ristoro, o comunemente chiamata “Area VIP”. Andiamo, solo la Dark Polo Gang può davvero vantarsi di fare aperitivo a San Siro, poco prima di Inter-Roma.

Un progresso che parla chiaro e che mira a un ceto medio-alto borghese che possa incarnar nello spettatore fedele, educato, seduto al proprio posto, pronto a sostenere la propria squadra con fragorosi applausi e ancor prima economicamente. Il merchandising, dunque, è uno dei punti chiave in quanto, oltre alle entrate, favorisce l’espansione del brand negli ambienti quotidiani, al di fuori dei 90 minuti, per intenderci. Chiunque può essere indotto a provare il desiderio di acquistare la nuova divisa della squadra o il portafogli con il ricamo del logo del club. Peccato che, ad esempio, acquistare la sola maglia da gioco significhi ormai spendere dai 70 ai 110 euro, cifre assolutamente spropositate, probabilmente. Non è infatti un caso che in Italia la cultura della maglia sia tutt’al più assente all’interno degli stadi, dove difficilmente ci risulta di aver assistito a una curva o una tribuna con addosso la casacca del club, in piena armonia cromatica, rispetto ad altri campionati in cui è persino tradizione. L’abbiamo potuto notare agli Europei del 2016, in cui la differenza fra le tifoserie era tale che il CT Conte esortò i tifosi italiani a indossare la maglia azzurra.

Un’offerta da rifiutare

E la stragrande maggioranza giunta allo stadio per assistere esclusivamente alla partita? Be’, alla prima di Serie A, la società del Napoli ha ben pensato di fissare a 40 euro i biglietti per la curva, settori in cui teoricamente si dovrebbe puntare a un prezzo, appunto, popolare. Lo stesso allo Juventus Stadium (o, scusate, Allianz), dove quantomeno, visto il rapporto qualità-prezzo, viene accettato maggiormente rispetto al “cesso”, così l’ha voluto definire il patron De Laurentiis, del San Paolo. La nuova casa bianconera così ha optato, alla inglese, per la selezione, essendo sempre vicini al sold-out, visti i circa 41.000 posti disponibili. I prezzi sono quelli, chi può permetterseli venga. E di fronte all’elevato tasso di domanda e una capienza relativamente ridotta, l’offerta può solo garantire un costante profitto. Certo, bisognerebbe anche rendersi conto di quali siano i “criteri” di selezione, viste le ultime notizie trapelate riguardanti attività illecite di bagarinaggio da parte di sinistri personaggi proprio nei pressi dello stesso Stadium. Tutto, davvero, ai danni delle famiglie e di quei lavoratori che, con sacrifici, avrebbero potuto acquistare un biglietto al prezzo base.

Tifosi del Napoli | Numerosette Magazine

Non dimentichiamo poi l’entusiasmo imprenditoriale per le partite di Champions League. Per i quarti di finale della scorsa stagione fra Barcellona e Roma, il costo per assistere al match di andata al Camp Nou nel settore ospiti era di 90 euro, contro i “soli” 60 del medesimo settore nello stadio della capitale. L’azione di dissanguamento dei tifosi che avrebbero voluto vivere a pieno quel sogno, però, non termina qui: persino le compagnie aeree low cost e gli alberghi della città in quei giorni video lievitare palesemente i prezzi. E quanti di noi hanno avuto quell’amico romanista costretto a sostenere i propri ragazzi da uno schermo del televisore in occasione della semifinale contro il Liverpool, storica al punto da poter tranquillamente fissare a 65 euro i prezzi delle curve. E tralasciamo i conseguenti e soliti intrallazzi all’italiana in cui diversi furboni hanno ben deciso di acquistare un numero considerevole di biglietti da rivendere successivamente a offerta triplicata.

Tifosi della Roma contro il prezzo della trasferta di Barcellona | Numerosette Magazine
Il giornale giallorosso “IlRomanista” ha promosso, durante le settimane precedenti alla partita, una campagna contro il prezzo esagerato del settore ospiti del Camp Nou

Nel 2015, il sito “Calcio e Finanza” stila la classifica dei campionati europei più cari per rapporto qualità/prezzo. Terza la Serie A con un biglietto dal costo medio di 69 euro e di 224 per quello di trasferta, considerando pure le varie spese di viaggio. Di conseguenza l’inevitabile abbandono dello stadio da parte di quella maggioranza di spettatori. Si veda a riguardo la progressiva desertificazione di San Siro per le partite del Milan, recentemente giunta ai suoi minimi storici: dai 44.158 tesseramenti del 2008 ai soli 15.990 dell’ultima campagna abbonamenti dell’era Berlusconi, nel 2016. Nessuno è più disposto a spendere così tanto per assistere a prestazioni mediocri.

