Semmai Maurizio Sarri dovesse arrivare a leggere questo pezzo, sono sicuro che rimarrebbe in parte infastidito, a partire dal titolo. In una bella intervista a Repubblica, dichiarò che non gli piacciono le etichette, forse perché lo hanno accompagnato per tutta la vita. Eppure, inutile scriverlo, le etichette accompagnano tutti. Nel bene e nel male sono quello che ci siamo creati, quello che diamo in pasto al nostro pubblico, piccolo o grande che sia.

Lo chiamavano impiegato per il passato da dirigente in banca: si occupava di transizioni tra grossi istituti per la Montepaschi. Un lavoro stabile, alternato alle esperienze sui campi dilettantistici toscani.

Maurizio Sarri probabilmente non era un giocatore talentuoso, e il calcio poteva vederlo da lontano; la sera, dopo il lavoro vero, come un passatempo. Ciò che lo ha portato a seguire la strada del pallone, dunque, non può che essere imputato a una piccola grande follia della sua vita, una follia che lo ha portato a quarantuno anni dalla scrivania di un’istituto bancario, passando per l’erba di un campo di calcio, al seggiolino di una panchina. Sì, quarantuno anni, come monito agli adolescenti che credono che la vita finisca alla loro età.

Altre etichette. Le sigarette: un aspetto che sembra provenire da zemanlandia. Lui non lo nasconde e anzi ci scherza su, perché a Empoli, dove mancavano le barriere, un tifoso che gli faceva fare un tiro lo trovava sempre; e ora, nelle occasioni importanti dei suoi, scende in campo con la cicca da mordicchiare come anti-stress. Gli schemi: lo chiamavano “mister 33” ai tempi del Sansovino, perché un giornalista scrisse che usava 33 schemi su palle inattive, lui ha minimizzato dicendo che magari non erano proprio 33, ma una trentina sicuro. Non essendo affatto un retrivo come può sembrare all’apparenza, usa i droni per monitorare il loro funzionamento.  La gavetta: se arrivi in Serie A a 55 anni vuol dire che di gavetta ne hai fatta tanta. Dal 1990, anno in cui prese la panchina della Stia, Sarri ha allenato 17 squadre, con una media di un anno e sette mesi di permanenza su ognuna, escludendo la parentesi di Avellino (si dimise ad agosto per assenza di organizzazione) e Grosseto (allenò da subentrato per appena 11 giornate).

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Lo riconoscete?

Nasce da una famiglia operaia. Il padre Amerigo lavorava nell’edilizia e aveva coltivato una carriera dilettantesca nel ciclismo, poi mollata; Clementina costruiva cornici. È nato a Napoli, ma è cresciuto a Figline Valdarno (oggi Figline e Incisa Valdarno, provincia di Firenze) e per questo non si sente toscano: lo è.

Così autodefinisce il suo identikit, con tre semplici aggettivi figli del più rustico stereotipo fiorentino: schietto, polemico, ma vero.

Sarri è uno di quei profili unici, uno che si ama o si odia, alla Tarantino. Non ha la benché minima idea di cosa sia la compostezza, è incapace a fare buon viso a cattivo gioco, e a cambiar maschera, secondo gli insegnamenti pirandelliani, davanti a una telecamera o un microfono. Se gli chiedono cosa ne pensa del nuovo acquisto Pavoletti, lui risponde che gli sta sul cazzo perché una volta gli ha fatto doppietta. Se gli parlano di Scudetto, lui si tocca con nonchalance.

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A una domanda sulla rincorsa sulla Juve, dichiara di aver detto ai suoi che «Chi li guarda è una testa di cazzo, anche perché questi vincono sempre». Quando la Rai lo intervista dice «Quando si parla di me si crede sempre che abbia i coglioni girati. In realtà sono tranquillo». Sarri è l’archetipo di uno stile comunicativo fuori luogo nel calcio moderno, in cui ogni parola, ogni proposizione, ogni periodo va dosato con attenzione, pena la condivisione virale di opinioni spesso non gradite nei grandi palcoscenici. Una non-strategia comunicativa figlia di Zeman e Mazzone, troppo sincera per ribellione o ingenuità, coltivata sui semi delle letture di Bukowski e John Fante. Un genuino vero, che si veste con la tuta perché sta comodo, che si fa fotografare in allenamento con caffettiera e ‘na tazzulella ‘e café. Per tutto questo, probabilmente, Sarri non allenerà mai un top-club europeo. Purtroppo.

