La Partita della morte

Se ne leggono a bizzeffe di racconti romantici sul calcio, tra storie di rivincita molto spesso ambientate in contesti difficili e protagonisti inattesi. Anche la nostra vicenda avrebbe potuto rientrare in questa categoria. Sarebbe bastato parlare della Partita della morte come di un trionfo della libertà, del sacrificio eroico di uomini che hanno anteposto il proprio orgoglio e quello del loro popolo alla loro vita. Ma non sarebbe stato corretto, o almeno non del tutto.

I miei nonni mi hanno sempre raccontato di come nella prima metà del secolo scorso molti fotografi, quando un cliente aveva bisogno di una foto che lo ritraesse – non c’erano ancora, ovviamente, le moderne macchine per le fototessere – apportavano anche qualche piccola modifica. Una sorta di photoshop prima del tempo. Perciò a quello con le orecchie sporgenti le si rimpiccioliva, il cliente corpulento perdeva qualche chilo e, generalmente, se non si diventava Alain Delon, qualche miglioria comunque la si vedeva.

Noi, se vogliamo fare una ricostruzione storica seria, dobbiamo fare esattamente il contrario. In un’immagine dobbiamo soffermarci maggiormente sulle imperfezioni che gli altri fotografi hanno occultato, perché è lì che si riscoprono i tratti caratteristici e distintivi del quadro immortalato. Ci tocca cercare, tra tante fotografie edulcorate coperte dal fango del tempo, l’istantanea originale di quel momento, come una polaroid, perché solo tramite essa riusciremo ad avere una storia veritiera e, proprio per questo, molto più emozionante. Sarà questo l’unico modo per rendere realmente onore ai protagonisti di una delle vicende di calcio più immaginifiche del secolo scorso, per capire cos’è successo davvero alla Partita della morte.

Il monumento per i giocatori della Partita della morte | Numerosette Magazine
Il monumento eretto davanti allo Stadio Lobanovs’kij per i giocatori dello Start, protagonisti della Partita della morte.

Resistere a Kiev

Per scrivere una buona storia servono la giusta ambientazione, i protagonisti adatti e uno svolgimento avvincente. Quella che tentiamo ora di ricostruire ha tutte queste caratteristiche, ammantate da un velo incredibilmente drammatico. Il contesto è quello della Seconda Guerra Mondiale. Siamo a Kiev ed è il 22 giugno 1941; questa data avrebbe dovuto essere ricordata per l’inaugurazione dello Stadio della Repubblica da parte della Dinamo, la principale squadra della città, ma così non fu. A scendere in campo, anzi a salire in cielo, furono gli aerei della Luftwaffe che bombardano la città e danno avvio all’invasione tedesca dell’Ucraina. Le truppe arrivano solo il 19 settembre e già dai primi momenti, anche quelli che vedevano nella vittoria tedesca la rottura del giogo sovietico si dovettero ricredere davanti alla ferocia nazista.

Già dopo pochi mesi delle squadre di calcio e del campionato non c’è più traccia. L’occupazione si fa sentire nella vita di tutti i giorni e l’imperativo è concentrarsi sui bisogni primari, anche quelli non sempre facilmente soddisfabili. In questo contesto, Iosif Kordik, un ceco della Moravia – conterraneo di Freud e non meno attento di lui alle sfumature della psiche – riesce a ritagliarsi uno spazio importante all’interno della Kiev occupata. Sventolando le sue origini austriache e la sua conoscenza del tedesco viene classificato come Volksdeutsche, cioè di provenienza tedesca, riuscendo a godere così di una maggior clemenza da parte degli occupanti. In città gestisce un grosso panificio e, da appassionato di sport qual è, dopo un incontro con Nikolai Trusevich, ex portiere della Dinamo, decide di assumere lui e altri ex giocatori di quella squadra e della Lokomotyv Kiev. Ma perché dei calciatori dovrebbero fare i panettieri? Semplice, nell’Unione Sovietica ogni squadra era in qualche modo legata al governo e, in particolare, la Dinamo era la squadra dell’NKVD e della polizia. I giocatori, quindi, erano visti come nemici del Reich e per questo veniva impedito loro di svolgere i vecchi lavori. Trusevich, che oltre a giocare faceva l’ingegnere, si ritrovò così inserviente.

