Formazione di un terzino moderno

Paragonando il calcio di 10, 20 o addirittura 30 anni fa a quello attuale, potremmo osservare senza dubbio delle differenze sostanziali. Da un punto di vista atletico o di effettiva velocità del gioco sembra quasi di osservare due sport diversi.

Prendendo però in osservazione i singoli ruoli e come si sono evoluti nel corso degli anni, noteremmo come i terzini rappresentino alla perfezione ogni singolo momento storico del calcio e come la loro importanza sia spesso sottovalutata. Se il terzino prima era il mestierante per definizione – anche se non sono mai mancate delle eccezioni, come Cafù o Roberto Carlos – in epoca moderna rappresenta uno dei principali collanti tra la fase difensiva e quella offensiva, un ruolo dal quale dipende gran parte dell’equilibrio tecnico-tattico della squadra.
Di esempi legati a questo ruolo nel calcio moderno ce ne sono veramente tanti, ma in pochi lo interpretano come Benjamin Mendy: uno dei giocatori più eccentrici della nostra epoca, ma allo stesso tempo un giocatore quasi futuristico e rappresentazione perfetta del terzino moderno.

Il francese ha giocato poco nell’ultimo anno – e vinto tantissimo -, ma l’esperienza al Monaco e l’inizio di stagione con City hanno veramente impressionato. Un’arma in più nelle mani di un genio come Guardiola, una chiave tattica quasi unica nel suo genere ed un giocatore del quale è giusto sapere di più.

A scuola dal Loco

Il modo di giocare di Mendy e la sua attitudine in campo sono state costruite nel tempo: il talento c’è sempre stato, in particolare l’ottimo piede mancino, ma questa maniera di mangiarsi letteralmente la fascia la si deve agli allenatori che ha avuto nel corso delle stagioni

Tutto ha inizio al Le Havre, una realtà piccola che lo culla nei primissimi anni di carriera e lo lancia giovanissimo tra i professionisti. In queste stagioni, Mendy è un talento grezzo, ma mostra già dalle prime partite un carattere fuori dalla norma e una capacità di inventare giocate palla al piede che non dovrebbe appartenere a un terzino.
Il lavoro fatto in Normandia è assolutamente importante, perché diventa un punto fermo delle nazionali giovanili e in assoluto uno dei migliori giovani del panorama europeo, ma si rivelerà di fatto un transito per l’incontro con la prima figura decisiva della sua carriera: Marcelo Bielsa.

L’argentino lo allenerà per una sola stagione, ma il suo impatto si rivelerà fondamentale negli anni successivi. I due sembrano fatti l’uno per l’altro, perché Ben è un incredibile mix di prorompente atletismo e ottima tecnica individuale, doti che se gestite e mutate nel modo corretto possono renderlo il giocatore perfetto per il gioco verticale del Loco.
Il vero cambiamento avviene dal punto di vista tattico: Bielsa tralascia l’aspetto difensivo e si concentra su quello propositivo della manovra, le scorribande offensive devono diventare l’abitudine. Acquisisce un’enorme padronanza nel controllo della palla, tanto da poter essere utilizzato anche per iniziare l’azione o addirittura per rifinire negli ultimi 30 metri di campo.

Gli anni a Marsiglia – dal 2013 al 2016 – sono più che positivi e portano a buoni risultati, ma Benjamin mostra sempre qualche mancanza, come se necessitasse di un nuovo step in grado di portarlo ad un ulteriore miglioramento.
Quell’OM è una società storica che sta cercando di ricostruire dalla macerie, potrebbe anche essere una realtà perfetta per lui, ma c’è il rischio di rimanere nella mediocrità per troppo a lungo: serve una nuova sfida, qualcosa di più ambizioso.

Educazione monegasca

La sfida che sta cercando si chiama Monaco, squadra giovane talentuosa e pronta ad affidargli la fascia sinistra dopo essere rimasta orfana di Kurzawa.
Con i monegaschi Mendy vince e gioca molto bene, impressionano in Champions contro il City – Guardiola stava già prendendo appunti – arrivando fino alle semifinali e dominano il campionato, quella squadra rappresenta sotto ogni punto di vista un’utopia calcistica: tutti giovani, talentuosi e pronti a giocare su grandi palcoscenici.

Tralasciando i grandi risultati individuali ottenuti, è il lavoro sotto la guida di Jardim che desta maggiore interesse. Il portoghese è fantastico nel non alterare il lavoro fatto dai suoi predecessori, ma gestendo maggiormente il ritmo delle azioni del francese: Mendy impara a leggere le partite, ad essere più coinvolto pur non facendosi la fascia ad ogni azione, in modo da poter far male nei momenti giusti.
L’ottimo lavoro dell’ex manager dello Sporting si traduce in 11 assist messi a referto in una stagione – un’enormità per un terzino – e in un giocatore veramente vicino alla definitiva consacrazione, quasi al termine della propria crescita.

