Governo Mancini

Sin dal lontano 2007, con la crisi dei mutui subprime nata negli Stati Uniti ma il cui eco arrivò ben presto in Europa, l’Italia è rimasta intrappolata in un processo di recessione economica che, al netto della varie soluzioni varate dai Governi – e presentate ogni volta come la panacea a tutti i mali che affliggono il Paese – a distanza di 11 anni ancora produce i suoi effetti sulla popolazione italiana.

Parallelamente al declino economico (su cui, per ovvie ragioni, non intendiamo soffermarci) l’Italia ha dovuto affrontare la crisi del proprio sistema calcistico: prima a livello delle squadre di club e poi, come ultima fase, relativamente alla propria Nazionale. Un processo che ha portato l’Italia fuori dai Mondiali e che, nonostante il cambio ai vertici e sulla panchina, non accenna ad avere fine. Lo dimostrano le ultime opache prestazioni degli azzurri in Nations League sotto la guida di Roberto Mancini. Nonostante il coinvolgimento di numerosi commissari tecnici – alternatisi con frequenza paragonabile a quella dei Presidenti del Consiglio – la soluzione dei problemi appare ancora lontana.

Proviamo dunque a cercare le similitudini tra due situazioni apparentemente diverse ma che in realtà appartengono allo stesso contesto socio-culturale. Impossibile pensare che due ordinamenti interdipendenti come quello calcistico e quello statale siano delle isole senza alcuna influenza tra di loro.

Disoccupazione giovanile

I numeri riguardanti il mercato del lavoro italiano li conosciamo tutti. In questo articolo de Il Sole 24 Ore vengono riportati gli ultimi dati forniti dall’ISTAT relativi al trimestre Maggio-Luglio, in leggera espansione rispetto al periodo precedente. La disoccupazione giovanile rimane però su livelli allarmanti, soprattutto prendendo in considerazione la differenza tra Nord e Sud, con alcune regioni ben al di sopra della soglia del 50% nella fascia tra i 15 e i 24 anni.

Allo stesso modo, la critica che maggiormente coinvolge i club di Serie A riguarda il numero di giovani italiani impiegati con costanza da parte dei tecnici. Un aspetto sottolineato da Mancini anche dopo la sconfitta contro il Portogallo:

“Un ragazzo giovane italiano non gioca ad alti livelli, è normale che abbia qualche difficoltà alle prime esperienze”

Il riferimento agli alti livelli è legato all’utilizzo dei giocatori italiani da parte dei top club italiani. Prendendo in esame la formazione scelta da Mancini nella partita di ieri – formazione peraltro sperimentale, con diversi cambi rispetto all’ultimo match di venerdì contro la Polonia – possiamo notare come la squadra più rappresentata sia il Milan con ben 4 giocatori, tra cui Donnarumma, Caldara e Romagnoli, sicuri protagonisti del nuovo ciclo azzurro vista la giovane età. Il problema riguarda non tanto l’età media della squadra, un valore che tende ad essere variabile in base alle scelte di formazione del commissario tecnico. Basti pensare alla differenza tra la partita contro il Portogallo (25,5 anni) e quella precedente contro la Polonia (26,4 anni), valori comunque in linea con quelli delle altre Nazionali maggiori. Prendendo infatti in esame le ultime partite giocate, la formazione più giovane risulta essere l’Inghilterra (24,5 anni), seguita dalla Germania (25,8), dalla Francia (25,9), dal Portogallo (26,1) e, infine dalla Spagna (28,2). La formazione italiana si posiziona dunque a metà classifica, una posizione in linea con i dati relativi ai campionati nazionali (che comprendono però i giocatori stranieri).

Età media Serie A e Italia | Numerosette Magazine
Fonte: Transfermakt.it

Il problema riguarda il numero di presenze accumulate dai giovani. Il che porta anche ad interrogarsi sulla definizione stessa di giovani calciatori, variabile da nazione a nazione. Prendendo in considerazione soltanto i ragazzi nati dal 1994 in poi (dunque stabilendo come linea di confine tra giovani e “maturi” il ventiquattresimo anno di età) convocati da Mancini soltanto Bernardeschi ha raggranellato un numero di presenze superiore a dieci in Nazionale  (14 per l’esattezza) con un minutaggio però esiguo (37,5 minuti di media). Il resto delle giovani speranze azzurre oscilla tra le cinque e le sette presenze, con Donnarumma paradossalmente più vicino pur essendo il più giovane del gruppo. Le speranze azzurre, visto anche il rendimento offerto contro il Portogallo, ripartono dal designato erede di Buffon. Un ritardo che appare ancor più ingiustificato alla luce dei recenti insuccessi della Nazionale: non siamo di fronte al tramonto di una generazione d’oro, per usare un eufemismo.

Il confronto con le altre Nazionali è impietoso. Giusto per citare qualche esempio: Sterling ha raggiunto il gettone numero 44 con la sua Nazionale; Stones ha accumulato 33 presenze mentre Rashford ben 25 nonostante la sua carta d’identità riporti, come anno di nascita, 1997. L’esordio per questi baby fenomeni è però arrivato presto, non appena maggiorenni. Citiamo dunque Eric Dier, alla presenza numero 32 nonostante l’esordio arrivato in ritardo rispetto ai suoi compagni di Nazionale (21 anni e 9 mesi). L’Inghilterra potrebbe però essere un esempio fuorviante visti anche i risultati ottenuti dai ragazzi di Southgate ai Mondiali di Russia. Confrontiamo invece i dati relativi all’avversario affrontato allo Stadio Da Luz di Lisbona: tra i portoghesi infatti Bernardo Silva – migliore in campo per distacco – è arrivato ieri a quota 30 presenze, mentre Andrè Silva ha siglato ieri il suo tredicesimo goal in 28 partite.

