Good-Whi?

“Sarei sorpreso se Kawhi Leonard dovesse tornare sul parquet in questa stagione”

Con queste dichiarazioni, rilasciate il 22 febbraio, Gregg Popovich ha provato a fare chiarezza riguardo la situazione fisica della sua stella con il numero 2 sulle spalle, aprendo allo stesso tempo la via ad un’infinita serie di speculazioni e pettegolezzi sul futuro dell’MVP delle Finals 2014.
Già da tempo infatti diversi insider NBA avevano parlato di un malumore dello stesso giocatore per la situazione creatasi.

Facciamo un passo indietro. Da quell’infausto 14 maggio 2017, giorno dell’infortunio in gara 1 della serie contro Golden State, Leonard è sceso in campo soltanto nove volte, con un minutaggio peraltro ridotto e senza i famosi back to back, a causa di diversi problemi fisici. Per inquadrarlo in una linea temporale, il recupero dalla tendinopatia al quadricipite della gamba destra gli ha impedito di disputare le prime 27 gare della stagione, permettendogli di tornare a disposizione soltanto il 12 dicembre in occasione del match contro i Dallas Mavericks.
Nelle famose nove gare disputate, sono stati 23 i minuti passati in campo con una media punti di 16,2 a partita.

Circa un mese dopo quel 27 dicembre, quando il peggio sembrava essere alle spalle e la riabilitazione procedere verso una completa guarigione, ecco il nuovo stop, questa volta a tempo indeterminato. Le parole di R.C. Buford, general manager degli Spurs, sottolineano una certa prudenza: “È il miglior approccio sulla strada del pieno recupero“.

Kawhi vola quindi a New York per consultare uno specialista, il quale sembra aver comunicato allo staff medico della franchigia l’avvenuto recupero del giocatore. Kawhi però non si sente ancora pronto a tornare in campo, ed inizia – così pare – a puntare il dito contro la società per i tempi lunghi sul suo recupero.
Oltretutto, le parole di Popovich sul rientro, per quanto possano sembrare lapidarie, vengono smentite giusto un paio di giorni fa da un tweet del più celebre degli insider NBA, Adrian Wojnarowski.

Vedere un giornalista, per quanto competente, smentire Pop fa sorgere spontanea una domanda: com’è possibile che una fortezza inespugnabile come il centro allenamenti di San Antonio sia adesso così penetrabile? C’è davvero aria di crisi tra Leonard e gli Spurs?

Come eravamo

Il rapporto tra Kawhi Leonard e la franchigia texana è sempre stato speciale. Un po’ come tutte le storie che hanno per protagonista gli Spurs e Gregg Popovich in particolare.

Per portarlo a San Antonio, il Coach dovette sacrificare George Hill – “The toughest [decision] in whatever, 20, whatever years I’ve been coaching here as a head coach” – per quello che era a tutti gli effetti ancora solo un prototipo di difensore d’alto livello.
201 cm di altezza, ruolo Ala piccola, ma soprattutto con una wingspan – apertura delle braccia – da ben 221 cm che gli permette di essere efficace anche contro avversari più alti di lui.

Il suo percorso nella Lega è caratterizzato da un miglioramento costante. Nei primi anni, sotto la guida di Tim Duncan, Leonard non è obbligato a prendersi troppe responsabilità in attacco.
Per farsi un’idea, basta guardare al suo Usage Rate, la traduzione dei possessi offensivi conclusi con un tiro, un assist, una palla persa o un viaggio in lunetta di un determinato giocatore: dal 25,8% dell’annata 2015/2016, l’ultima di Duncan, si passa al 31,2% della scorsa stagione, senza un significativo calo nell’efficienza complessiva. I punti segnati sono di conseguenza aumentati, arrivando ai fatidici 25 di media, termine un po’ immaginario che distingue i buoni giocatori dalle superstar.

Anche il tiro perimetrale non è più un problema. Ad inizio carriera Leonard provava 1,7 triple a partita, mentre nell’ultima stagione è passato a 5,4 con una percentuale di realizzazione del 38%. Senza dimenticare che si parla di un giocatore capace di vincere per due volte il titolo di miglior difensore della NBA, nel 2015 e nel 2016.

Come sottolineato in questo video, la sua difesa è semplicemente impressionante. I recuperi sono facilitati sia dalla lunghezza delle braccia sia dalla grandezza delle mani. Riesce ad entrare nella mente dell’attaccante, condizionandone l’azione. Anche se apparentemente battuto, Leonard riesce spesso a recuperare e stoppare il proprio avversario grazie ad un’ottima scelta di tempo.
Un vero e proprio incubo anche per i migliori attaccanti della Lega.