Nikolai Trusevich, portiere alla Partita della morte | Numerosette Magazine
Nikolai Trusevich, portiere alla Partita della morte.

Le basi per la nostra storia, quindi, ci sono, ma come si arrivò alla fatidica Partita della morte?

Il torneo

Con l’occupazione nazista, ma in realtà come accadde in quegli anni in tutta Europa, il campionato s’interruppe. Furono proprio i tedeschi, però, a pensare di organizzare un torneo cittadino, sia come strumento di propaganda, sia come valvola di sfogo per le truppe. Già delineare le squadre che si presentarono ai blocchi di partenza non è facile. È certo che fossero rappresentate tutte le forze d’occupazione: c’erano, sicuramente, i tedeschi, sia con squadre di soldati semplici e ferrovieri, che con una squadra di ufficiali; c’erano truppe ungheresi e rumene e c’erano quelli della Rukh, un movimento nazionalista ucraino filo-tedesco. E poi c’era la squadra del panificio, sostanzialmente un mix tra Dinamo e Lokomotyv che al torneo prese il nome di Start FC.  Oltre a Trusevich ci sono Makar Goncharenko, trequartista tutto tecnica e fantasia, Mikhail Putistin, argento sovietico nel ’36 e Mikhail Sviridovskiy, vecchia colonna della Dinamo col doppio ruolo di giocatore e allenatore.

Si potrebbe dire che si parte con un derby, per giunta dall’accesa connotazione politica, visto che la prima partita è proprio con la Rukh. La pratica è liquidata con un muto 7-2. Le partite allora si giocavano allo Stadio della Repubblica, quello del quale abbiamo parlato prima, ma questi panettieri in borghese facevano troppo rumore e così si decide che da allora giocheranno allo stadio Zenit, molto più piccolo, che ora – guarda caso – si chiama Stadio Start.

L’esito delle partite è scontato. Sì, i turni di lavoro massacranti incidono, sì l’alimentazione eufemisticamente non ideale non aiuta e il tempo per allenarsi non c’è, ma il livello delle squadre del dopolavoro è un filino più basso, e se di mestiere facevi il campione, puoi anche avere le mani sporche di farina, ma la differenza coi piedi si vede. Allora non c’era l’ossessione per le statistiche di adesso, ma le sette partite vinte con 43 gol fatti e 8 subiti catturavano comunque l’attenzione di una città e di un popolo che trovava in quella squadra una piccola ragione per esultare. Anche perché intorno non è che ce ne fossero altre.

Così si arriva alla finale del torneo, o comunque la partita che così viene recepita. Non siamo già alla Partita della morte, ma al suo preludio. Davanti alla Start FC questa volta c’è la Flakelf, la squadra degli ufficiali tedeschi in città. Sono meglio alimentati, si possono allenare e qualcuno che tocca bene la palla c’è. Ma non basta, è 5-1 per la Start. Ai tedeschi la cosa non va per niente giù. Si decide di organizzare una rivincita.

La locandina della Partita della morte | Numerosette Magazine
La locandina della Partita della morte.

