L’incredibile qualificazione del River Plate

Il River non perdeva in casa da quasi un anno, quando appena una settimana fa i brasiliani del Gremio hanno vinto per un goal a zero a Buenos Aires, risultato valido per la semifinale d’andata della Copa Liberatdores. Una gara totalmente inaspettata al Monumental, uno di quegli ambienti che in questi casi diventa davvero il fattore in più per spingere i padroni di casa ad eclissare gli avversari solo grazie alla pressione sugli spalti. In Argentina, si sa, il calcio è più di un culto o di una religione da venerare. Qui parliamo di un vortice tempestoso di emozioni, tensioni, adrenalina che parte dalla punta dei piedi e arriva fin sopra i capelli. Il River è una di quelle squadre che incolla davanti alla tv, soltanto per il gusto di ammirarla, dall’altra parte del globo, perchè ha nel DNA quella mentalità e quel fascino romanzato del pallone, capace di ribaltare una giornata storta in un’epopea popolare.

Il River Plate è ripartito, dopo un periodo abbastanza oscuro, da un tecnico che è qualcosa di più di un semplice allenatore, Marcelo Gallardo. Il Muñeco era nel gruppo che vinse la Copa Libertadores nel 1996 come giocatore, un numero 10 tutto fantasia, una figura quasi necessaria per riportare ai tempi di gloria la squadra biancorossa argentina. Marcelo Gallardo è da sempre un idolo al Monumental, fin da quando regalava perle nelle giovanili della squadra di Buenos Aires, che da quando sono nate sotto le spoglie di Renato Cesarini negli anni Quaranta, sono diventate il più grande bacino di giovani e speranzosi talenti riconosciuto in tutto il Mondo.

Marcelo Gallardo, argentino razza pura. |numerosette.eu
Gallardo è stata la rivoluzione che serviva al River Plate per rinascere. |numerosette.eu

Siamo partiti in questo pezzo parlando di una statistica davvero incredibile e notevole per gli argentini che si sono ritrovati con mezzo piede fuori dalla Copa per merito della squadra di Reanto Portaluppi, un allenatore con alle spalle una storia di rivalsa davvero unica nel genere. Il Gremio e Portaluppi sono sempre stati legati l’uno all’altro, specialmente nelle ultime stagioni, da un caterva di fallimenti che si ripetevano e dai quali non si vedevano troppe vie d’uscita. Nel settembre del 2016, Renato è tornato per la terza volta nella squadra che lo ha lanciato e gli permesso di acquisire una certa notorietà. Da giocatore aveva conquistato Libertadores e Intercontinentale (1983), segnando a Tokyo la doppietta decisiva contro l’Amburgo. Da allenatore, invece, aveva già guidato il Tricolor nel 2010, portandolo dalla zona retrocessione al 4° posto, e poi tre anni più tardi, arrivando secondo senza essere poi confermato e infine nel 2017 ha conquistato la Libertadores battendo il Lanus. Un filo rosso mai del tutto disconnesso da ambo le parti, che alla fine si sono riconciliate per un unico scopo comune: ricreare quella magia e quell’ambiente che ha regalato tante gioie e soddisfazioni. Renato è a oggi il secondo allenatore più duraturo sulla stessa panchina in Brasile. Meglio di Portaluppi  sta facendo soltanto l’ex ct della Seleção Mano Menezes, che guida il Cruzeiro dal luglio del 2016 e ha appena conquistato la seconda Copa do Brasil in 12 mesi.

Illusione

Il minuto numero 62 è il momento in cui i brasiliani e lo stesso Renato vivono l’illusione di poter bissare l’ann precedente. Traversone di Alisson dalla bandierina che cade perfettamente sulla testa di Michel e infila un impotente Armani. La bolgia del Monumental si trasforma in un fragoroso silenzio ricolmo di paura e tanti cuori che per un attimo hanno smesso metaforicamente di battere. I Millonarios del River disputano una partita quasi del tutto anonima contro i campioni in carica, dove è più la tensione a far da padrona e la seconda sconfitta consecutiva, dopo quella in campionato contro il Colon, si materializza sul terreno di gioco per l’incredulità dei supporters argentini. Alla fine della partita, i pronostici erano completamente sovvertiti e in Brasile avevano già la sensazione di assaporare la finale.

Per chi mastica un minimo di calcio sudamericano, saprà benissimo che il latini hanno una fisionomia e un sangue diverso da quello di noi occidentali, ma con alcune sfumature che ricordano proprio noi italiani. Nella zona centrale ( Buenos Aires, Santa Fe e parte di Cordoba) la piú popolata, con altissima percentuale ( 50 % e piú) di discendenti di italiani, é la parte piú conosciuta all’estero. Al nord esiste ancora forte influenza del carattere creolo, cioé l’incrocio di spagnoli con nativi indiani. Il sud, o la Patagonia, grande quanto quasi la Francia e l’Italia assieme, ma con una popolazione inferiore alla cittá di Roma, troviamo discendenti de molte nazionalitá europee. L’argentino sa ridere di se stesso, sale alle stelle quando é vincitore e cade rovinosamente a terra in occasione di una disfatta: la descrizione più adatta per il River fino ad una settimana fa.

