Guida alla Finale

Strano, sorprendente e inatteso. Tutto quello che è successo in questa Coppa del Mondo è riassumibile con queste tre parole. È lecito, quindi, aspettarci dalla finale dei mondiali palpitazioni in linea con la frequenza cardiaca tenuta per tutta la competizione. Sì, perché – diciamocelo – nonostante la dolorosa assenza degli azzurri, ogni amante del calcio non sarà rimasto impassibile ai plot twist di questi campionati del mondo, a prescindere dalla squadra per la quale parteggia. Anche perché, alla fine, il calcio si è ricordato per una volta di essere la più precisa rappresentazione del sistema di sacrifici, sforzi e ricompense che dovrebbe reggere tutta la vita e, così, in finale ha portato le due squadre che più hanno meritato questo traguardo.

Manco a farlo apposta corsi e ricorsi storici si intrecciano. Le due selezioni si ritrovano in finale dei mondiali vent’anni dopo la semifinale di Francia ’98 vinta dai Transalpini con un’improbabile doppietta di Thuram. La Croazia, allora indipendente dalla Jugoslavia da soli sette anni e dopo una sanguinosa guerra, raggiunse il più grande risultato calcistico della sua breve storia, guidata dalla generazione d’oro dei vari Boban, Suker, Vlaovic e Stanic. La Francia era letteralmente ai piedi, peraltro elegantissimi, di Zinedine Zidane. Non credo serva aggiungere altro.

Ora, si ritrovano in finale dei mondiali una squadra piena zeppa di talento e spettacolarità, guidata da Deschamps, il capitano della spedizione del ’98, contro una nazionale formata principalmente da giocatori cresciuti proprio durante quella guerra dolorosissima e che avevano visto in quella semifinale del ’98 la prima gioia sportiva collettiva. Sono due scuole calcistiche a confronto sul palcoscenico più importante al mondo.

I protagonisti della finale dei mondiali visti da una prospettiva
L’augurio è che possa essere una finale bella almeno quanto Mandzukic in questa foto.

La stanchezza della Croazia

La Croazia in totale ha giocato 90 minuti in più rispetto alla Francia. Può essere un problema?

di Andrea Pracucci

La finale dei mondiali si terrà domenica 15 luglio; i campionati nazionali sono iniziati in media più o meno attorno alla metà di agosto; parliamo di undici mesi di fila, o quasi, di partite che si fanno sentire sulle gambe dei giocatori. Qualunque squadra, esclusa forse solo quella guidata da Michael Jordan nel film Space Jam dopo aver bevuto la famosa bibita “Secret Stuff”, a questo punto della stagione sarebbe stanca, persino quelle che non hanno dovuto affrontare per tre volte i tempi supplementari nella fase finale di un mondiale. Pure i francesi sono in riserva, anche se Mbappe sembra non esaurire mai il carburante. L’adagio che afferma come le finali siano solitamente partite noiose ha effettivamente delle fondamenta: l’ultima partita di una Coppa del Mondo è una questione soprattutto mentale e di esperienza internazionale, più che di condizione atletica. Per questo è probabile che vedremo una partita più bloccata di quelle spettacolari che questa competizione ci ha finora garantito, sempre tenendo in considerazione che comunque il surreale livello tecnico che scenderà in campo domenica potrebbe illuminare lo stadio Lužniki di Mosca in qualunque momento. La Croazia non pecca né a livello di concentrazione, né sotto l’aspetto della conoscenza di partite così pesanti: giocatori come Mandzukic, Rakitic, Modric e Lovren conoscono le sensazioni relative a sfide come queste e sanno quale mentalità è necessaria per portarle su binari favorevoli. Per questo la squadra guidata da Dalic sembra avere tutti i parametri giusti per poter tentare un’impresa storica, contro una Francia sulla carta più forte. Poi da dei mondiali del genere, pieni di sorprese e situazioni impensabili, perché non aspettarsi un finale magico, tipo una vittoria della Croazia dopo i tempi supplementari?