I numeri dei tifosi del Milan negli anni | Numerosette Magazine

Slegato dall’affetto delle classi popolari, è subentrato dunque un pubblico esigente che pretende anzitutto lo spettacolo, per garantire la soddisfazione di aver speso adeguatamente i soldi del biglietto. La squadra diventa così merce, prodotto necessariamente di qualità, il calcio un intrattenimento.  E da qui possiamo affrontare il confronto con alcune realtà estere in divenire.

Modello inglese

Potremmo discuterne abbondantemente, visto il costante e centralizzato processo di esclusione  della workingclass intrapreso anzitutto dal governo Thatcher alla fine degli anni ’90. Con la motivazione di evitare altre tragedie di massa causate dalla cieca e spontanea violenza degli hooligans , l’Inghilterra ha individuato la soluzione proprio nell’estirpazione di questi fenomeni dallo stadio e dall’orbita del club. Nel 1986, con l’adozione del Public Order Act, fu permesso alla magistratura di vietare l’ingresso ai tifosi considerati violenti, venne imposto l’obbligo di firma nei comandi di polizia, fino a considerare reati anche qualsiasi atteggiamento “allarmante”, per quanto non violento. La prima conseguenza della nuova proposta di controllo dell’ordine pubblico fu però tutt’altro che positiva: il 15 aprile del 1989, novantasei supporters del Liverpool persero la vita in quella che viene conosciuta come “tragedia di Hillsborough”. In maniera cruda, lo storico britannico John Foot ha detto sull’accaduto:

Tutti i tifosi iniziarono ad essere trattati come dei criminali. Negli stadi, alcuni già vecchi e pericolosi di loro, furono erette barriere di metallo. Qui, in spazi strettissimi, venivano relegati i tifosi. Quella volta non si trattò né di scontri né di violenza, ma 96 persone, tra cui molto giovani, rimasero schiacciate contro le barriere di metallo.

Vent’anni dopo, comunque, l’Inghilterra era riuscita nell’intento di relegare ai pub e alle proprie dimore le classi popolari, sinonimo per Loro (si tratta di un “loro” sorrentiniano, per intenderci) di quel disagio che avrebbe potenzialmente causato altra violenza. O quantomeno, anche a causa dell’avanzare dei tempi, gli hooligans avevano assunto nuovi e diversi connotati. Ma la repressione in atto era evidente, economica e strutturale ancor prima di quella fisica, attraverso la trasformazione degli stadi inglesi in avveniristici salotti adibiti ad hoc per la classe borghese in ascesa degli anni ’90, maggiormente interessata al gioco del calcio e, di conseguenza, a investire in esso. I prezzi dei biglietti chiaramente subirono un’evidente impennata che comportò una sorta di naturale marginalizzazione in base al reddito.

Tornando al discorso del caro-prezzi, il Tottenham Hotspur ha già dichiarato i prezzi degli abbonamenti nel nuovo White Hart Lane, la cui inaugurazione viene oltretutto posticipata costantemente a data da destinarsi. Questi partono dalle 695 alle 2200 sterline, vale a dire da 907 a 2510 euro, garantendo così, com’è ovvio, una netta distinzione di tifosi A, cioè coloro che possono permettersi l’impegno di seguire la propria squadra almeno nelle partite in casa, e tifosi B, marginalizzati nei propri angoli remoti mentre vestono silenziosamente e con amore la maglia della squadra davanti a un televisore. Per non parlare, appunto, delle sempre più esose richieste delle aziende televisive in possesso dei diritti tv, situazione che proprio in Italia negli ultimi anni sta raggiungendo un clima di esasperazione. L’aumento dei prezzi per i “pacchetti calcio” è consequenziale alla lotta fra le varie compagnie televisive per chi può più o meno lucrare sulla passione della gente comune. E così, oltre alla classificazione di diversi ranghi di tifosi, anche il semplice spettatore, il curioso vive limitatamente la realtà di questo sport, ovvero: chi ha la possibilità e la voglia di sostenere i costi di una pay tv, ha la possibilità di essere un “conoscitore/appassionato” di tipo A, rispetto a un appassionato di classe B, privo della comoda visione dei match e delle stesse discussioni e interviste post-gara.

