Lele Adani, oratore

Partiamo con un paragone scomodo. Nell’antica Roma, la cosiddetta ars oratoria era di gran lunga più importante della poesia e della prosa. Essere un buon oratore significava tenere in pugno il proprio pubblico, stuzzicandolo con allusioni sottili, per poi colpire al punto giusto, con la ferocia galante di un fioretto. Facciamo ora un salto di duemila anni, e piombiamo nell’era  dello streaming in diretta. La più grande fonte di immaginazione della collettività risiede nel calcio. E in Italia, in mezzo a manipoli di commentatori e giornalisti affettati, abbiamo la fortuna di avere un analista che fa il suo lavoro con amore, e che ci rimanda a tempi antichi. Il suo nome è Lele Adani, lavora per Sky Sport, e ci ha lasciato alcune orazioni indimenticabili per farci innamorare ancora di più del calcio.

Lele Adani negli studi di Sky Sport | Numerosette Magazine
Adani lo vedremmo bene anche in una serie televisiva dove un cervellone un po’ Nerd costruisce il congegno che risolve tutti i problemi dei protagonisti. Ha lo sguardo penetrante e la parlata veloce, nervosa. Sarebbe perfetto. Chissà, magari, un giorno…

La concinnitas di Adani

Adani ha concluso la carriera da calciatore, ha provato (senza troppi successi) quella da allenatore e alla fine ha trovato la sua “terza via”, quella del commentatore sportivo. Assieme a Federico Buffa, condivide lo scettro di analista più apprezzato dai tifosi di tutti i colori, e non è un caso. I due hanno moltissimi punti in comune: innanzitutto sono commentatori globali, perché non si limitano al calcio ma indagano anche altri sport, quasi volessero ottenere una lettura antropologica dell’homo sportivus, un’evoluzione dell’homo sapiens. Buffa ha iniziato dal basket per poi spostarsi al calcio, mentre Adani ha fatto il percorso inverso; due veri e propri sommelier dello sport.

Questo è il dettaglio che li differenzia dagli altri analisti: il loro approccio tout court. Che è meravigliosamente spiegato nella prima orazione di Adani, che sfrutta Buffa come spalla narrativa per risolvere una delle domande più care dei nostri tempi.

Maradona o Messi?

Dall’Argentina al resto del mondo, tutti si sono posti questa domanda. E io credo che la risposta meno scontata e più esaustiva l’abbiano data questi due signori qui, che negli studi di Sky Sport rispondono quasi con indifferenza, con defezione, come se fossero obbligati a rivelare agli altri una verità maturata con tanta fatica.

Chi è meglio, tra Maradona e Messi? Siamo nel 2008, Messi ha appena replicato il gol più famoso della storia del calcio, quello di Maradona al mondiale dell’86. La domanda sorge spontanea. Chi scegliere, tra Diego e Leo?

Lele Adani non è ancora quel commentatore che conosciamo oggi; all’epoca, le partite di cartello erano monopolizzate da Caressa e Bergomi, e per questo Lele parte in sordina, si lascia aiutare da Federico Buffa, e alla fine lascia emergere la sua ars retorica applicata al calcio.

Dal punto di vista dei numeri, Messi ha fatto anche qualcosa di più, rispetto a Diego. Poi, però, c’è qualcosa che non si spiega. Maradona, a volte… sembra che le sue gesta siano condizionate dal creatore, che influiscano sul creato, e tutti ne son complici: […] questa è la differenza tra un numero uno e IL numero uno, che è Diego.

Insomma, in due frasi Adani pone la diatriba Messi-Maradona sul piano ontologico. E allora sentiamo più vicino, quasi potessimo capirlo, il senso di leggerezza universale che accomuna e allo stesso tempo differenzia Messi e Maradona. Ah, e non perdetevi la risposta di Buffa, che come sempre dà i brividi.

Foglie morte

Adani ha trovato nella mistica sudamericana (e in particolare argentina) il suo perfetto modello di filosofia calcistica. E se vogliamo averne la conferma, basta ascoltare l’introduzione alla gara giocata alla Bombonera tra l’Albiceleste e il Perù, un vero e proprio spareggio in vista dei mondiali di Russia. Lele, in compagnia del libro scritto con Federico Buffa e Carlo Pizzigoni, ci spiega in un minuto che cosa significhi la sfida di cui abbiamo parlato.

Si dice che gli inglesi abbiano inventato il calcio, e che gli argentini abbiano inventato l’amore per il calcio. E quando l’amore diventa frustrazione, ansia, paura? Quando le gambe non girano, i risultati non arrivano, i campioni non si trovano? Perché questo è quello che sta accadendo all’Argentina: la difficoltà, la paura di non passare il turno. L’Argentina è a un passo dal baratro e stasera affronta una squadra giovane, fiera, che gioca bene al calcio, che è il Perù.

Questo è forse il pezzo più equilibrato – stilisticamente parlando – di Adani, che ci parla dal salotto di casa, con una concinnitas quasi pret-à-porter, invidiabile sicuramente, tutta basata sulla ripetizione di trittici. E la telecronaca che farà alla mezzanotte darà ancora più brividi lungo la schiena.

La filippica contro Allegri

Negli ultimi tempi, un video di Lele Adani è diventato virale perché ha fatto emergere il più grave conflitto sportivo esistente in Italia da almeno un paio d’anni.

