Julio Velázquez, apprezzare la quiete

“Quien quiere aprender, viene a Salamanca”. E’espresso nel casitgliano più puro il motto di Salamanca, città storica che da sempre ricopre il ruolo di “professoressa di Spagna”. Culla di filosofi e intellettuali, regala spesso al mondo persone di finissima intelligenza, capaci di imporsi precocemente all’interno della società sfruttando le proprie conoscenze, anche nel calcio. Purosangue salmantino, Julio Velàzquez sta rimodernando nel nostro campionato l’immagine dell’allenatore.

Le leggende e l’ispirazione

La cultura è il vero motore di Salamanca, che nel XV secolo accoglieva ben 6500 studenti l’anno presso la propria Scuola Maggiore. Fondata nel 1218, deve parte del proprio prestigio alle leggende che albergano fra le sue mura, celebre quella della rana e il teschio. La facciata dell’Università rappresenta un omaggio allo stile plateresco, ed è decorata con diversi bassorilievi fra cui due figure particolarmente curiose, un astronauta e un dragone che regge un cono gelato, entrambe palesemente aggiunte dai restauratori nel 1992. Ma il racconto celato dietro la rana sobre la calavera ha radici secolari, e vuole che chi riesca a individuare quest’ambigua coppia simbolica di microscopiche dimensioni goda di eterna fortuna soprattutto per la carriera scolastica. Julio Velàzquez, singolarmente, ha sempre preferito affidarsi alle proprie doti e non a espedienti scaramantici. Velàzquez nasce in Castiglia Leòn il 5 ottobre 1981, nel periodo in cui la Spagna sta vivendo una sorta di ’68, non avendolo avuto per la dittatura franchista. La tensione politica e sociale è alle stelle, in febbraio la Guardia Civil ha tentato il colpo di stato per destituire re Juan Carlos e dunque gettare all’aria l’organizzazione del mondiale imminente, ma per nostra fortuna il golpe non andò a buon fine e siederà il sovrano iberico sul palco reale del Santiago Bernabeu quando l’Italia verrà incoronata campione del mondo. Il comune natale di Velázquez è distante appena 200 km da Madrid, dunque sul piano calcistico è giustificata la sua ammirazione verso il Real, in particolar modo se consideriamo coloro i quali vestivano la camiseta blanca all’epoca. La cosiddetta “Quinta del Buitre”, cinque ragazzi madrileni e madridisti, meglio noti come i Beatles del calcio spagnolo per il contributo generale che hanno dato alla nuova Nazione, sono Manolo Sanchìs, Miguel Pardeza, Martin Vazquez, Mìchel e il frontman, Emilio Butragueño. Sono tutti poco più che maggiorenni, ma hanno la personalità e il carisma del veterano, da loro Julio Velàzquez prende il coraggio di gettarsi a pieno nei suoi sogni per realizzarli, quanto prima possibile e senza paura.

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l’oggetto della leggenda

Enfant prodige

Ha appena 15 anni quando s’inizia a proporre come tecnico apprendista nella scuola calcio di San Nicolàs, con discreti risultati peraltro. E’un uditivo, apprende subito ciò che ascolta e riesce furbescamente a metterlo in pratica, si fa carico delle giovanili dell’Arondina quando è in pratica coetaneo dei calciatori da lui allenati. Dimostra carattere, non si lascia intimorire dalle sfide e accetta nel 2008 quella del Polideportivo Ejido, la sua prima grande avventura. E’costretto a lasciare casa per inseguire le proprie ambizioni fino in Andalusia, sacrificio ricompensato perché i successi in serie C e lo storico pareggio strappato al Villareal in Copa del Rey mettono in luce le qualità di questo giovane allenatore, e il submarino amarillo ha intenzione di affidargli la terza rosa nel 2011.

Villareal, sliding doors

21 panchine per Velàzquez e un gioco di ruoli che lo porta di sobbalzo al Villareal B, dato il passaggio di Josè Francisco Molina in prima squadra. Durante il girone di ritorno Velázquez è autore di una rivoluzione calcistica immane, la sua formazione avvia una striscia positiva di 10 vittorie su 24 incontri che proietta la compagine cadetta dalla zona retrocessione alla metà del tabellone. Mentre situazione fra i giovani è in crescita, il Villareal invece vive il buio momento della Segunda Divisiòn, i calciatori di rilievo come Gonzalo Rodriguez, Pepito Rossi e Borja Valero hanno deciso di fare la fortuna della Fiorentina piuttosto che disputare un campionato minore, malgrado il contesto Velàzquez oscilla fra gli ultimi posti necessari al playoff ma il presidente Roig, pressato dalla tifoseria, è costretto a esonerarlo per cercare risultati immediati.

