José Mourinho allo specchio

Se la tua squadra si chiama Manchester United e il tuo allenatore è Josè Mourinho, i normali canoni di interpretazione del mondo calcistico devono essere quanto meno rivisti. Se da un lato non basterebbe un romanzo per descrivere l’enigmatico e imprevedibile Mago di Setubal, dall’altro non possiamo esimerci dal provare a tratteggiare l’attuale profilo di uno dei più grandi tecnici che questo sport abbia mai avuto il piacere di incontrare, nel bene e nel male.

Dovete portarmi rispetto!

Mourinho e la conferenza stampa: un binomio inscindibile | Numerosette Magazine
Mourinho e la conferenza stampa: un binomio inscindibile

Lunedì 27 agosto, in Inghilterra, si è giocato il celeberrimo Monday Night di Premier League. All’Old Trafford è andato in scena un classico del calcio d’oltremanica: il Manchester United di Josè Mourinho contro il Totthenam di Mauricio Pochettino. L’esito finale del match, decisamente a sorpresa, ha riservato ai Red Devils una pesante sconfitta per 0-3 relegandoli temporaneamente al 13° posto in classifica. Un brutto scivolone, ma niente di irrimediabile avranno pensato i tifosi, che a fine partita hanno chiamato a gran voce Mourinho sotto la curva con tanto di applausi e cori all’indirizzo del portoghese. Mai illusione fu più reale.

Lo Special One, sollecitato dalle incalzanti domande dei giornalisti presenti in sala stampa ha fiutato, come un segugio, l’ormai celebre rumore dei nemici. Una scintilla è balenata negli occhi del tecnico, come un antico furore guerriero che da tempo si era assopito. La conferenza stampa si è tramutata, in un tempo irrisorio, nel ring preferito dal portoghese. Il trambusto mediatico si è concluso con un Mourinho inferocito che ricorda ai giornalisti di ESPN come lui abbia vinto più Premier League di tutti gli altri diciannove tecnici messi insieme, invitando i presenti in sala a portare rispetto a un allenatore del suo calibro e abbandonando la postazione tra i volti increduli dei dirigenti dei Red Devils.

Il declino della dialettica

Ma se tutti ricordiamo un Mourinho quasi pronto al martirio pur di difendere i suoi giocatori, sprigionando un’arte oratoria mai banale e quasi sempre ficcante, le ultime uscite hanno evidenziato uno Special One quasi in crisi di identità. Parla continuamente di se stesso Jose Mourinho – non che non lo avesse mai fatto a dire il vero – ma quel suo narcisismo che in passato era finalizzato a distogliere l’attenzione sui momenti difficili della propria squadra – condito da mirabolanti e pesanti dichiarazioni e battute brucianti – oggi non appare più efficace.

Il tecnico portoghese sembra il monarca paranoico di un antico e glorioso regno che, accecato dalla sua grandezza e dialogante con l’unica persona che lo possa davvero capire (sé stesso), si è rinchiuso in una spirale auto celebrativa per paura che il mondo esterno possa dimenticarsi troppo in fretta delle gesta da lui compiute.

La fiducia come stimolo

José Mourinho ha sempre fatto della fiducia e del rapporto umano la chiave di volta delle sue esperienze professionali in tutti i club da lui allenati. Il suo carisma e la sua sicurezza, unita a un’arte dialettica invidiabile, lo hanno sempre caratterizzato come un motivatore più che un allenatore vero e proprio. Riuscire a tirare fuori il meglio da qualsiasi giocatore è sempre stato il segreto del suo successo. Consapevole che la fiducia in un allenatore non è qualcosa di arbitrario, ma va continuamente costruita e alimentata ogni giorno, la maggior parte dei suoi sforzi è sempre stata indirizzata a creare un solido rapporto con i suoi giocatori, anziché risolvere infiniti rompicapi tattici. Coccola, incoraggia, condivide con i propri uomini sofferenze e gioie trasformandosi quasi in una balia.