A Porto Alegre, sede della semifinale di ritorno, è facile intuire l’entusiasmo spiccato dei brasiliani, consapevoli di avere il risultato dalla propria parte ma anche una squadra capace di saper reggere agli urti e pronta a prendere il controllo della partita con pochi episodi, e il pensiero disfattista degli argentini del River che non sono preparati a veder svanire nel nulla i propri sogni di gloria.

EL partido

Marcelo Gallardo però non è presente in panchina, dopo essere stato squalificato per aver ritardato il ritorno di River Plate dalla pausa in più di una partita. Ha dovuto assistere alla partita in uno degli stand dell’Arena e a fine primo tempo ha provato, senza successo, ad entrare nello spogliatoio dei suoi. La sua assenza si è fatta sentire. La pioggia incessante ha contribuito a creare quell’atmosfera romanzesca che solo le grandi partite garantiscono.

Nel primo tempo, il River ha fatto tutto quello che doveva fare per prendere il comando e pareggiare la serie. Il team argentino è uscito con un’intensità spettacolare all’inizio e ha avuto chiare occasioni dal primo minuto, quando ad esempio Quintero ha assistito Borré, in un cross deviato ma insidioso. Le giocate pericolose continuavano ad arrivare per il River attraverso i tiri di Exequiel Palacios, che con due conclusioni fantastiche ha sfiorato l’angolo destro di Grohe. Gli argentini spingono sempre più, si stagliano in ogni zona del campo pericolosamente ma il goal arriverà dall’altra parte del campo al minuto 35 in un rewind della partita d’andata: calcio d’angolo deviato da Fernandez, rimbalzo catturato da Leo Gomes, che batte Armani per primo, ancora incapace di poter negare il goal. Come nella prima tappa, il Gremio ha punito River con la sua efficienza e i supporters brasiliani si fanno sentire come non mai quando i propri beniamini vanno a segno. Vedere e sentire, per credere.

Ma il River di Gallardo è una squadra che non molla mai, nello spogliatoio qualcosa è accaduto che ha ricaricato psicologicamente i Millonarios e ha riacceso la scintilla. Il secondo tempo è partito cosi com’era finito e gli spazi per poter colpire da una parte e dall’altra sono diventati immensi, tanto che al 66′ l’attaccante Everton poteva archiviare definitivamente la qualificazione se avesse segnato nel coast-to-coast contro Armani. Quella parata è stata determinante per tenere viva la speranza e credere in un’impresa fuori da ogni logica. Al River servivano due gol per ribaltare la situazione, e due gol sono arrivati in un finale che ricorderemo per molto tempo. Prima, a 8 minuti dal termine, Borré ha trovato il gol del pareggio (con una mano? E aggiungiamo le svariate ed infinite polemiche per l’uso del VAR ), poi, quando la partita volgeva al termine, è arrivato il momento decisivo. Oltre 13 minuti di recupero che hanno favorito gli attacchi disperati del River in cerca di una salvezza, che alla fine è arrivata grazie al penalty trasformato da Gonzalo Martinez al 95′. Un miracolo basato sul cuore enorme di questa squadra che ha fatto la storia per più di quattro anni.

Il River è in finale perché è stato coraggioso ha giocato in Brasile come se fosse proprio nel proprio stadio di casa. Si è stancato di insistere quando ha avuto la palla e anche quando giocava, disposto a fare qualsiasi cosa pur di mettere la palla in rete. Gallardo ha comunque diretto il tutto dalla tribuna, effettuando anche dei cambi rischiosi ma pensando di non aver più nulla da perdere, se non l’orgoglio da vero argentino qual’è. La perseveranza non è mai scomparsa. Lucas Pratto ha continuato a spingere con tante idee e giocate, che hanno portato alla punizione del momentaneo 1-1, mentre Scocco è entrato e provocato il fallo su Bressan da rigore . È una squadra intelligente, mentalmente forte, progettata per dare battaglia in qualsiasi posto.“I tifosi del River hanno creduto in questa squadra fino alla fine, gli hanno incitati senza sosta”le parole di Gallardo a fine gara, concludendo con un doveroso grido di battaglia motivazionale ¡Vamos por más, Millonario querido! 

Per la seconda volta in quattro anni, River è finalista per i Libertadores. E se questo mercoledì il Boca sigillerà il suo passaggio contro Palmeiras, saremo di fronte alla madre di tutte le finali. Immaginate una telecronaca di Trevisani e Adani? Lascio libera la vostra immaginazione.

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