Tra storia e leggenda

Si sa, i tedeschi, colpiti nell’orgoglio, una reazione ce l’hanno sempre, nel bene o nel male. Hanno perso due guerre mondiali e ora sono la nazione trainante d’Europa, figuriamoci se si fanno spaventare da una partita andata male. Si decide, allora, per una rivincita, ma le cose questa volta si fanno in grande e così vengono chiamati tutti i migliori giocatori tra gli ufficiali stanziati in Ucraina. Da questo momento in poi finiscono le notizie certe, o meglio, quelle non contaminate dalla propaganda. Sì, perché la vicenda ha subito un duplice inquinamento. Nell’immediato dopoguerra a sotterrarla è stata l’Unione Sovietica, trovando disdicevole che degli uomini vicini al governo avessero giocato addirittura insieme agli occupanti. L’accusa di collaborazionismo era dietro l’angolo. La stessa Unione Sovietica, poi, in piena Guerra Fredda, riprese la vicenda per esaltare lo spirito sovietico e l’orgoglio davanti agli invasori, ovviamente distorcendo tutte le notizie storiche.

Sulla Partita della morte vera e propria le fantasie successive si sono scatenate. Si parte già dalle divise di gioco, rigorosamente rosse, secondo la propaganda per orgoglio sovietico, ma più probabilmente perché Trusevich trovò solo queste al mercato. Anche l’ingresso in campo, poi, è oggetto di dibattito. La vulgata sovietica vuole che l’arbitro, anch’egli ufficiale delle SS, prima della partita abbia invitato gli Ucraini a salutare con il classico Heil Hitler. In realtà non si sa se questa pressione effettivamente ci fu, sta di fatto che i giocatori dello Start a metà campo lasciano andare un poderoso Fitzcult Hurà!, un inno alla cultura fisica tipico della cultura ucraina e sovietica.

Venendo al match vero e proprio, sappiamo che a passare in vantaggio sono i tedeschi, e più o meno tutte le fonti parlano di un gioco molto maschio degli ufficiali, con uno o tutti e due gli occhi chiusi dall’arbitro. Il primo tempo, però, finisce con un netto 3-1; gli Ucraini della Start FC sono troppo più forti, Goncharenko è un fuoriclasse e due dei tre gol portano la sua firma. Tornati negli spogliatoi si torna ancora nell’alone della leggenda, che vuole che un ufficiale sia andato negli spogliatoi per ricordare ai giocatori dello Start le conseguenze per loro drammatiche di un’eventuale umiliazione ai danni dei tedeschi. Non si sa se questa conversazione realmente sia avvenuta, probabilmente sì, ma i toni furono molto meno minacciosi. Sta di fatto che, forse di proposito, poco tempo dopo il ritorno in campo, Tursevich e compagni si fanno rimontare, ma la differenza di capacità tecniche pesa troppo e il match finisce 5-3. L’ultimo curioso episodio vede protagonista Klymenko, difensore, partito dalla propria difesa che, giunto in area avversaria con la palla, la calcia improvvisamente all’indietro per non infliggere un’umiliazione troppo pesante ai tedeschi, temendo le relative conseguenze.

Il post-partita e gli arresti

Adesso il terreno sul quale si muove la nostra ricostruzione si fa molto più paludoso. Bisogna avanzare a vista, per non perdersi in territori poco vicini a ciò che realmente è successo. La propaganda sovietica ha cercato di far passare la notizia di arresti immediatamente successivi al termine dell’incontro, come se si riversasse subito in quello la voglia di rivincita degli ufficiali tedeschi. In realtà il figlio del centrocampista Putistin – ai tempi aveva otto anni ed è stato uno dei pochi testimoni oculari a parlare – ha detto che il clima dopo la partita era di assoluta festa e i giocatori ucraini pensavano semplicemente a godersi la vittoria. Addirittura i giocatori delle due squadre si fanno ritrarre, tutti mischiati, in una fotografia in cui campeggiano volti sorridenti, mostrata per la prima volta proprio dal figlio di Putistin nel 2002.

Una delle testimonianze più interessanti della Partita della morte | Numerosette Magazine
La foto, comunque controversa, scattata alla fine della Partita della morte.