All’apparenza arrogante e spregiudicato, grazie alle attenzioni poco lusinghiere che soprattutto la stampa gli riservava, è riuscito a sfruttare l’abito che gli era stato cucito addosso trasformando le miriadi di critiche ricevute negli stimoli necessari per creare quel legame indissolubile, di fiducia reciproca, con i suoi giocatori, che sono stati alla base dei suoi più grandi successi. Il contesto, tuttavia, è forse l’aspetto più importante, e quasi mai viene sottolineato. Mourinho ha ottenuto i successi più importanti grazie a club che non avevano nulla da perdere dal suo ingaggio. Squadre che, in preda a una crisi di risultati o in cerca di uno step consistente in ambito europeo, gli hanno sostanzialmente dato carta bianca sia sul mercato che nelle dichiarazioni alla stampa, facendo sempre quadrato attorno al loro allenatore tutte le volte che andava fuori dalle righe. Una sola richiesta: vincere. Una sola soluzione: proiettare la propria squadra in uno stato di guerra permanente.

I fattori del cambiamento

Le vittorie hanno proiettato José Mourinho tra i più grandi allenatori europei. Ma se da un lato questo non ha fatto altro che rendere granitiche le sue certezze sul modo di allenare, convincendolo sempre di più della sua bravura e scaltrezza, dall’altro lato si percepisce una sorta di appagamento per i risultati ottenuti.

Premesso che lo storytelling del portoghese non permette mai cali di concentrazione e, anzi, obbliga a essere costantemente pronto a convertire critiche, dichiarazioni avverse e situazioni sfavorevoli in stimoli positivi funzionali alla squadra, sembra quasi inevitabile che, a livello mentale, ci sia una sorta di allentamento della pressione. A parer mio, sono diversi i motivi che non consentono più a Mourinho di riuscire a applicare efficacemente la sua narrazione.

Un contesto mutato

Mourinho con la maglia dello United | Numerosette Magazine
Il giorno della presentazione di Mourinho allo United

L’approdo in top club come Real Madrid e Manchester United è stato il coronamento della carriera, ma inevitabilmente qualcosa è cambiato.

In primis le regole di ingaggio. È richiesto un certo stile. Red Devils e Merengues non sono solo una squadra di calcio, sono un brand mondiale che vanta introiti notevoli, sponsorizzazioni, legami commerciali e relazioni floride con gli altri club europei.

Le sparate in sala stampa, l’attacco frontale a dirigenti, giocatori e allenatori, le dichiarazioni al vetriolo non sono più tollerate come nei vecchi club, dove era lui a comandare. Perde inoltre, sempre più di significato, la costruzione della strategia dell’accerchiamento. Mourinho, oggi, incarna i poteri forti che in passato gli hanno fornito più di uno spunto per ribaltare situazioni apparentemente sfavorevoli.

La pretesa di fiducia

L’aspetto della fiducia, fondamentale per come interpreta il calcio Mourinho, ha perso sempre più centralità all’interno del suo progetto calcistico. Se prima il tecnico era conscio degli aspetti negativi del suo carattere (narcisismo, egocentrismo, arroganza) ma riusciva a far prevalere il raziocinio e quindi a sfruttarli in un’ottica decisamente positiva, adesso quegli stessi aspetti hanno preso il sopravvento sulla sua persona, andando a inficiare pesantemente la sue certezze.

Pretende cieca fiducia, indicando il suo palmares come prova inconfutabile della sua bravura. Ma all’interno di club come Real Madrid e Manchester United, Mourinho non può necessariamente essere l’unica stella a brillare. La sua psicologia aggressiva fa meno presa su giocatori che non hanno certo bisogno di determinati stimoli o di pensare di essere circondati da nemici per esprimere il loro talento. Senza contare che, spesso, vantano un curriculum non inferiore al portoghese, se non superiore. Sta venendo meno, quindi, quel rispetto iniziale e quell’umiltà che avevano garantito a Mourinho la possibilità di fare breccia nel cuore dei giocatori, convincendoli a dare tutto per la maglia indossata e per il suo allenatore.

L’inganno di Mou

Io sono Mourinho e voi? | Numerosette Magazine

Accecato dal suo ego e disposto allo scontro frontale con chiunque osi criticare il suo operato, Mourinho è diventato vittima di sé stesso, dando vita a un meccanismo mentale di auto difesa dove tutti coloro che osano mettere in dubbio la sua parola vengono immediatamente identificati come possibili cause di offuscamento della sua vincente figura.

L’allenatore che faceva del rapporto umano e delle motivazioni i cardini di grandissime vittorie è, oggi, ridotto ad auto-idolatrarsi. Se non conoscessimo realmente la sua storia, molto probabilmente Mourinho ci parrebbe come quel vecchio folle che ricorda le gesta passate e, perdendo progressivamente ogni speranza per il futuro, si aggrappa agli ultimi ricordi di una vita splendente.

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