Letture: Un Capitano

Un Capitano, c’è solo un Capitano, un Capitano. C’è solo un Capitano.

È il coro che si sono sentiti ripetere centinaia di volte Maldini, Del Piero e Totti. Le ultime bandiere – senza retorica – che hanno segnato l’epopea del calcio italiano a cavallo degli anni ’90 e 2000. Segni tangibili di italianità e talento a servizio di una sola maglia.

Ma se Paolo Maldini ha vissuto l’addio con polemica, e Alex Del Piero si è congedato dal calcio con un tour in Australia e in India, per Francesco Totti quel 28 maggio 2017 è stata la conclusione idilliaca e perfetta di un ciclo iniziato nel 1989, e l’inevitabile inizio di un altro. All’Olimpico, sempre con la Roma, come Franco e Rossella Sensi gli avevano promesso, nei panni del dirigente.

Il titolo dell’autobiografia di Francesco Totti, scritta con Paolo Condò per Rizzoli, non poteva quindi che essere Un Capitano. Simbolo immutato per 25 anni di Roma e della Roma, rivale fischiato per timore ma apprezzato in tutta Italia, e nel Mondo.

Un Capitano

Che cosa devi fare per essere degno di un amore così folle, così assoluto, così esagerato?

È la domanda che compare sulla quarta di copertina (con foto di Luciano e Fabio Rossi) di Un Capitano. E attraversa, talvolta silenziosamente e talvolta esplicitamente, le parole che diventano immagini della memoria e che invadono di ricordi le 499 pagine di un testo, con innata capacità di fluire leggere senza ostacoli prosaici. Come un passaggio filtrante di prima di Francesco. Il lettore deve solo raccogliere e sfogliare.

L’oggetto-libro pensato da Rizzoli è di quelli importanti, riservati ai migliori scritti. Con copertina rigida e illustrazione impattante. La foto in bianco e nero scattata da Alessandro Dobici lascia il segno: lo sguardo di Totti sembra attraversarti ed è quasi impossibile non rivivere quell’azzurro intenso dei suoi occhi che guardano Medina Cantalejo, prima di scagliare con terribile violenza la palla sotto l’incrocio, realizzando il rigore che il 26 giugno 2006 al 95’ ha spedito l’Italia ai Quarti di Finale, battendo la rocciosa Australia di Guus Hiddink.

La scelta di Francesca Leoneschi (Art Director) e Alice Iuri (Graphic Designer) di spezzare il bianco e nero con la scritta in oro di Un Capitano è un’altra mossa vincente. È la luce che ha accompagnato l’intera carriera di Francesco.

Dall’infanzia in via Vetulonia dove batteva i ragazzi più grandi a Paperelle (gioco di precisione con il pallone), alle giovanili con la Lodigiani. Dall’approdo alla Roma del presidentissimo Dino Viola, col timore che mamma Fiorella accettasse l’offerta della Lazio, all’esordio inaspettato in prima squadra con Boškov, il 26 marzo 1993 contro il Brescia a 16 anni. Dall’escalation con Mazzone, a quel nomignolo affettivo di stella che Zeman gli cucì addosso dal primo allenamento a Trigoria nel 1997, anno in cui Totti si impossessa definitivamente della maglia numero 10.

Dovrà aspettare il 31 ottobre 1998 per indossare la prima fascia di capitano, che Aldair decide di cedergli volontariamente. Da quel giorno la Roma, per 19 anni, ha conosciuto solo un capitano.

Un Capitano: Recensione dell'autobiografia di Francesco Totti, scritta con Paolo Condò per Rizzoli | Numerosette Magazine
foto di Ilaria Santoro

L’amore per Ilary, l’amore di Roma

Il linguaggio scelto da Paolo Condò – me li immagino più volte seduti davanti a dei buoni piatti di pasta a chiacchierare, senza vino perché Francesco Totti è quasi astemio – è popolare. Semplice come è Francesco. Pensato per tutti, perché Totti è di Tutti. Del ragazzino delle medie che l’ha ammirato negli ultimi anni di carriera, dei coetanei che sono cresciuti con lui, degli anziani e delle anziane che nella loro vita di tifosi si sono innamorati prima di Conti, poi di Giannini (l’idolo di Francesco) e così di Totti. Di tutti gli amanti del pallone. Un amore che non ha conosciuto confini ed è sfociato a volte in gesti eclatanti. Come quello del ragazzo che pur di farsi una foto con Totti ha richiesto e ottenuto dal direttore di Rebibbia – promettendo altrimenti una bravata – una settimana in più di carcere. All’insaputa della fidanzata.