Dall’illusione di Murcia alle esperienze formative

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Julio Velàzquez agitato in un derby Murcia-Cordoba

Non demorde, il tempo è tutto dalla sua parte e la carta d’identità gli offre il privilegio di non aver nulla da perdere; va al Murcia, dove il problema principale è il denaro e non i tre punti. L’ambiente è a dir poco malsano, il vento della bancarotta spira incessante sullo stadio Nueva Condomina, Velázquez però veste i panni del prestigiatore e trasforma il brutto anatroccolo Kike in un bomber da 23 gol stagionali, unica volta in carriera che l’attaccante è andato in doppia cifra. Il quarto posto di fine stagione sembrava un illusorio ritorno al passato per i Pimentoneros, da oltre un lustro lontani dal grande palcoscenico calcistico, fin quando una controversa indagine della Federazione condanna il Real Murcia all’unica doppio relegazione nella storia del pallone nazionale. Velázquez è un lavoratore, a tratti dissociato da futili aspetti che potrebbero influire sul proprio lavoro, ha comunque fatto apprezzare la sua filosofia e il Betis gli concede una possibilità. La sfrutta relativamente male, 21 punti dopo 14 giornate non sono da ricordare, anzi, viene sollevato dall’incarico, ma ha avuto modo di sperimentare per le prime occasioni il 4-1-4-1 o 4-2-3-1, spesso varia la posizione di un centrocampista, e mettendo in luce il senegalese N’Diaye da mediano e il nostro Cristiano Piccini a galoppare sulla fascia destra. L’esperienza sevillana costruisce le proposte di Velàzquez, esterni difensivi di spinta, un roccioso e tattico perno davanti alla difesa e l’unico bomber di razza davanti, tre fondamenti invariabili della Bibbia di calcistica targata Julio Velàzquez. Tenta la sorte in Portogallo, va al Belenenses dove si scontra con Fàbio Sturgeon, talento lusitano mai sbocciato che, in una compagine modesta, rappresentava l’unica potenziale fonte di ricavo per la società e dunque una sua singola esclusione dagli undici iniziali era intollerabile.

Alcorcon, la quiete dopo la tempesta

A 35 anni, Velàzquez capisce che nulla è perduto, basta salire sul treno giusto e condurlo con le qualità di cui è in possesso. Acquista il biglietto per la carovana Alcorcon nel 2016, un piccolo club mai stato in Liga, la cui unica gioia resta l’eliminazione del Real Madrid nella Copa del Rey 2009-10 per un rocambolesco autogol di Arbeloa. In due anni, Velàzquez rasenta la media vittorie del 30%, potrebbe apparire un dato alquanto discreto ma la stabilità che il tecnico ha saputo impartire agli Alfareros vale quanto una bacheca di trofei. Ha plasmato l’intero mondo gialloblù sotto l’egida di un concetto quasi matematico del pallone, esattamente lo stesso numero di vittorie (12) e di sconfitte (14) nel biennio all’Agrupaciòn, come se avesse calcolato al millimetro il margine di errore consentito per regalare ai tifosi la tranquillità tanto desiderata.

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La presentazione all’Alcorcon di Julio Velàzquez

Lo sbarco in Friuli

Scomodati Tedesco e Nagelsmann, probabilmente non vi è un allenatore di prospettiva del calibro di Velàzquez, come sempre l’Udinese si è dimostrata vigile sulle nuove promesse in circolazione e a deciso di puntare su di lui. 17 nazionalità in rosa e almeno 6 lingue parlate nello spogliatoio, solamente cinque giocatori su 23 di idioma spagnolo, numeri che impaurirebbero qualsiasi nuovo arrivato, ma non Velàzquez. Inizia malino perdendo in Coppa Italia col Benevento, già al debutto in serie A con il Parma riesce ad adattare i propri precetti alle risorse a disposizione. Vuole rivitalizzare De Paul, ne ha carpite le reali caratteristiche tecniche e psicologiche, è un genio e ribelle, per rendere non ha bisogno di regole. L’argentino è spensierato, e i 4 sigilli messi a segno fin ora con relativi assist sono la prova dell’acume di Velàzquez, abile conoscitore d’uomini. Mandragora è il suo frangiflutti, rifinitore nel fisico reparto composto da mastini come Behrami e Fofana e il prolifico Barak. L’avvio non è stato brillante, sconfitte contro Fiorentina, Lazio, Bologna e Juventus e uniche vittorie al Bentegodi e in casa con la Samp.Il ruolo di 9 bianconero pare essere senza interprete, Lasagna ha finalizzato una sola palla gol al momento e il neo arrivato Teodorczyk risulta inadatto al nostro campionato, Pussetto si sta inserendo mentre le dubbie prestazioni di Darwin Machìs potrebbero portare Velàzquez a un cambio di modulo. Essendo il centrocampo l’attuale unica garanzia, un 4-3-1-2 con l’avanzamento di De Paul a punta di movimento è una soluzione da tenere in considerazione, sarebbe una svolta negli schemi del tecnico ma il 4-1-4-1 a lui caro non sta dando i frutti sperati. L’ultima uscita contro la Juve, sebbene il risultato, è un punto da cui ripartire. Rapidi scambi di palla e distinta organizzazione difensiva con l’equilibro fra le percussioni di Stryger Larsen e la copertura di Samir. Sconfitto dall’oggettiva superiorità del contendente, per Julio Velàzquez, il primo allenatore nato negli anni 80’ ad avere un posto in serie A, aver messo in difficoltà i campioni d’Italia è già un traguardo. Niente Facebook, Twitter e Instagram, Julio Velàzquez dimostrerà di essere maturo sul campo.

 

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