Spesso si abusa dell’espressione “Spurs Culture”, intesa come quell’etica del lavoro che permette di andare oltre i propri limiti. L’immagine di Kawhi Leonard però rappresenta più di tutte l’incarnazione di questo concetto.
Nel 2013 un suo tiro libero sbagliato in gara 6 contro Miami permise la rimonta a LeBron James e compagni, con il tiro di Allen che infiammò l’American Airlines Arena.
Un anno dopo, gli Spurs rifilarono un gentleman sweep ai campioni NBA, con Leonard nominato MVP a soli 23 anni. Imparare dai propri errori, qualità fondamentale per il suo allenatore che infatti spesso ha speso parole al miele per lui.

 

Di necessità virtù

Inaspettatamente privato del proprio go-to-guy, Gregg Popovich si è affidato al talento di Lamarcus Aldridge per portare San Antonio ai Play-Off per la ventesima stagione consecutiva. L’ala grande ex Portland sta infatti disputando la sua miglior stagione dal suo arrivo in Texas: il suo fadeaway jumper dalla media distanza è tornato ad essere efficace dopo un paio di stagioni di appannamento. Terza miglior stagione in carriera a livello realizzativo (22,8 punti di media) con il 50,2% di canestri da due punti segnati. Il tiro da tre, pur essendo nelle sue corde, rimane un terreno pressochè inesplorato: 1,4 i tentativi in media con una percentuale vicina al 30%.

I tiri di Aldridge | numerosette.eu

Popovich ha scelto consapevolmente di abbassare il ritmo della propria squadra. San Antonio è infatti penultima in tutta l’NBA per Pace (96,77), ossia il numero di possessi giocati in una partita. L’assenza di Leonard si nota soprattutto nella metàcampo offensiva: i suoi Spurs sono 26esimi per punti segnati a partita (102) e 27esimi per numero di triple tentate a partita (24,4), in netta controtendenza rispetto alle altre grandi franchigie della NBA. Ciò che permette a San Antonio di essere in piena corsa per un posto nella Post Season è ovviamente la difesa. Gli Spurs possono infatti vantare il secondo Defensive Rating della Lega (102 punti concessi per 100 possessi) nonostante il loro miglior difensore sia fuori dai giochi.

Eppure sembra mancare qualcosa per arrivare fino in fondo.
San Antonio, per la prima volta dopo anni, sembrerebbe essere fuori dall’elenco delle contender al titolo NBA, surclassata da Houston Rockets, Golden State Warriors, Cleveland Cavaliers. Il terzo posto nella Western Conference garantirebbe il vantaggio del fattore campo ai Play Off, ma gli Spurs non sembrano essere la mina vagante capace di impensierire in ottica titolo. L’eventuale, e inaspettato, ritorno di Leonard in vista della Post Season potrebbe nettamente cambiare la carte in tavola. Non bisogna infatti dimenticare che, in quella famosa gara 1, prima dell’intervento di Pachulia su Leonard gli Spurs stavano letteralmente massacrando Curry, Durant e compagni.

Mai dare un ex agente della CIA come Popovich per spacciato.

Possibile futuro

Torniamo dunque all’inizio della nostra storia. In uno scenario che nessun tifoso Spurs si augura di vedere. Ipotizzando che Leonard decida realmente di lasciare la franchigia, quale potrebbe essere la sua prossima destinazione?

Il suo contratto scadrà nel 2019, con possibilità di estenderlo per la stagione successiva in virtù della Player Option a disposizione del giocatore. Il suo attuale salario è di circa 20 milioni di dollari: una cifra tutto sommato contenuta, parametrandolo a quanto percepito dalle altre superstar NBA. Qualunque squadra farebbe carte false per portarlo nella propria città: in questo pezzo di The Ringer vengono immaginate alcune possibili trade in cui coinvolgere il numero 2 degli Spurs.

Realisticamente, rispetto a quanto detto, appare difficile che Popovich decida di privarsi della sua pietra angolare su cui ha deciso di ricostruire la squadra dopo l’addio di Tim Duncan. Leonard è un leader silenzioso, abituato ad un contesto vincente e che sta per entrare nel suo prime; ha già dimostrato di non essere un accentratore di gioco e di non avere dunque bisogno di un elevato numero di possessi per lasciare il segno.

Far partire questo giocatore sarebbe un suicidio.

Se è difficile immaginarlo coinvolto in una trade, d’altra parte può essere legittimo il suo desiderio di misurarsi in un’altra realtà, spostando dunque il discorso sulla Free Agency 2019.

Sarà in quel momento che Leonard dovrà decidere se legare il suo futuro alla franchigia texana, sulle orme di Duncan, oppure portare i suoi talenti in un’altra squadra.
D’altronde San Antonio non sembra essere la meta preferita dai grandi giocatori e potrebbe essere difficile allestire una grande squadra per contrastare l’egemonia di Golden State. Costruire un superteam con almeno tre grandi giocatori è ormai indispensabile per pensare di competere per il titolo, anche se spesso non è sufficiente.

L’andamento del fine di stagione potrebbe dunque essere determinante per il futuro di San Antonio e di Leonard. Nel frattempo, la speranza è di rivederlo in campo al più presto. Le sue tenaglie, usate per arpionare ogni pallone possibile, mancano davvero tanto.

 

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