Condannare e vietare

La costante repressione della libertà d’espressione di massa ha sancito spesso un solco profondo fra il tifoso medio, ridotto a individuo-spettatore, e la collettività del tifo, per lo più ancora incanalata nei organizzati. Certamente non è sempre da intendere come un grave male, ma il fatto che tra le fila degli ultras della Lazio, storicamente di destra, si sia venuto a creare un collettivo antirazzista e antifascista dimostra, però, come sia ancora presente nel calcio un comune sentimento popolare che non può essere narcotizzato. Rimangono realtà fortemente connotate, anche da un punto di vista politico, come il Rayo Vallecano in Spagna. Va detto che all’estero, specialmente in club più “aziendalizzati”, le curve hanno già subito un grave sradicamento delle loro frange più popolari e al contempo più identitarie e radicalizzate. Basti pensare alla presunta clausola etica proposta dai dirigenti del PSG ai propri giocatori affinché esultino sotto la curva o all’usanza di imporre la coreografia da eseguire in curva, probabilmente attraverso finanziamenti convincenti ai gruppi ultras.

Per il tifoso è quasi giunta una sorta di “atomizzazione”, lontana dall’identità collettiva del club e dalle sue tradizioni culturali e ideologiche, sempre seguendo il modello inglese. Infatti, dopo i disordini avvenuti durante la finale di Coppa Italia del 2014 tra Fiorentina e Napoli, il presidente del Coni Malagò ha esortato a seguire proprio l’esempio della Thatcher durante la crisi del calcio d’oltremanica. Fra questi aspetti, i media si concentrano sui punti riguardanti lo scioglimento del tifo organizzato e il divieto di esposizione di ogni tipo di striscione, oltre a una maggiore severità della pena legale. Le misure repressive nell’ultimo decennio si erano comunque già avvertite, rappresentate soprattutto dalla tessera del tifoso, che ha soltanto allontanato ulteriormente le masse dagli stadi. Tutto rientra nella concezione di chi, per garantire l’ordine pubblico, ha deciso di puntare essenzialmente sulla repressione.

Esemplare è il caso della bandiera raffigurante il volto di Federico Aldrovandi, studente diciottenne di Ferrara che il 25 settembre 2005 perse la vita a causa dell’abuso d’armi da parte di quattro agenti di polizia. Lo stendardo dedicato al giovane ferrarese viene sventolato dai tifosi della Spal durante ogni partita, anche in trasferta. Ed è proprio in occasione di una trasferta all’Olimpico per Roma-Spal che venne vietata l’esposizione della bandiera in quanto non autorizzata, sostiene la Questura di Roma, così che, per protesta, i tifosi spallini giunti fino a Roma decisero di non entrare allo stadio. La notizia rimbalza fra le varie tifoserie, al punto che, pochi giorni dopo, su numerosi spalti italiani venne innalzata l’immagine di Aldrovandi: all’Olimpico, così come a Empoli, Verona, Genova, Torino, Siena, Cagliari e a Terni. Le discussioni, però, si inaspriscono quando alcuni tifosi senesi raccontano che durante una gara casalinga della propria squadra gli steward e gli agenti di polizia presenti allo stadio hanno imposto loro di non esporre la bandiera con il volto del ragazzo ferrarese. Una sorte peggiore accade invece ai tifosi del Parma, denunciati per aver esposto una decina di immagini di Aldrovandi durante la partita. E non solo: Siena e Prato vengono multate rispettivamente 750 e 500 euro per aver esposto “uno striscione di contenuto provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine”.

Potremmo parlare ancora e fino allo sfinimento di casi simili o controversi. Quel che possiamo notare è che il calcio sta cambiando inevitabilmente, piegato sotto i sempre più gravi assilli del denaro. E i nostri sentimenti, i piccoli grandi sogni di noi tifosi, quelle fantasie evocate dai primi calci dati a un pallone, e anche le nostre lotte quotidiane stanno diventando merce. Ma, uniti, merce non saremo. E canteremo ancora in direzione ostinata e contraria.

Tifosi della Spal con la bandiera in ricordo di Aldrovandi | Numerosette Magazine

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