Due manifesti a Old Trafford, Manchester

La partita perfetta

E pensare che fino a pochi giorni fa, dopo Siviglia-Manchester United di Champions League, i tabloid inglesi si chiedevano se Josè Mourinho avesse completamente perso la pazienza nei riguardi del suo centravanti titolare, Romelu Lukaku. Oggi invece, dopo Manchester United-Chelsea, i toni usati nei confronti di Lukaku sono diametralmente opposti. Il gigante belga è stato eletto, all’unanimità, man of the match di una partita che, senza di lui, difficilmente lo United sarebbe riuscito a vincere. Lukaku è stato il protagonista indiscusso e il suo nome è a referto in entrambe le reti dei Red Devils: la prima segnata da lui stesso dopo una magistrale azione corale d’attacco, e la seconda suggellata dall’assist fornito a Lingard, a seguito di una brillante giocata palla al piede.

È come se, con quelle due giocate, Lukaku avesse affisso sul prato dell’Old Trafford due manifesti che ne rappresentano tutto il potenziale strapotere d’attacco. Inoltre, pochi minuti prima dell’assist decisivo, Lukaku aveva sfiorato un memorabile goal in sforbiciata che, se non fosse stato per la provvidenziale mano di Courtois, avrebbe ricordato ai più la leggendaria rete di Wayne Rooney nel derby di Manchester del 2011. Una giocata capace di fermare il tempo a Old Trafford: non proprio roba da tutti. Insomma, una partita praticamente perfetta di Romelu Lukaku, molto significativa a livello simbolico a causa dei suoi trascorsi tra le fila dei Blues, e non solo: chiedere dalle parti di Stamford Bridge per conferma.

Visto il Lukaku di domenica, ci si stupisce però davanti a un dato che ne rispecchia la stagione alquanto altalenante: quello contro il Chelsea è stato il primo goal di Lukaku segnato ai danni di una big. Ecco che iniziano a emergere le contraddizioni di un calciatore potenzialmente devastante, ma che finora, almeno per quanto riguarda quest’anno, non ha ancora trovato la costanza che lo ha portato dov’è adesso: a Old Trafford, dove quei due manifesti brillano ancora di luce propria.

Destini incrociati

Lukaku, per tutta la scorsa estate, è stato l’oggetto dei desideri di Conte, allenatore del Chelsea, club che nel 2013 lo aveva ceduto all’Everton senza pensarci su due volte. Che storia…se si pensa che allora il manager dei Blues era Mourinho, colui che adesso gode delle prestazioni del ventiquattrenne belga. Una storia di destini incrociati, che aggiunge alla telenovela Conte-Mourinho un’ulteriore punta di sano (?) odio reciproco.

Mourinho aveva già allenato Lukaku al Chelsea | numerosette.eu
Lukaku e Mourinho ai tempi del Chelsea

Lukaku è  ciò che manca oggi al Chelsea di Conte, e questo ha del paradossale. Appena sei mesi fa, la lotta per comprarlo, vinta da Mourinho, fu il primo bastone tra le ruote della relazione tra Antonio Conte e Roman Abramovič, peggiorata ancor di più con l’andare della stagione a causa dei risultati non propriamente in linea con gli obiettivi del club londinese. Morata, acquistato dal Chelsea una volta capito che Lukaku sarebbe sbarcato a Old Trafford, non sta giocando la stagione che ci si aspettava da lui. La dimostrazione, ancora una volta, è stata la partita di domenica scorsa, che ha visto il belga brillare e lo spagnolo arrendersi dopo una clamorosa traversa colpita alla prima azione offensiva dei Blues; poi il palcoscenico è stato tutto di Romelu che, con i suoi due manifesti, ha deciso il big match.

Le telecamere, che molto spesso si sono soffermate più sugli allenatori che sul terreno di gioco, hanno mostrato un Conte visibilmente affranto, soprattutto dopo l’inatteso goal del 2-1 di Lingard. Non risulta difficile pensare che la grande prestazione di Lukaku, alla luce della leggerezza dell’attacco del Chelsea, abbia rappresentato per Conte un ulteriore motivo di rimpianto; d’altra parte, per Mourinho è stata la ciliegina sulla torta di una soffertissima vittoria in rimonta, che permette al Manchester United di staccare il Chelsea di 6 punti in classifica. E per Mou questa è, molto probabilmente, la cosa che conta più di tutte.

Lukaku sta trovando la sua dimensione sotto la guida di Mourinho | numerosette.eu
Ora Mou se lo gode allo United

Finalmente contro una big

Ma torniamo a Romelu Lukaku. Fino ad ora, come si è detto in apertura, la sua stagione è stata caratterizzata da alti e bassi. Il ritorno a Old Trafford di Zlatan Ibrahimovic poteva preoccuparlo, ma Mourinho ha messo fin da subito le cose in chiaro: il suo attaccante titolare è il gigante belga. La lunga degenza di Ibra, rientrato a novembre dall’infortunio al ginocchio, e un nuovo infortunio subito a fine dicembre, hanno fatto sì che il fattore-Zlatan non influisse sulla stagione di Lukaku, né tanto meno su quella del Manchester United. Il posto da titolare del belga non è mai stato in discussione, tanto che Lukaku ha giocato ben 27 partite su 28 in Premier League; ha saltato, guardacaso, proprio lo scontro contro l’Everton a Goodison Park, che è stata la sua casa per quattro gloriose stagioni. All’epoca, il gigante belga era lo spauracchio delle big inglesi. Ciò fa riflettere e non poco, dato che quello di domenica scorsa è stato il suo primo goal in stagione contro una delle big-six della Premier League.

