Giorgio Caproni. In questi giorni è un nome che si è sentito pronunciare spesso perché una sua poesia, “Versicoli quasi elegiaci” [da Res Amissa, 1991], è stata scelta per la prima traccia della prima prova dell’esame di Maturità di quest’anno. Che sia una scelta non approvata o meno, mettiamo in chiaro una cosa: Giorgio Caproni non è un poeta sconosciuto.

No, non lo è.

Forse è sbagliato includerlo in una prova d’esame per le scuole superiori perché non è ancora nel canone scolastico accademico, forse è sbagliato includere un contemporaneo; ma no, non è un poeta minore, non è un poeta inventato dal MIUR e non è un poeta sconosciuto. E ora lo potrete conoscere anche voi.

Battendo a macchina [da Il seme del piangere, 1958]

Mia mano, fatti piuma:
fatti vela; e leggera
muovendoti sulla tastiera,
sii cauta. E bada, prima
di fermare la rima,
che stai scrivendo d’una
che fu viva e fu vera.

Tu sai che la mia preghiera
è schietta, e che l’errore
è pronto a stornare il cuore.
Sii arguta e attenta: pia.
Sii magra e sii poesia
se vuoi essere vita.
E se non vuoi tradita
la sua semplice gloria,
siiline e popolare
come fu lei – sii ardita
e trepida, tutta storia
gentile, senza ambizione.

Allora sul Voltone,
ventilata in un maggio
di barche, se paziente
chissà che, con la gente,
non prenda aire e coraggio
anche tu, al suo passaggio.

Caproni appartiene alla generazione degli anni Dieci, quindi trentenne è stato investito dalla Seconda Guerra Mondiale. Questo vuol dire che appartiene alla generazione dei poeti del secondo dopoguerra, successivi a Montale e Ungaretti, successivi immediati degli ermetici.

Dopo la liberazione la poesia ermetica era proprio la tradizione da cui ci si voleva allontanare e così, gradualmente, si fece. Questo perché l’ermetismo si era sviluppata in un periodo in cui il fascismo aveva tolto la libertà d’espressione portando i poeti a chiudersi in un lirismo manierato rigorosamente apolitico. Con il dopoguerra invece si verifica un cambio di rotta: da una parte nasce la poesia civile, la poesia degli orrori della guerra e della Resistenza, dove si provarono molti poeti precedentemente ermetici, questa poesia impegnata poi si declinerà nella letteratura intellettuale guidata dalla dottrina del PCI e dalla teoria gramsciana di cultura nazionalpopolare; dall’altra invece si sviluppa una poetica dell’oggetto, ispirata al Saba del Canzoniere, non impegnata ma, a differenza dell’ermetismo, semplice e immediatamente comprensibile. Insomma nell’immediato dopoguerra la scelta oscillava tra una poesia realista e impegnata, di cui campioni erano con le loro differenze Pasolini e Pavese, e le poetiche pascoliane di Penna o Sereni; o Caproni.

Alla fine degli anni Cinquanta infine, come risposta alla massificazione della cultura, nascerà la neoavanguardia del Gruppo ‘63 (in primis Edoardo Sanguineti), lontana dal dibattito politico, lontana dal linguaggio semplice e popolare; lontana da quasi tutto.

Caproni si forma poeticamente proprio negli anni del primo dopoguerra, dopo un’esperienza giovanile, ispirata ai monumenti dell’Ungaretti dell’Allegria e degli Ossi di Seppia di Montale, interamente raccolta poi nel libro “Il passaggio di Enea”.

La sua poetica, fin dall’inizio, ruota intorno alle due città di Livorno, la sua città natale in cui ha vissuto nei suoi primi dieci anni durante il Ventennio, e Genova, città in cui compirà i suoi studi e dove si avvicinerà alla letteratura.