L’importanza di Kanté

Cosa vuol dire avere Kanté in squadra?

di Corrado Tesauro

In un puzzle, la tessera che ti fa completare il disegno sarà necessariamente la più importante, quella fondamentale, a prescindere dalla sua posizione. Può essere una porzione di cielo nell’angolo o il dettaglio di un volto, il pezzo mancante sarà inevitabilmente quello attorno al quale si concentrerà la nostra attenzione. Una selezione che vuole arrivare fino in fondo in una competizione come i Mondiali deve ricercare gli stessi contrasti di un puzzle e tenerli in equilibrio, tra sfondi monocolore e figure dettagliate.

Le ultime spedizioni europee e mondiali dei Bleus avevano solo una parte di un disegno che, per essere vincente, sarebbe dovuto essere necessariamente più complesso. Il talento, quello puro, non è mai mancato, serviva solamente chi lo tenesse insieme. C’era bisogno dell’amalgama – quello del presidente del Catania Massimino – per rendere davvero vincente la squadra. Quell’elemento è Ngolo Kanté. Nel giro di due anni, dopo aver messo per la prima volta il naso in nazionale agli Europei del 2016, il centrocampista del Chelsea si è preso il centrocampo dei Francesi, diventandone una pedina imprescindibile. Molto più di un mediano recupera-palloni, di un faticatore o di un semplice incontrista. Kanté è il pezzo del puzzle che rende comprensibili le figure disegnate dal talento puro di Griezmann, Pogba e Mbappé. Senza di lui al quadro finale mancherebbe qualcosa.

Contro l’Argentina l’abbiamo visto francobollato su Messi, togliendo il respiro – per quanto possibile – alla Pulce. Domenica, molto probabilmente, gli toccherà il compito di controllare il cervello della Croazia, ossia Modric. Entrambi basano il loro calcio sulle letture delle situazioni in campo, sono due giocatori di testa, affianco alla quale il Francese mette tanta corsa e interdizione, ma anche una discreta fase d’impostazione. In una finale dei mondiali gli uomini che si prendono la copertina sono altri, sono i dettagli più appariscenti del puzzle. A rendere chiaro il disegno finale, però, c’è Ngolo Kanté.

Ngolo Kanté: sarà lui la chiava di questa finale dei mondiali? | Numerosette Magazine

I meriti di Deschamps

Qual è stato l’aspetto più convincente della gestione Deschamps?

di Federico Sessolo

La prenderò larga, e darò due tipi di risposte: una retorica, e l’altra psicologica, lasciando da parte, una volta ogni tanto, la tattica.

La prima risposta, quella retorica: Deschamps deve aver letto Seneca. Da qualche parte, in uno degli scritti del filosofo, si parla del cosiddetto Complesso di Ovidio, che si verifica ogniqualvolta un artista, di fronte al suo capolavoro assoluto, non si sente soddisfatto e lo rovina aggiungendo qualcosa di assolutamente superfluo e banale. Ecco, Deschamps ha evitato – almeno fino alla finale dei mondiali – il Complesso di Ovidio. Ha davanti a sé una squadra perfetta, un capolavoro assoluto e irripetibile: completa, senza punti deboli, con una tenuta mentale spaventosa. E ha trovato il coraggio di fare la scelta più difficile per un allenatore: non inventarsi nulla di nuovo. Ha schierato la selezione francese con il migliore dei 4-3-3 possibili, e dopo una fugace alternanza di punte non ha più cambiato nulla. Deschamps sa che la Francia ha il pilota automatico e che lui non mettersi a cambiare arbitrariamente le marce.

La seconda risposta, invece, è psicologica. Dopo ogni passo verso la finale, Deschamps abbraccia colmo di gioia i suoi giocatori. Ma i fuoriclasse francesi ricambiano piuttosto freddamente, guardando sempre altrove, quasi infastiditi, come dei bambini che si imbarazzano per le coccole della mamma. Facciamoci caso: più che un abbraccio, sembra quasi che Deschamps si aggrappi a loro, dipenda totalmente da loro. La Francia è compatta e perfetta anche senza allenatore; anzi, sembra che Griezmann faccia a tutti gli effetti da coach dettando i ritmi direttamente dall’interno della partita, mentre le catene laterali funzionano alla perfezione e chiudono tutti gli spazi. Deschamps, quindi, si sta comportando da vero selezionatore, e non da allenatore di club: schiera in campo gli undici migliori, fa cambi solo se strettamente necessario (come la staffetta Matuidi-Tolisso, o quella più rara Mbappé-Fekir), non si mette in testa di vincere le partite dall’area tecnica.