C’è da dire che, eccezion fatta per le due inconcludenti parentesi al Chelsea, quella allo United è per Romelu la prima esperienza, per di più da titolare fisso, in un top club a livello mondiale. Nato calcisticamente all’Anderlecht, il Chelsea lo ha prima girato in prestito al West Bromwich Albion e poi ceduto all’Everton; in entrambe le occasioni, Lukaku ha dimostrato di essere un grande attaccante, capace di fare reparto da solo. L’esplosione all’Everton, in particolare nell’ultima stagione da 25 reti in Premier, ha scatenato la suddetta lotta di mercato tra Chelsea e United, tra Conte e Mourinho, che volevano a tutti i costi fare di Lukaku la propria punta di riferimento. L’ha spuntata Mou, che ha posto Lukaku al centro del suo progetto offensivo e di manovra, facendone il vero e proprio faro (più che boa) dell’attacco dei Red Devils.

Cos’è mancato al gigante belga quest’anno rispetto a quando, fino alla scorsa stagione, era solito marcare costantemente il cartellino, soprattutto contro le grandi corazzate del calcio inglese? Prima di tentare di rispondere, c’è da dire che alla rosa dello United non mancano di certo assist-man capaci di assicurare al belga un’ottima dose di palloni al bacio: Pogba, Mata, Lingard, Rashford, Martial e l’ultimo arrivato Alexis Sanchez formano una scuderia di trequartisti e ali d’attacco degna dei migliori dream team. Il problema, dunque, è stato di natura personale. Troppa forse la pressione sulle spalle di un ragazzo che, seppur ormai calcisticamente esperto, deve ancora compiere venticinque anni. La lunga vicenda che lo ha visto legato al Chelsea ma protagonista altrove (West Bromwich Albion ed Everton) fa sì che quando pensiamo a Romelu Lukaku ci immaginiamo uno di quegli attaccanti già ampiamente navigati ed affermati a livello nazionale ed europeo. Invece, per fare un esempio non di poco conto, questa è stata la prima stagione di Lukaku in Champions League, torneo che finora lo ha visto protagonista con ben 4 goal in 7 presenze. Il suo apporto realizzativo alla causa di Mourinho non è di certo mancato; nè in campionato, dove finora ha segnato 13 reti, nè tantomeno in FA Cup, dove addirittura ha siglato ben 4 goal in 3 partite. Ma a mancare è stata la costanza che fa di un semplice centravanti una potenziale “scarpa d’oro”, colui che ti assicura qualità e quantità al servizio della manovra d’attacco, e non solo viceversa. In poche parole: Lukaku al servizio dello United; in tal modo i goal arriveranno da soli, visto il devastante potenziale offensivo dei Red Devils. Ciò che si è visto domenica, e più in generale nel 2018, va dritto in questa direzione. I due manifesti parlano chiaro.

Obiettivo continuità

Da Romelu Lukaku ci si aspetta quel salto di qualità necessario per diventare protagonista assoluto della storia recente e soprattutto del futuro del Manchester United; club che, se non fa sconti agli avversari, figuriamoci ai propri giocatori: troppo lunga la lista di Red Devils che nelle ultime stagioni si sono letteralmente bruciati dopo essere stati pagati fior di quattrini. Il gigante belga sembra avere tutte le intenzioni di non fallire la grande opportunità che finalmente gli è capitata. La superba prestazione contro il Chelsea e i primi mesi del suo 2018 lo dimostrano.

L’anno nuovo ha visto Lukaku protagonista delle sorti del Manchester United, con all’attivo ben 7 goal e 3 assist in 10 partite. Vero e proprio dominatore dell’area di rigore, domenica ha dimostrato una volta per tutte di saper anche trattare il pallone con una pregevole proprietà tecnica; in particolare nell’occasione dell’assist decisivo per la testa di Lingard, quando ha accarezzato più volte la sfera, facendosi beffe dei difensori, per poi crossare con grande precisione e freddezza. Sono giocate che Lukaku ha nel proprio repertorio e che sta mostrando soprattutto in questa seconda parte di stagione. Nonostante la stazza mastodontica, non risulta mai goffo, è (quasi) impossibile da spostare e segna in tutti i modi. I suoi due manifesti ai danni dei Blues ne sono la dimostrazione.

Si sa, marzo è un mese determinante per le squadre che lottano su più fronti. Romelu Lukaku, considerata la prestazione di domenica, potrebbe aver dato la svolta decisiva alla propria stagione. Questione di testa: il gigante belga si è reso conto che un club come il Manchester United, che ambisce a mantenere ben saldo il secondo posto in campionato e soprattutto ad andare più avanti possibile in Champions, ora più che mai necessita del suo supporto in termini di prestazioni, goal e assist. La prova offerta in Manchester United-Chelsea, con i suoi due manifesti, ha ricordato il Lukaku castigatore delle big e potrebbe aver rappresentato soltanto un assaggio del Lukaku che verrà: potenzialmente, uno degli attaccanti più dominanti in circolazione.

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