Quel Monaco era una squadra oggettivamente troppo bella per durare nel tempo, e infatti l’estate 2017 porterà via tanti pezzi pregiati compreso Mendy, le sirene della Premier si sono fatte insistenti e Guardiola sembra avere in serbo qualcosa di molto interessante per lui.
Il suo highlight di quella stagione è la prestazione fatta al ritorno degli ottavi di Champions proprio contro il suo futuro manager, l’assist per Fabihno per il goal del 2-0 è una giocata che gli tornerà molto utile anche nella sua esperienza inglese: un cross basso, teso ed estremamente preciso. Una giocata semplicemente non da terzino.

Un incontro destinato a succedere

Pep Guardiola è da sempre un maniaco della sperimentazione, la sua mente viaggia a frequenze che non appartengono a tutti e la sua voglia di stupire l’osservatore, tante volte, prevale tutto il resto. Tra i tanti casi su cui ha messo le mani il catalano, Mendy è forse uno di quelli su cui ha voluto insistere maggiormente: lo ha voluto a qualsiasi prezzo – 57 milioni sborsati per averlo – e lo ha aspettato per tutta la durata dell’infortunio che l’ha tenuto lontano dal campo per 7 mesi, sottolineando più volte come tanti aspetti del gioco del suo City facessero affidamento sul terzino sinistro.

Il lavoro fatto – e tutt’ora in svolgimento – con Mendy è più che altro un perfezionamento, un levigare una roccia preziosa che però presenta ancora qualche piccolo spigolo fuori posto. Il catalano unisce l’irruenza del gioco del francese per unirla ad un calcio di possesso, rendendolo così uno dei principali fluidificatori del gioco.
Ne risulta che Ben non ha un ruolo fisso in campo: è il quarto centrocampista quando bisogna impostare, un fattore in fase difensiva per la sua grande capacità di tenere gli 1 vs 1, ma anche uno dei principali terminali offensivi quando si alza il baricentro della squadra.

Guardiola lo ha, in poche parole, disciplinato tatticamente – ora non sbaglia un movimento – ma mantenendo tutte le migliori caratteristiche palla al piede, come i suoi cross insidiosi anche per le difese più organizzate. Proprio i suoi traversoni possono rivelarsi in questa stagione uno dei maggiori fattori nel gioco del City, un’arma sempre pronta all’uso e molto efficace con attaccanti non altissimi ma abilissimi come Agüero e Jesus.

Da questo punto di vista, sono abbastanza esplicative le partite contro Arsenal e Huddersfield: quando non funziona il giro palla o non c’è spazio per gli inserimenti di centrocampisti e ali si va da Mendy, in costante proiezione offensiva e fantastico nel trovare sempre l’opzione più ottimale per i suoi.

Lo scorso anno l’infortunio di Mendy ha tolto tanto al City, non tanto in campionato quanto in Champions League.
In Europa, soprattutto andando avanti nella competizione, la capacità di trovare soluzioni alternative può fare la differenza ed è stato proprio questa la mancanza principale dei Citizens nelle partite dell’eliminazione contro il Liverpool: l’assenza di Mendy, o meglio di un vero interprete a sinistra, ha significato essere più prevedibili e avere un creatore di gioco in meno che, a maggior ragione contro una squadra così in grado di toglierti il fiato come i Reds, a certi livelli e per un calcio così organizzato fa tutta la differenza del mondo.

Stadio finale

La crescita del francese in questi anni spiega alla perfezione come il solo talento nel calcio moderno non basti, bisogna crescere nel tempo e capire come e quando farlo indipendentemente da quanto madre natura abbia dato a disposizione.
Mendy è l’evoluzione della specie dei terzini, in tutto e per tutto lo specchio del calcio moderno: veloce e fisico, ma con un alto q.i. calcistico e un tecnica che non dovrebbe appartenere in teoria a chi ricopre questo ruolo, ma che questa epoca calcistica impone.

Un giocatore che non presenta limiti per il ruolo in questione e che può davvero inserire il proprio nome tra i più grandi, ma che necessita di una costante guida verso la direzione giusta come è successo nel corso di tutta la sua carriera. Sulla carta Guardiola sembra davvero essere quell’allenatore in grado di portarlo verso il gradino più alto della sua crescita, ma solo il tempo potrà dirci se e quando avverrà tutto ciò.
In ogni caso, un giocatore nato per divertire, inserito in un sistema del genere non può che essere destinato a regalare spettacolo: al di là dei risultati, Mendy non fa altro che abbellire qualcosa di già meraviglioso e, in fin dei conti, noi spettatori potremmo essere contenti già così.

 

 

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