1.

Kalinic si sacrifica. Questa espressione è quella più utilizzata per descrivere il giocatore croato, tanto che lo stesso Montella, quando il suo acquisto ad agosto sembrava ormai imminente, l’aveva descritto come “un giocatore funzionale” per il suo progetto, anche se “non è un grande bomber”. Proprio così, perché Kalinic ha segnato un massimo di 17 gol in uno stesso campionato, ma ciò è successo dieci anni fa, quando giocava con l’Hajduk Spalato. Con la Fiorentina non è mai andato oltre le quindici reti in Serie A. Ma si può giudicare un attaccante semplicemente per il numero di volte che mette la palla alle spalle del portiere? L’altruismo, le corse dietro ai difensori avversari, il lavoro spalle alla porta e per far risalire la squadra hanno un peso importante e sono le situazioni in cui Kalinic eccelle. Alla fine però, si finisce sempre a parlare di quanto sia poco freddo in area avversaria, del numero di tiri sbagliati, delle scelte poco lucide vicino alla porta.

2.

Nikola porta con sé l’umiltà e l’abnegazione da quando era piccolo. Nato a Salona, città croata con una lunga storia risalente all’epoca dell’impero romano, sin da piccolo, come affermato da lui stesso, giocava con ragazzi più grandi. Possiamo immaginarci questo ragazzetto alto e filiforme con il grande desiderio di calciare il pallone, ma che deve farsi spazio e sgomitare per stare con chi aveva qualche anno più di lui. E già da questo elemento possiamo comprendere meglio le sue tendenze sul campo oggi. Tra il 2007 e il 2008, a soli vent’anni, è già il punto di riferimento offensivo dell’Hajduk Spalato. Proprio ciò che voleva la madre Neda: se Nikola non si fosse dimostrato particolarmente all’altezza, la soluzione sarebbe stata quella di farlo studiare, basta calcio. Strano notare come spesso le persone che vivono in questa fetta di Europa rispondano agli stereotipi che si sentono di più al loro riguardo: umili, pragmatici, seri, sinceri. Ma Kalinic per fortuna ha ottime qualità per rimanere dentro al gioco. Tanto che, nel 2009, dopo la sua stagione più prolifica, in cui ha segnato gol come questo viene contattato dal Blackburn, e vola in Inghilterra.

Nikola Kalinic ai tempi dell'Hajduk Spalato |Numerosette.eu

 

3.

6 milioni di sterline, non un investimento da poco. In due stagioni gioca una cinquantina di partite, partendo come seconda scelta dopo Franco Di Santo, che a quell’epoca arrivava dal Chelsea in prestito e portava con sé grandi speranze. I due dovevano sostituire Roque Santa Cruz, attaccante che al Blackburn ha una storia breve ma prestigiosa. Non ci sono riusciti al meglio: ritorno ai Blues con un solo gol fatto per Di Santo, cessione al Dnipro dopo due stagioni per Kalinic. In questo biennio, il momento saliente per l’attaccante croato è stata sicuramente la doppietta messa a segno nel match di Carling Cup contro l’Aston Villa: due gol da centravanti d’area di rigore, alla Inzaghi, giusto per richiamare alla memoria un giocatore sacro per i tifosi rossoneri. Proprio quelli che Kalinic oggi fatica a segnare, errori che gli costano critiche, fischi di S.Siro e poca tranquillità in campo.

4.

Al Dnipro la sua carriera riparte. Arrivato da svincolato, si prende un posto importante in Ucraina, giungendo all’apice nella primavera del 2015, quando mette a segno il gol del vantaggio per i suoi nella finale di Europa League contro il Siviglia. Proprio le sue ottime prestazioni di quella stagione in campo europeo lo mettono in risalto, lo fanno conoscere meglio al mondo. La Fiorentina si accorge di lui e lo cerca. Nell’estate del 2015, i Viola devono sostituire Mario Gomez, arrivato con l’etichetta di top player, senza che si fossero fatti i conti con la sua fragilità fisica che non gli permise di esprimersi al massimo a Firenze. Daniele Pradè pensa al croato come suo sostituto: meno celebrazioni, più umiltà, un po’ di talento in meno ma tanta corsa e lavoro per la squadra. All’arrivo a Firenze, chiaramente, l’entusiasmo è minore rispetto a quello per il centravanti tedesco. Gli animi dei tifosi però si scaldano subito, in particolare dopo la tripletta all’Inter a fine settembre, che gli consente di avere i riflettori puntati addosso.

5.

La Fiorentina di Paulo Sousa era quella sorprendente che finì il girone d’andata al quarto posto, con soli tre punti in meno della capolista Napoli. Kalinic ne era il punto di riferimento offensivo, con il suo set di movimenti senza palla e la sua capacità di ripulire palloni sporchi per innescare il gioco dei trequartisti. E anche, tutto sommato, di fare gol, che saranno dodici in Campionato a fine stagione (anche se undici li aveva messi a segno già a dicembre). Lo fa senza troppa paura di mettersi pressioni addosso: prende la maglia numero 9 di Batistuta, a metà stagione afferma che i Viola vinceranno lo Scudetto. Si nota insomma come il croato sia disposto al sacrificio per i compagni e per il bene della squadra, ma abbia come una sorta di orgoglio, di volontà di dimostrare che si può unire all’abnegazione e all’efficienza sotto porta. Ma è davvero possibile?

6.

Forse sì, dipende che cosa si cerca. Se si pensa a un attaccante prolifico, i nomi da fare sono altri. Se invece si vuole un ibrido in media res, qualcuno che abbini più qualità, elemento sempre più ricercato nel calcio di oggi in cui la funzionalità e la poliedricità sono essenziali, vengono in mente pochi giocatori che rispondano all’identikit meglio del croato. Considerando il numero di tiri in porta effettuati nella scorsa stagione di Serie A, 41.6 in 32 partite, e il numero di gol segnati, 15, risulta che Kalinic segna un gol ogni 2.7 tiri in porta circa. Numeri da attaccante nella media, non certo da Icardi o neanche da Bacca (un gol ogni 2.2 tiri in porta nella scorsa stagione), ma in linea con quelli di un giocatore come Dzeko (un gol ogni 2.8 tiri in porta un anno fa).

7.

E allora? Forse è la prospettiva da cui guardiamo le cose che ci fa produrre determinate analisi. Cambiare punto di vista però, spesso, permette di visualizzare le cose in maniera diversa e di capirle un po’ di più. Kalinic è sempre stato questo tipo di attaccante, meno talentuoso in fase realizzativa ma più propenso a produrre movimenti e giocate che fanno bene all’equilibrio della squadra. Una piazza come quella rossonera, abituata a ricevere tanto dai propri attaccanti in termini di gol, dovrà abituarsi ad amare questo giocatore per quello che è, più che per quello che si sperava che fosse. Con la complessità che ha raggiunto il gioco del calcio al giorno d’oggi, non si può essere così superficiali da scartare un attaccante per il solo motivo che non segna tanti gol quanti ne fanno i capocannonieri della Serie A. Non si considererebbe tutta una dimensione che non è sotto ai riflettori, ma che aggiunge grande ricchezza al Milan, a chi osserva con occhio attento le partite e al gioco in generale.