L’episodio appare nell’introduzione di Un Capitano e ci proietta nel vivo di un libro che non necessita di prefazioni.
I 19 capitoli che si susseguono sono dei tuffi molteplici e continui.
Totti parla in prima persona, mostrandosi per quello che è: una persona genuina, esilarante, divertita dalla vita, a volte sfacciata, che non si veste di umiltà o falsa modestia, bensì mostra consapevolezza di cosa sia significato essere un capitano. Il capitano. Ovvero, tante responsabilità.

Condò possiede il grande pregio di ascoltare Totti e di entrare nella sua intimità, senza denudarla feticisticamente. Emerge, così, di riflesso la timidezza del bambino (che sarà quella dell’uomo), chiamato gnomo per la sua statura che stentava a decollare, che si rifugiava sotto le coperte, fingendosi morto, quando sentiva un rumore strano al buio. Una tecnica in cui mi sono rivisto – ho una cosa in comune con Totti, ho pensato – e che ogni tanto ripete ancora con Ilary. La donna che l’ha incantato dalla prima volta che l’ha vista in tv, che ha corteggiato conquistandola con la maglia 6 unica, e che ha sposato in diretta nazionale il 19 giugno 2005.

Nel raccontare il rapporto con Ilary, erompe il Totti sinceramente innamorato, più bambino. Un corteggiatore quasi d’altri tempi: chiede di fatto la mano alla sorella di Ilary, Silvia. L’importanza e la centralità della figura di Ilary Blasi nella vita di Francesco Totti diventa palese soprattutto nei capitoli conclusivi di Un Capitano, quando Totti racconta il secondo tragico Spalletti, ovvero il periodo più delicato della sua avventura alla Roma.

Un’avventura che vive il suo apice con l’arrivo di Capello e lo Scudetto del 2001. Totti si racconta emotivamente. Si sofferma sulla cavalcata magica dedicando pensieri a ogni componente della rosa, soprattutto a Montella e a Batistuta, mentre Nakata e Zebina sembrano degli alieni.

Il gol Scudetto di Totti contro il Parma, raccontato nell'autobiografia Un Capitano, edita per Rizzoli | Numerosette Magazine
«Eccolo, il gol della mia vita. Quel che resterà di me nel tempo. il mio messaggio ai tifosi della Roma del futuro. Io sono stato questo. Io sono stato il gol dell’1-0 nella domenica più importante della nostra storia.»

Mostra, poi, come siano mutate da allora le dinamiche all’interno dello spogliatoio – emblematico che da qualche anno non si parli più in italiano, bensì in inglese – e analizza come è cambiato il proprio modo di giocare negli anni, rigettando le accuse di essere pigro durante gli allenamenti. Procede quindi in ordine cronologico fino agli ultimi giorni da calciatore, colmo di immagini tenere.

Ci sono gli anni bui post Capello, la scomparsa di Franco Sensi, la resistenza stoica di Rossella (una sorella), i derby mozzafiato, l’arrivo di Spalletti e la nascita di un amore mai provato con nessun tecnico, brutalmente spezzato dalla seconda esperienza del toscano sulla panchina della Roma.

Nel mezzo l’esperienza intensa con Claudio Ranieri e il periodo di interludio con la nuova proprietà americana. Quindi l’ingaggio di Rudi Garcia, un francese capace di pronunciare la frase più romana che si sia mai sentita da quelle parti, dopo la vittoria nel derby del settembre del 2013: abbiamo rimesso la chiesa al centro del villaggio.

Al lettore sembrerà, a volte, di leggere cose scontate, come se non potesse essere altrimenti. Ed è proprio questa la forza del libro: dare una testimonianza più intima e aneddotica di una vita calcistica trasparente, passando per le grandi gesta sportive, senza tralasciare i passaggi più controversi: le colpe per alcuni comportamenti che Francesco Totti ammette senza cercare scuse, le ostilità incontrate da alcuni giornali (e giornalisti) del nord, la rinuncia last minute di andare al Real Madrid nell’estate del 2005.