Da ragazzo studiavo armonia musicale, tentavo di comporre dei corali a quattro voci. Normalmente al tenore si affidano dei versi, che io attingevo dai classici più musicabili e piani, come Poliziano, Tasso o Rinuccini, finché un giorno mi accorsi che il mio maestro – questi versi – non li leggeva nemmeno. Da allora mi feci vincere dalla pigrizia e cominciai a scriverne di miei. È così che ho iniziato; poi il musicista è caduto ed è rimasto il paroliere, ma non è un caso che tutto questo sia accaduto a Genova, città di continua musicalità per il suo vento. Andavo al ponte dell’Alba, dove alla ringhiera ci sono dei dischi che fischiano una musica straordinariamente moderna. I miei versi sono nati in simbiosi con il vento. [Giorgio Caproni, intervista]

Proprio a Genova si avvicina quindi alla poesia, sebbene sia ancora giovane (siamo negli anni immediatamente precedenti all’entrata in guerra) e ancora si debba formare. Durante l’occupazione sarà partigiano nella Val Trebbia, in Liguria. Dopo l’armistizio inizia a inserirsi nell’ambiente letterario, leggendo la rivista “l’Italia letteraria” e conoscendo alcuni poeti liguri e, in particolare, Camillo Sbarbaro.

[Nel video Toni Servillo legge “Litania“]

Un’altra figura importante in Caproni è Annetta, la madre, a cui dedicherà una delle sue più importanti opere: Il seme del piangere (1959).

Quest’opera è il primo libro dell’autore maturo; rappresenta la vita della madre, mancata da poco, dalla sua giovinezza all’entrata nell’aldilà. Lo stile si caratterizza per la limpidezza espositiva (proprio qualche anno dopo la pubblicazione di Laboryntus di Sanguineti, che invece è l’esatto opposto). In questo vediamo un tipico marchio di Caproni: il rifiuto del lirismo.

Questo allontana Caproni dalla poesia civile di Pasolini (sebbene gli fosse legato da amicizia e stima) e da tutta la poesia simile che era interamente centrata sull’io. Il rifiuto per quella che lui definirà “egorrea epidemica” si manifesta in una poesia-racconto, con dei personaggi rappresentanti o contrapposti al pensiero del poeta.

Parata [da Il conte di Kevenhüller, 1986]

…verso i monti invernali…
[Adriano Guerrini]

     Sfilano nella tramontana
della storia.

 

Quasi
– interminabili e eguali –
in fila indiana.

Sono
«i trapassati».

Coloro
– in terra come nella memoria –
che per esser vissuti
non sono mai stati.

Sfilano quasi piegati
in due.

Nel soffio
del tempo, anch’io piegato
li avvicino.

Io,
che non sono mai stato.

Ne fisso uno.

Mi fissa.

Nel bianco del suo volto vuoto
non mi vede.

Lo fisso
ancora (lui trasparente e quasi
di vetro), e il mio sguardo
– un ferro – mi si ritorce
contro.

Nel vuoto
del suo volto, afferro
me assente.

Inesistente.

(O il perfetto contrario.)

Non ho, nel sillabario
della mente, poteri
per dargli anima.

Neri
– o persi – son tutti
i miei inerti pensieri.

La filosofia del secondo Novecento aveva tra i suoi argomenti cardine quello della lingua (in Italia ad esempio ricordiamo gli studi semiotici di Umberto Eco) e in questa Caproni sviluppò la concezione di una lingua antirealista.

Concessione [da ResAmissa, 1991]

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Insomma il linguaggio è artificiale e frutto di compromessi e non potrà mai esprimere la naturalezza della realtà. Quindi il linguaggio poetico non vuole essere una riproduzione della quotidianità come per il Pavese di Lavorare Stanca ma è utile sempre a una ricerca interiore, anche attraverso immagini semplici e leggere.

Congedo del viaggiatore cerimonioso [da Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre proposopopee, 1965]

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.                                                                                       Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio)’ confidare.

(Scusate. E una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.