Entrambe le risposte non criticano Deschamps, ma anzi lo lodano. Egli ha saputo eclissarsi sullo sfondo di una nazionale incredibile. E non è un compito affatto facile

Deschamps e Griezmann: uno leader nella semifinale del '98 e l'altro nella finale dei mondiali di domenica | Numerosette Magazine

I meriti di Dalic

Qual è stato l’aspetto più convincente della gestione Dalic?

di Francesco Saverio Simonetti

Andiamo al principio. Il gol del finlandese Soiri al 90’ condannava la Croazia a giocarsi il dentro-fuori contro l’Ucraina di Jarmolenko, a Kiev. Era il 9 ottobre 2017 e Zlatko Dalic era seduto sulla panchina dei croati da due giorni: 0-2 Kramaric, Kramaric. Leggete anche in questo senso la fiducia all’attaccante dell’Hoffenheim, sempre usato, nelle rotazioni, da allora. Ed è sempre Kramaric a chiudere i conti nell’andata dei playoff contro la Grecia: un 4-1 che permetterà ai croati di gestire il vantaggio nel Pireo, accontentandosi dello 0-0. Da novembre, il lavoro in sordina a cercare la quadratura di una Nazionale ipertalentuosa, con la quale è entrato subito in empatia. Per nulla facile. L’equilibrio con Brozovic in mezzo al campo, affianco ai mostri sacri di Modric e Rakitic, quindi Rebic sulla fascia destra, la vera rivelazione, a mio avviso, del Mondiale per qualità e forza fisica espresse all’unisono. Il giocatore del Francoforte, di fatto, si è guadagnato la titolarità in Russia e ha permesso al commissario tecnico di proporre il proprio gioco posizionale e di dominio territoriale, sfruttando appieno l’ampiezza su entrambi i lati del campo con fisicità, preparando dei meccanismi simbiotici tra i sui tagli e gli affondi di Vrsaljko, vere armi per concedere a Rakitic e Modric soluzioni rapide. I due centrocampisti della Liga, poi, si sono spesso scambiati posizione in campo, come vere intelligenze complementari che conoscono il gioco meglio degli altri, non permettendo agli avversari di avere punti di riferimento. La Croazia nella sua proposta di calcio ha osato sempre: ha attaccato il primo possesso avversario dal primo minuto della prima partita, esprimendo la sua identità combattiva in campo, rifiutando l’atteggiamento conservativo. Va riconosciuto soprattutto questo alla squadra di Dalic, l’essere stata una Selezione pienamente in simbiosi con i dettami del gioco moderno, trovando nel proprio capitano la sintesi universale tra tecnica ed energia. Uno sguardo al futuro, e un ammiccamento al passato. Dalic e la sua Croazia meritano più di chiunque altra Nazionale questa finale dei mondiali.

Dalic e Modric: guide in campo e fuori per la Croazia in vista della finale dei Mondiali | Numerosette Magazine

L’importanza di Mandzukic

Cosa vuol dire avere Mandzukic in squadra?

di Alessandro Ranieri

Le quotazioni per vedere Croazia e Francia in finale dei mondiali sono passate inosservate. Tutti concentrati nel pronosticare tra le grandi Germania, Spagna, Belgio chi dovesse alzare il trofeo più ambito. Siamo in un periodo calcistico dove chi davvero merita e fa la differenza passa sottotraccia. Il caso lampante è quello di Mario Mandzukic, giocatore lontano dalle abilità tecniche dei nomi più altisonanti, ma che ha dimostrato già con la Juventus quanto sia importante la sua presenza in mezzo al campo. “Mr. Not Good” ha passato molta parte della sua carriera come seconda scelta nel parco attaccanti senza mai dire una parola fuori posto. Mandzukic è quel tipo di giocatore che evidenzia la sua presenza non con le giocate funamboliche alla Neymar o punizioni alla CR7, piuttosto è nelle pieghe più scomode della gara che troviamo il suo habitat naturale. La sua posizione in un attacco a tre è quella più esterna, quasi una mezz’ala avanzata capace di dare importanza sia alla fase offensiva che a quella difensiva, ed è in quest’ultima che Mandzukic si rende insostituibile. Spirito di sacrificio, corse immense sulla fascia e un gioco d’attacco sempre volto a creare spazi per i compagni. Mandzukic ha la grande mentalità per adattarsi ad ogni tipo di difesa avversaria: per esempio, contro l’Inghilterra ha giocato sul filo del fuorigioco “alla Inzaghi” – per capirci – e ha capitalizzato la stanchezza degli Inglesi ma anche il suo lavoro da prima punta in tutta la partita, anzi in tutto il Mondiale fino ad ora. Nella Juve con Ronaldo sarà la sua spalla senza problemi, perché un giocatore come il Portoghese richiede supporti che gli facilitino il suo gioco e il Croato in questo è perfetto. “Il Guerriero” come soprannome per Mario è diventata una seconda pelle e manca solo l’ultimo passo per essere incoronato definitivamente come Re della Patria.