Si arriva in un battibaleno ai dissidi finali con Franco Baldini che, insieme a Luciano Spalletti, ha fatto di tutto per farlo smettere di giocare. I passaggi sull’ex dirigente lasciano di stucco, mentre quelli sul tecnico palpitano una tensione continuamente spezzata da episodi che appaiono dall’esterno a dir poco grotteschi.

 Cassano come Robin, la Nazionale come amante

Ci sono due eccezioni che rompono la narrazione cronologica e romana di Un Capitano.

Il rapporto con Cassano, il suo Robin.
Il giocatore più forte con cui abbia mai giocato, e con cui avrebbe voluto giocare per sempre; il giocatore che, con la Samp, ha infranto beffardamente il sogno scudetto di Claudio Ranieri nel 2010. Un fratello che ha accolto in casa, un fratello che l’ha profondamente deluso, un fratello che ha perdonato. Il capitolo 7 di Un Capitano sembra un estratto della biografia di Cassano, un estratto pieno di rimpianti.

L’avventura in Nazionale, la sua amante.
Francesco Totti ribadisce senza remore il suo amore più grande per la Roma, ponendo la vittoria dello Scudetto al di sopra della vittoria del Mondiale.

I capitoli dedicati all’Azzurro vengono raccontati tutti d’un fiato. Dall’U15, dove diventa un sincero amico di Nestai due romani, come venivano appellati – e di Buffon che più volte tenterà di portare con sé alla Roma, al trionfo di Berlino nel 2006. Sono i capitoli centrali del libro, in cui troviamo una serie di fantastiche foto inedite, come la carezza ricevuta a 6 anni da Papa Wojtyla. Da quest’episodio verrà visto come il prediletto.

È eccitante il racconto di Euro 2000 e del cucchiaio; è inaspettato il passaggio sull’esperienza di Trapattoni, raccontato come un allenatore ormai demotivato, dove in 4 anni Francesco ha raccolto molte critiche e due rossi che hanno minato le sue certezze in azzurro; è ammirevole la reciproca stima con Del Piero, da cui ha ereditato il 10 nel 2002; è emozionante la cavalcata del 2006, iniziata dall’infortunio procurato da Richard Vanigli durante Roma-Empoli del 19 febbraio, con il recupero miracoloso in soli 3 mesi (sui 7 ordinari) grazie all’intervento del professor Mariani; è semplicemente speciale e irripetibile il rapporto nato fin da subito con Lippi; sono sganascianti i vari aneddoti durante l’avventura tedesca, suggellata dal rigore di Grosso.

Per Totti la vittoria del Mondiale viene dopo la conquista dello Scudetto, come si legge nell'autobiografia Un Capitano, scritta con Paolo Condò, edita per Rizzoli | Numerosette Magazine
«Vincere un Mondiale è un evento troppo grande per essere definito, ci provi ma ti resta sempre fuori qualcosa: fai parte della storia del calcio, ecco, questo è il pensiero che mi balla in testa mentre aspetto che Cannavaro alzi la coppa.»

Per sempre

Ma nelle 499 pagine di imprese sportive c’è soprattutto un Totti che traspare forte, seppur in modo tacito. Il Totti legato alla propria famiglia, agli amici di sempre Angelo e Giancarlo, a Vito Scala più di un semplice preparatore atletico, a Daniele De Rossi più di un semplice compagno di squadra. Il Totti innamorato della Città Eterna che, a causa della propria notorietà, non può viverla come vorrebbe, ma alla quale serviva un amore. Un amore da sviscerare. Un amore da sviscerare solo a Un Capitano.

Io sono romano, quella notte non potrei fare niente di diverso dall’andarmene in giro per la città col motorino, e ovviamente il casco integrale, e spiare la felicità della mia gente. […] La notte più bella della mia vita e della vita di tanti che mi viaggiano accanto, e non s’immaginano chi ci sia sotto quel casco.

Un Capitano, Francesco Totti con Paolo Condò, Rizzoli, Milano (2018)

foto copertina di Ilaria Santoro

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