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Con Zeman sembra avere molte cose in comune, quasi come ne fosse un figliol prodigo mai dichiarato, e l’evoluzione ragionata di un’idea calcistica romantica, ma utopica: vincere giocando bene. In modo diverso uno dall’altro, ma bene. Sarri disegna un calcio spettacolare e pro-attivo, fatto di possesso palla rapido, cementifico, e un movimento costante da parte di tutti i giocatori per sette (o più) undicesimi nella metà campo avversaria. Ma anche e sopratutto (e ciò lo differenzia dal boemo) di una cura maniacale per la linea difensiva e la ricerca dell’equilibrio, Sarri riesce a essere spettacolare senza dare mai l’idea di organizzare un arrembaggio. Il Napoli in campo è ordinato, elegante, continuo. E quando i giocatori staccano la spina, per dei momenti di stanca che sembrano quasi fisiologici poiché pro-attivi, lui non cede mai un millimetro. Sbraccia, s’incazza, prende a pugni la panchina.

La sua carriera è una parabola disegnata sulle assi della lentezza e degli esoneri. Dai dilettanti alla C2 con la Sangiovannese, passano dodici anni. Dalla Sangiovannese all’Empoli in B, sette.

La chiave di volta della sua ascesa passa proprio dalla panchina degli azzurri empolosi. Alle spalle un’esperienza grigia col Sorrento, in Lega Pro, iniziata il 7 luglio e terminata il 14 dicembre con la squadra sesta in classifica. Sarri non aveva mangiato il panettone, e avrebbe dovuto aspettare l’estate per una nuova chiamata, finalmente decisiva.

Le cose però non sono mai facili come sembrano a raccontarle. Dopo nove giornate l’ Empoli è ultimo in Serie B, con quattro punti. Si parla di esonero e Sarri, agli occhi dei tifosi, è un folle che predica nel deserto, i giocatori non lo seguono, o non sembrano seguirlo fin quando nelle settimane successive la rimonta verso i playoff si accende, con l’Empoli che ha assimilato quei concetti (ancora oggi tramandati sul campo ora con Martusciello, prima con Giampaolo) che imporrà alla Serie B come una vera avanguardia tattica.

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Geometria applicata al calcio.

L’ Empoli sarriano mostrava un calcio raramente visto in quelle categorie. Una squadra coordinata e organizzata maniacalmente, piena zeppa di schemi, sempre propositiva, sempre forte della voglia di imporre gioco. Una linea difensiva iper-stretta e orientata sul movimento del pallone, con i quattro difensori che hanno l’obbiettivo di mettere in fuorigioco gli avversari all’allontanarsi della sfera dalla loro porta (la linea si alza, quasi a ridosso della centrocampo) per poi rintanarsi quando il pallone diventa giocabile e pericoloso, privando gli attaccanti del beneficio della profondità. In gergo, questo movimento continuo della difesa viene chiamato elastico.

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E anche l’attacco funziona a meraviglia: la prima stagione Tavano segna 21 goal in campionato, Maccarone 18, Saponara 13; la seconda, quella della promozione, Tavano ne segna 22 e Maccarone 16. L’Empoli arriva secondo, promosso in Serie A, dopo aver collezionato 72 punti, 59 goal fatti e 35 subiti. Meglio solo il Palermo, che quell’anno impose il record di punti nella storia della Serie B.

Dopodiché, il Napoli. Ricordo il periodo di avvicendamento di Sarri alla panchina partenopea con un aggettivo molto controverso, ma tuttavia comprensibile: ridimensionamento. Quell’estate per i tifosi generalisti il proggetto-Napoli fu ridimensionato. Non era stato venduto nessuno, nonostante le voci di mercato, e le uniche novità erano state quelle di Pepe Reina, Chiricheș, Allan, e i “suoi” Hysaj, Valdifiori. Insomma, poco per una squadra in netto bisogno di rinforzi d’alto livello. Poi, lui: un allenatore di provincia chiamato a sostituirne uno che, pur deludente nei risultati, adornava di un certo appeal internazionale. Da Benitez a Sarri, da una Champions leggendaria a 17 anni di provincia. E se i tifosi generalisti la pensavano in un modo, gli addetti ai lavori, quelli che avevano seguito l’Empoli oltre al sentito dire, potevano anche auspicare che Sarri facesse bene, ma non così bene.