L’ultimo derby d’Italia, quello dello scorso aprile, finito con un rocambolesco 2-3 per la Juventus, ha fatto esplodere la discussione sportiva italiana, che da un paio d’anni si divide tra due chiare visioni del calcio: una pro Sarri (a favore del lato estetico e idealistico del calcio) e l’altra pro Allegri (dove contano i campioni in campo, organizzati secondo solidi principi difensivi e giocate determinanti).

Allegri, in evidente trance agonistica, dice la sua in maniera piuttosto concitata, tirando in ballo il basket. A quel punto, il commentatore totale che è in Adani non può più tacere.

Non possiamo rendere “schemi” una parola vuota. La tecnica di cui parla Allegri, le intese, la condizione fisica, il coraggio, sono tutte condizioni dell’animo umano che danno vita al calcio. Li vuoi chiamare “schemi”? Per me è una parola cinica, fredda, non ha tanto senso. Li chiamiamo principi di gioco? No, idee! Idee!

Lo sentite, lo stesso hype oratorio che doveva avere Cicerone quando denunciava i soprusi di Cesare e Pompeo? Adani, anche nel momento di massima eruzione emotiva, riesce a mantenere una lucidità davvero invidiabile, e a porre il calcio in relazione con il cosmo. Cosa che ad Allegri, nel post-partita più duro della sua carriera, non è riuscito.

Mancinofilia

Lasciamo da parte la mistica e ascendiamo a un livello più filosofico. Adani ha delle idee precise sul calcio, e soprattutto non si nutre di stereotipi. Con tono professorale, ad esempio, è capace di spiegarci per quale motivo, secondo lui, i mancini sono così importanti nel calcio.

Ogni squadra dovrebbe avere un mancino, secondo me; i mancini sono veramente l’essenza della qualità nel calcio. […] L’Inter, in questo momento, non ha un vero e proprio mancino tra i titolari, perché Perisic è un mancino atipico e non ha la qualità per entrare in mezzo al campo. Ma tra quelli che abbiamo individuato questa sera, ti dico chi sarebbe il giocatore perfetto per l’Inter: Politano. Se Berardi rimane al Sassuolo, Politano è sprecato, largo a sinistra.

Questo intervento è avvenuto più di un anno fa, in occasione del gol straordinario di Dybala contro il Cagliari. Forse, Ausilio ha ascoltato il consiglio di Adani per assicurare il mancino di Politano all’Inter.

L’ultima tripletta

Se siamo abituati a vedere un Adani compassato, riflessivo, quasi meditabondo, non dobbiamo dimenticarci che il calcio lo attraversa come un fascio di nervi elettrici, e che di fronte a certe giocate nemmeno lui, che pone tutto in relazione al cosmo, non può rimanere stoicamente impassibile, come faceva Cicerone duemila anni fa.

Quando Higuaìn decise di rimanere per sempre nella storia della Serie A segnando 36 gol in un solo campionato, Lele Adani e Maurizio Compagnoni si dimenticarono per almeno 40 secondi di essere dei telecronisti in diretta nazionale. Siamo all’ultima partita di Higuaìn al Napoli; il centravanti argentino sta per battere – con una tripletta – il sempiterno record di Angelillo.

Compagnoni si eclissa in sottofondo con un “goooool” che funziona da basso continuo, e Adani, commosso e senza voce, si lascia andare.

Non è vero! Non è vero, Mauri’! Ma è impossibile così! La tripletta con questa giocata! Non è vero, ditemi che è un copione, è impossibile! Ma andiamo via, cosa dobbiamo dire… che giocata ha fatto…

La voce rotta dall’emozione ci ricorda che, al di là dello studio delle idee, il calcio rimane sostanzialmente un gioco d’emozioni. Per questo i tifosi partenopei – ma non solo – difficilmente discosteranno l’ultimo gol di Higuaìn dalla surreale descrizione tecnica fattane da Adani e Compagnoni.

Pro domo Adani

Una delle orazioni meno famose di Cicerone si intitola Pro domo mea, ed è una difesa accorata della proprietà privata di un cittadino romano perseguitato dalle turbolenze della politica. Pro domo mea è diventato persino un modo di dire sofisticato, un raffinato latinismo per prendere le parti di qualcuno bersagliato dalla critica feroce di un vasto pubblico.

Sul web si leggono spesso voci molto caustiche nei confronti dei ragionamenti di Lele, che viene accusato di essere stato un giocatore mediocre; questo, secondo i detrattori, lo squalificherebbe automaticamente dall’essere un commentatore eccezionale, secondo il noto principio tavernesco che recita “se sei scarso a calcio, non puoi parlare di calcio”.

Eppure, seguendo questo ragionamento, neppure Sarri meriterebbe una menzione nei libri di storia, per tacere di Klopp e Spalletti, hanno avuto una carriera calcistica assai più mediocre di quella di Adani.

Adani ha avuto l’umiltà di studiare, di approfondire, di presentarsi preparato in sale piene di opinionisti. Ha sopperito a tutte le mancanze con la dedizione e la voglia di imparare, come ha sempre fatto. Questo, invece che un fattore di critica, dovrebbe essergli riconosciuto.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *