Una rivoluzione a metà

Il fascino del Mondiale si può rintracciare proprio nella sua follia, nell’imprevedibilità estrema che lo caratterizza sin dai primi giorni.
Chi avrebbe mai anche solo osato pensare che la Germania sarebbe uscita ai gironi di Russia 2018? Sulle vincitrici della massima competizione per nazionali aleggia da anni un’oscura maledizione, che non è la prima tra quelle relative ai Mondiali di calcio. Ricordate la vecchia Coppa Rimet? Essa venne rubata per due volte, rischiò di finire in mano ai nazisti, venne fusa per ricavarne lingotti d’oro: una storia travagliata, un anatema che sembrava impedirle di rimanere tranquilla nella bacheca dei campioni. Allo stesso modo i campioni in carica, da anni, devono sommare alla gioia immensa di stare sul tetto del mondo calcistico l’ansia di subire quello che sembra essere un incantesimo. Dopo i rispettivi trionfi, infatti, negli ultimi quindici anni Francia (1998-2002), Italia (2006-2010) e Spagna (2010-2014) hanno visto sfumare le loro possibilità di ripetersi già nei gironi della fase finale dell’edizione della Coppa del Mondo successiva alla loro vittoria. Subito fuori, dopo essere stati i migliori solo quattro anni prima. A questo gruppo di sciagurati si sono aggiunti i Tedeschi, come a dare un sinistro avvertimento a chiunque festeggerà tra qualche giorno a Mosca.
La Germania si unisce quindi a questo triste club di grandi nazionali, in modo completamente inaspettato. Il responsabile, in questi casi, si rintraccia sempre nella figura dell’allenatore, ma Joachim Löw è il classico commissario tecnico contro il quale non scommetteresti mai. Dal 2006, quando ha ereditato il ruolo da Jürgen Klinsmann, era sempre arrivato almeno in semifinale nelle competizioni più importanti (Mondiali ed Europei), alzando la Coppa nel 2014. Numeri che suggeriscono solidità, capacità di rinnovarsi e di reinventare la squadra. Löw nel post-partita è sembrato confuso e incerto, incapace di decidere se arrendersi ad un risultato negativo dimettendosi o se sia ancora il caso di continuare la sua storia con la Mannschaft; ebbene, negli ultimi giorni lui e la Federazione hanno deciso di continuare assieme.
La domanda che rimbomba dal caldo pomeriggio di mercoledì scorso a Kazan è una sola: cos’è successo alla sua Germania?

Rivoluzione mancata

Premessa: l’errore che spesso abbiamo visto commettere proprio ai commissari tecnici protagonisti delle disfatte di cui sopra, è stato quello di legare a doppio mandato l’esperienza sulla panchina della nazionale a determinati giocatori, chiudendo gli occhi sulla loro reale condizione fisica. Lippi nel 2010 è stato vittima della sua fiducia incondizionata a un gruppo “anziano” e ormai in fase calante; allo stesso modo Del Bosque non fu in grado di rinnovare al punto giusto il roster spagnolo quattro anni fa. Löw invece, nei suoi anni sulla panchina tedesca, ha maturato la stessa perizia di un’artista, in grado di comprendere quando la corrente a cui si ispira sta terminando il suo ruolo di riferimento creativo, il momento in cui bisognaa girarsi da un’altra parte e cercare altrove uno spunto; ha capito insomma che era necessario un refresh generale per mantenersi ad alti livelli. Rispetto a Brasile 2014, infatti, sono venuti meno giocatori che facevano parte del giro della Nazionale almeno dal 2006 come Lahm, Schweinsteiger, Klose, Podolski; allo stesso tempo però si può evidenziare in questo campo la prima falla lasciata dall’allenatore. Eh sì, perché questa “mossa” è stata esercitata solo a metà: è come se, nella metafora precedente, l’affetto provato per uno stile fortunato non abbia concesso all’artista di dissociarsi completamente da esso, mantenendolo come modello nella speranza di poter ripetere i grandi capolavori generati seguendo i suoi requisiti. Così Löw ha cercato di rinnovare la sua squadra, ma senza esagerare, in maniera conservatrice. Giocatori come Khedira, Boateng, Hummels, Özil, Mario Gomez, Neuer, Müller sono rimasti centralissimi nel progetto, ma sia per motivi anagrafici che per gli impegni con le squadre di club, sono arrivati praticamente tutti alla competizione in condizioni fisiche non ottimali. Giovani in rampa di lancio come Sané o semplicemente ben integrati nel sistema della nazionale come Götze, invece, sono rimasti a casa. Ovviamente sarebbe stato difficile non convocare il portiere del Bayern Monaco o il secondo capocannoniere di sempre ai Mondiali con la maglia della nazionale – due tra i giocatori sembrati più fuori forma – ma per avere continuità e vittorie in manifestazioni così altamente competitive non si può fare sconti a nessuno. Dare spazio al talento del Manchester City o al marcatore della finale di Rio del 2014 sarebbe stato forse meno popolare e più cinico, avrebbe avuto la forza di una rottura con il passato come quella tra la pittura realista e i confusionari e cinetici disegni futuristi, ma sicuramente avrebbe aumentato la freschezza della rosa dal punto di vista atletico, sarebbe stato uno stimolo nuovo e affascinante. In un mondo del calcio in cui si giocano sempre più partite con i propri club, d’estate diventano paradossalmente più affidabili giocatori inesperti ma meno stanchi, piuttosto che calciatori dal chilometraggio pesante e maggiormente fiaccati da una lunga stagione che li rende simili a frutti all’interno di un quadro di natura morta.

Un altro classico rischio in cui si può incorrere con un gruppo reduce da un grande trionfo è la mancanza di mentalità “operaia”, l’assenza di quel mordente che porta a lottare su ogni pallone come fosse l’ultimo. La Germania forse ha un po’ preso sotto gamba la prima fase del torneo, complice anche un girone sulla carta senza rivali di grandissimo spessore. La vittoria con la Svezia nella seconda partita in questo senso probabilmente non ha aiutato, facendo pensare alla squadra di essere uscita da quella situazione fangosa in cui era finita dopo l’1-0 sofferto contro il Messico. Così nel match contro la Corea del Sud si sono viste prestazioni sciagurate dal punto di vista dell’attitudine e della propositività, ben incarnate dalla gara giocata da un Özil a dir poco svogliato ed estraniato. Sicuramente non hanno aiutato anche le polemiche che si sono create attorno all’ambiente, in particolare a partire dai fischi destinati proprio al trequartista dell’Arsenal e a Gündogan, a causa della loro criticata foto con il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, molto attaccato in occidente per diverse decisioni che stanno portando la nazione verso un regime autoritario.

Problema tattico

Il disastro della Germania comunque si è materializzato soprattutto nello spartito tattico che Löw aveva pensato. Il CT era sempre stato rinomato per la sua capacità da trasformista, in grado di ripensare il sistema anche quando funzionava. Nella Confederations Cup dell’anno scorso, ad esempio, aveva convocato una lista di giocatori molto giovani per fare alcune prove in vista dei Mondiali, lasciando a casa praticamente tutti i più esperti. In Russia, però, Löw è stato vittima proprio del suo sistema. Il calcio che vuole far giocare alla propria squadra infatti è caratterizzato da un gioco associativo, in cui si mantiene il possesso cercando con pazienza il varco giusto da cui entrare. Il problema è che i giocatori scesi in campo non sempre erano perfetti per questa filosofia. Prendiamo l’ultima partita, quella contro la Corea del Sud. In fase d’importazione, i tedeschi sono andati spesso in difficoltà per la pressione alta esercitata dagli asiatici, in particolare nei confronti del regista Kroos. Una squadra così tecnica sicuramente avrebbe tutto per provare ad uscire dal pressing avversario palleggiando; il problema più grave, però, è stato che la squadra era come fratturata in due, con i difensori, Kroos e Khedira da una parte e il blocco offensivo dall’altra, senza possibilità di comunicazione.

Uno dei problemi tattici della Germania di Löw | Numerosette Magazine
Khedira dovrebbe dare un po’ di profondità e verticalità al centrocampo, invece rimane arretrato e si nasconde dietro a un avversario; Özil invece potrebbe venire incontro per creare una linea di passaggio utile per Kimmich, ma con un atteggiamento un po’ indolente rimane lontano. Gli altri giocatori offensivi sono troppo distanti.

La gestione del pallone richiesta da Löw, così diventava difficile e pericolosa, perchè i coreani sapevano scegliere il momento migliore per attaccare i giocatori in possesso, che si ritrovavano senza opzioni di passaggio in avanti e andavano in confusione. Questa situazione ha causato un gran numero di transizioni subite dalla Manschaft, sofferte già a partire dalla prima gara persa contro il Messico. Quello su cui probabilmente Löw è inciampato è stato il rapporto tra il sistema di gioco ed i suoi interpreti. Ieri sulla trequarti hanno sfilato Reus, Goretzka e Özil e nessuno di questi è stato in grado di compiere con continuità movimenti senza palla nei mezzi spazi per aprire la difesa avversaria e rendere più fluida la manovra (giusto il giocatore dell’Arsenal ci ha provato qualche volta, propiziando le azioni più pericolose della Germania). È evidente quindi che lo stile pensato dal CT, che ha funzionato nelle competizioni precedenti, non era più quello migliore visti i calciatori a disposizione. Quando una squadra ha scarse fonti di collegamento tra difesa, centrocampo e attacco, tendenzialmente si prova ad alzare la palla, ma ciò è successo raramente; oppure ci si può concentrare sull’avanzamento lungo le fasce, sulla creazione di triangoli e densità sulle corsie, ma nemmeno ciò ha rappresentato lo spartito fondamentale della Germania. In questo senso, lasciare a casa Leroy Sané pesa ancora di più e rappresenta la più classica delle situazioni in cui si rinuncia a qualcuno in nome del sistema, un’operazione che soprattutto con le nazionali raramente ha pagato. In un Mondiale dove tra chi sta convincendo di più troviamo una squadra come l’Uruguay, perfettamente ritagliata per i suoi interpreti più importanti e pensata per esaltarli al massimo, un atteggiamento così controcorrente poteva costare caro. Tradurre la fase d’impostazione in fase di rifinitura è una delle necessità centrali del calcio contemporaneo, e Löw non ha avuto l’accortezza di capire che questo meccanismo nella sua formazione non funzionava.

Bierhoff, prima dell’inizio della competizione, l’aveva detto: “Ci siamo adagiati un po’ troppo, gli altri vivai sono cresciuti”. Forse, l’errore della Germania sta proprio qui: un’evoluzione non completa. Löw, insomma, ha colto che era necessario rivoluzionare la squadra, ma lo ha fatto solo per metà; questo l’ha portato a non comprendere del tutto che il suo sistema non rappresentava più le forze in gioco sul campo. Se c’è una certezza però è quella che la Germania si rialzerà, come ci ha spesso abituato negli ultimi decenni; è bello che lo faccia a braccetto col proprio storico allenatore.

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