Se questo match è passato alla storia come la Partita della morte, tuttavia un fondo di verità ci sarà, e in effetti qui entriamo nella parte sicuramente più drammatica del nostro racconto. Non molto tempo dopo la partita arrivano i primi arresti ai danni di 9 giocatori della ex Dinamo impiegati nel panificio: tra questi c’erano proprio Trusevich e Klymenko. Il destino, qui, inizia a pescare dal mazzo le carte che vuole per farne ciò che preferisce, assegnando alle vicende di ognuno un epilogo diverso. Dei nove arrestati uno viene rilasciato; Korotkikh e Tkachenko, sospettati, essendo ex poliziotti, di essere spie di Stalin, vengono fucilati dopo poche settimane; gli altri, invece, vennero trasportati al campo di concentramento di Syrets, vicino Kiev e Babi Yar, dove i nazisti uccisero circa 34000 ebrei della città insieme a molti altri oppositori politici.

La storia vuole che, durante una rappresaglia per un tentativo di rivolta nel campo, a fare le spese della violenza dei nazisti furono Klymenko, Kuzmenko e Trusevich. È ironico e allo stesso momento drammatico. L’uomo dal quale era partita la vicenda, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto solo dare un’alternativa di vita ai suoi vecchi compagni, è diventato il simbolo di una vicenda terribilmente sciagurata. Molti altri giocatori di quell’infausta partita si diedero alla fuga, temendo sia la Gestapo che le accuse di collaborazionismo della polizia sovietica.

Babi Yar e Syrets, al centro della storia della Partita della morte | Numerosette Magazine
Il fossato usato per le fucilazioni di massa a Babi Yar, in cui furono gettati alcuni protagonisti della Partita della morte.

Fare completamente luce sulla vicenda è difficile. I testimoni oculari sono pochissimi e, addirittura, lo stesso Goncharenko, quand’era ancora in vita, ha dato più volte versioni contrastanti della vicenda. Un’idea, però, più accurata possiamo farcela e in questo senso possiamo servirci di un indizio prezioso. All’inizio abbiamo detto che facevano parte della Start FC, e quindi giocarono alla Partita della morte, ex calciatori di Dinamo e Lokomotyv, ma nessuno dei giocatori della seconda squadra fu interessato dagli arresti. La Dinamo, come detto, era in strettissimi legami con la polizia ed è più che probabile che fosse proprio questo il reale motivo celato dietro gli omicidi e la vendetta nazista. I giocatori, quindi, sarebbero stati brutalmente uccisi in quanto nemici politici, non per aver vinto la partita.

Tra fiction e mito

La storia della Partita della morte ha – com’era prevedibile – ispirato molti registi. Innanzitutto è alla base del celebre Fuga per la vittoria, con Stallone e Pelé, che rielabora molto liberamente il tema della partita tra nazisti e prigionieri. La pellicola più controversa è però quella del 2012 del russo Malyukov, The Match, pubblicata proprio pochissime settimane prima dell’inizio degli Europei in Ucraina. L’accusa, mossa da più parti, era di essere poco attendibile storicamente e di aver dipinto gli ucraini come collaborazionisti dei nazisti e per questo ne fu bloccata la distribuzione nelle sale.

The Match, il film del 2012 sulla Partita della morte | Numerosette Magazine
La copertina del film The Match, inspirata alla Partita della morte.

A 76 anni di distanza l’incontro tra i nazisti e la Start FC rimane avvolto dalla leggenda. E forse è anche giusto così. Sia chiaro, il tentativo qui fatto è quello di restituire la vicenda quanto più possibile alla veridicità, ma cosa c’è di male nel tentativo di un popolo di ricorrere all’orgoglio nazionale, al valore di quelli che poi sono passati come eroi, per rendere meno amaro il ricordo di un periodo terribile? Poco importa se per farlo si debba edulcorare la realtà e far rientrare nel mito una partita che, in ogni caso, non fu affatto normale. Ed è giusto che il popolo ucraino possa ricordare quella di Goncharenko e Trusevich come la Partita della morte.

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