Le transizioni della Francia

La Francia sfrutterà ancora le sue ripartenze?

di Corrado Tesauro

È una questione di logica. Sì, se hai la squadra con maggior velocità e atletismo di tutta la fase finale del mondiale e decidi di sfruttare quanto più possibile questa caratteristica, allora è la logica a darti ragione. I Bleus per tutta la coppa del mondo hanno dimostrato di ricorrere in maniera più assidua e organizzata a questa situazione di gioco, forti soprattutto dell’incredibile velocità dei propri giocatori offensivi. Le modalità non sono affatto casuali, così come non lo sono gli uomini chiamati a portare avanti le transizioni. L’azione nasce generalmente da una palla recuperata e parte, quindi, quasi sempre dai piedi di colui che è sia il motore che la cabina dei comandi della nazionale transalpina: Ngolo Kanté. A questo punto entrano in gioco gli uomini con maggior gamba a portare avanti la ripartenza con Mbappé e Griezmann su tutti, ma anche Pogba pronto ad alzarsi dalla linea dei centrocampisti, Hernandez a coprire la fascia sinistra e Giroud che viene incontro per liberare spazio. La bravura degli uomini di Deschamps sta nel riuscire a trovare di volta in volta la situazione di uno contro uno che, viste le superiori capacità atletiche, porta quasi sempre a un mismatch.

Ma come verrà sfruttata questa situazione tattica in finale? Necessariamente, viste le capacità di uno contro uno dell’attacco francese, sarà essenziale per la Croazia bloccare sul nascere la ripartenza, tenuto conto, soprattutto, della vocazione di certo non difensiva dei suoi uomini a centrocampo. La Francia, inoltre, potrebbe approfittare della naturale tendenza al palleggio di Modric e compagni per guadagnare profondità da attaccare con la sua velocità. In una finale dei mondiali nulla può essere lasciato al caso e vittoria e sconfitta dipendono anche da quanto si è analizzato l’avversario. Certo è che – con o senza analisi – se Mbappé parte, chi lo ferma?

Bonus: Finalina

Inghilterra – Belgio, chi vince?

Alessandro: Belgio, 2-1.

Francesco: Vince il Belgio, 4-2.

Corrado: Vince il Belgio 4-3 ai rigori, it’s not coming home at all.

Federico: Terzo posto ai Britannici, dcr.

Andrea: 0-2 per il Belgio dopo 90′, e non “torna a casa” nemmeno la medaglia di bronzo.

 

Pallone d’oro

Ammesso che il prossimo Pallone d’Oro esca da questa finale. Chi lo merita di più?

Alessandro: Modric

Francesco: Modric, comunque vada.

Corrado: Sì, c’è il mondiale, ma non ci sono motivi per cui non debba andare ancora a Ronaldo.

Federico: Ronaldo. Modric secondo anche se dovesse vincere il mondiale. Pallone d’oro morale a Kalinic.

Andrea: Cos’altro dobbiamo aspettare per premiare Luka Modric?

 

C’è poi chi vuole farne una questione politica, piegare una partita a interpretazioni faziose che c’entrano poco con lo sport, ricorrendo a termini o vecchi e pericolosi – triste e preoccupante parlare di razze nel 2018 – o sbagliati – melting che?! Noi preferiremmo parlare di dribbling, contrasti, gol e parate. Alla fine è una partita di calcio, anzi, è la  partita di calcio. Signori, siamo alla finale dei mondiali. Senza hashtag, noi stiamo con lo spettacolo.

 

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