Ciò che ha differenziato Sarri da Benitez, nella loro comune esperienza napoletana, viaggia oltre che sul piano tattico anche su quello mentale, due binari interconnessi.

Per sviluppare un’idea funzionante bisogna essere sicuri di sé, e per essere sicuri di sé bisogna avere un’idea funzionante.

Il Napoli di Benitez era una squadra spesso moscia, imprecisa in tutte le fasi di gioco: pressava male, copriva poco il centro e faticava a far girare il pallone. Quello di Sarri è una macchina oleata che lavora per il conseguimento di un unico obbiettivo, coordinata nel possesso come nel recupero, nella difesa come nell’attacco.

Sarri ha insegnato a giocare a calcio come una squadra, ai singoli di non essere soli, e al collettivo di non essere inferiore a nessuno.

Prendiamo Koulibaly, forse l’esempio più lampante della gestione Sarri. Con l’allenatore spagnolo, Koulibaly era un giocatore straripante fisicamente, ma distratto, insicuro, spesso portato all’errore palla al piede, o a perdere la marcatura con facilità. Una frase che ricordo di Sarri, riferita al senegalese, è: «Koulibaly ‘sta sera ha fatto 85 minuti da grande giocatore, e 5 minuti di cazzate una dietro l’altra». Insomma, un buon monito per crescere. E infatti in un anno l’evoluzione del giocatore è esponenziale. Koulibaly mantiene la sua straripanza fisica, ma la arricchisce di concentrazione e qualità nella manovra dal basso. Passa da una media di 54 passaggi a partita a una di 71, mantenendo una precisione dell’85%, quest’anno divenuta 89 (la stessa, tanto per dirne uno, di Gerard Piqué). Con Albiol dà vita alla seconda difesa meno battuta dell’annata 2015/16, dietro solo alla solita Juventus.

Un altro giocatore impossibile da citare, parlando della cura-Sarri, è Marek Hamšík. Il capitano nel biennio Benitez era diventato un fantasma, un giocatore non solo sotto tono, ma a tratti problematico (complice anche una condizione fisica precaria). Benitez dal momento stesso in cui aveva messo piede a Napoli aveva imposto il 4-2-3-1 in modo assolutistico, era il suo modulo, e solo quello andava utilizzato. In questo scacchiere, che prevede un doble pivote con importanti compiti difensivi, lo slovacco veniva spostato diversi metri in avanti, diventando sostanzialmente una seconda punta. Cosa che Hamšík non è. Ciò, tradotto sul campo verde, significava un numero deludente di statistiche per partita: passaggi a partita (43), passaggi chiave (2), passaggi lunghi (2.5), dribbling riusciti (0.6). Tutte statistiche che, con Sarri, sono state praticamente raddoppiate. E adesso Hamšík è questo, riportato mezzala ed esaltato dal sistema di gioco.

E statisticamente il Napoli, in quello che vuole fare, è una delle migliori d’Europa:

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Ma le idee sono idee, e i fatti sono i fatti. E un tipo come Boniperti direbbe di lui che non ha mai vinto nulla, e sarebbe inconfutabilmente vero.

Forse l’idea calcistica di Sarri è davvero utopica, ma non nell’applicazione, quanto nella finalità intesa come vittoria.

I giocatori hanno bisogno di troppo tempo per integrarsi, gli errori individuali pesano troppo sul risultato, e il dispendio di energie porta quasi sempre a un dislivello fisico tra inizio e fine stagione. Inoltre Sarri è un allenatore spigoloso, spesso polemico con gli arbitri (inaccettabile la serie di espulsioni della passata stagione) e a disagio con il turnover, a discapito della freschezza dei titolari (sommando il minutaggio di Giaccherini, Tonelli, Maksimović e Rog si ottiene all’incirca la metà di quello concesso a Mertens, 567 contro 1095. E il belga è solo l’ottavo giocatore per minuti nelle gambe).

È possibile che tra vent’anni ricorderemo l’odierno Napoli con malinconia, come un meraviglioso affresco di bel gioco, e allo stesso tempo come l’era assoluta della Juventus, un po’ come l’era delle grandi dinastie degli imperi orientali, da una parte l’azzurro, dall’altra l’egemonia bianconera e l’idea opposta, accennata con Conte e accentuata con Allegri: vincere giocando per vincere, perché un tifoso non gode dell’estetica della sua squadra, quanto della gloria a essa attribuita.

O forse no?

Sì, l’azione è velocizzata, e sì, Mertens è in fuorigioco, quindi gol non valido.