Certamente si può parlare anche di mancanza di talento, ma la situazione dell’Italia ricorda dunque quella di una un cane che si morde la coda: i giovani non crescono perché non giocano e non giocano perché non crescono. Un po’ come cercare un apprendista con 10 anni di esperienza.

Crisi di infrastrutture

Che l’Italia abbia un problema di infrastrutture non è certo una notizia. Ce lo ricorda la cronaca quotidiana, sia sul versante investimenti, sia sul versante manutenzione. In questo paragrafo vogliamo però concentrarci non tanto sulla questione stadi – su cui potremmo soffermarci per settimane – bensì porci un’altra domanda: qual è la struttura sul campo della Nazionale Italiana?

Dopo il Governo Ventura, da più parti si richiedeva al nuovo Commissario Tecnico di svecchiare la rosa – e su questo, se non fosse già chiaro a questo punto, ci si sta lavorando – provando a dare un’identità ben precisa alla squadra. Mancini non è mai stato un tecnico inflessibile e dogmatico, preferendo adattare l’11 in campo alle caratteristiche dei giocatori a disposizione piuttosto che il contrario. Nelle cinque partite disputate finora, in quattro occasioni il tecnico aveva optato per il 4-3-3 vista la qualità degli esterni a disposizione (Chiesa, Bernardeschi, Insigne e Politano) mentre nel match contro il Portogallo la scelta è ricaduta su un 4-4-2 con Zaza e Immobile schierati in attacco.

Una scelta inusuale, soprattutto considerando la disposizione degli avversari con tre centrocampisti. In generale, Mancini ha scelto un’Italia sperimentale con ben 9 cambi rispetto agli undici scelti per il match contro la Polonia. A centrocampo la presenza di Bonaventura schierato come esterno sinistro poteva far pensare ad un’interpretazione fluida del modulo, pronto a trasformarsi all’occorrenza in un 4-3-3 con il giocatore rossonero nel ruolo di mezz’ala, ma questa circostanza non si è poi verificata durante la partita. L’Italia ha preferito svuotare il centro del campo affidandosi alle fiammate di Chiesa e ai movimenti sincronizzati di Immobile e Zaza, con il secondo deputato al gioco tra le linee ed il primo cui veniva affidato l’attacco della profondità. Un tema tattico rivelatosi, con il passare dei minuti, poco efficace.

Una situazione di gioco dell'Italia contro il Portogallo | Numerosette Magazine
In questo caso si può notare come l’esterno di centrocampo sia con i piedi sulla linea laterale, deputando al terzino il compito di cercare il movimento in profondità dell’attaccante.

La mediana composta da Jorginho e Cristante è andata in difficoltà contro il centrocampo avversario. In fase di non possesso nei primi minuti di partita i centrocampisti azzurri pressavano alti i portatori di palla avversari, ma con il passare dei minuti i Portoghesi hanno trovato il modo di eludere la pressione, portando l’Italia ad abbassare sempre più il proprio baricentro. In fase di possesso l’assenza di un terzino bravo tecnicamente in grado di palleggiare ha reso la risalita del campo difficoltosa, vista l’inferiorità numerica a centrocampo. L’Italia si è spesso affidata a lanci lunghi dalla difesa per cercare il movimento degli attaccanti, nonostante Leonardo Bonucci fosse seduto in panchina.

La pressione dell'Italia contro il Portogallo | Numerosette Magazine
Una dimostrazione di buona pressione…
I problemi dell'Italia contro il Portogallo | Numerosette Magazine
…e una decisamente peggiore.

Il vero rebus irrisolto riguarda la posizione (e prestazione) di Bernardo Silva. Il giocatore del Manchester City, schierato come esterno destro, occupava infatti spesso lo spazio tra terzino e centrale accentrandosi con il suo sinistro, lasciando la fascia alle discese di Joao Cancelo. Un giocatore che è apparso realmente tridimensionale rispetto ai movimenti bidimensionali degli esterni italiani, Chiesa compreso. Soltanto una prodezza personale di Donnarumma gli ha negato il goal che avrebbe meritato.

Errori

Numerosi sono stati poi gli errori, compresa l’azione che poterà poi alla rete decisiva del Portogallo. 

La sconfitta contro il Portogallo e la prestazione opaca contro la Polonia rappresentano certamente un passo indietro rispetto alle amichevoli di giugno dell’Italia di Mancini. Il tecnico dovrà decidere in fretta quale forma dare alla propria creatura, a prescindere dal modulo. L’atteggiamento della squadra nel secondo tempo ha dimostrato infatti quanto a questa Nazionale manchino le idee e gli uomini di talento. La squadra sembrerebbe essere incapace di assecondare le moderne tendenze tattiche. Non ha gli uomini per fare un gioco basato sul possesso palla, non riesce a pressare efficacemente per 90 minuti gli avversari, non è capace di giocare in transizione e le fasi di difesa posizionale appaiono incerte. In un contesto del genere soltanto chi ha a disposizione una quantità di talento sconfinata – vedasi Francia – può permettersi di non avere un impianto di gioco consolidato. L’Italia, quindi, dovrà fare di necessità virtù.

 

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