Ormai è realtà: Neymar Jr. è diventato un giocatore del Paris Saint-Germain. Da giorni non si parla d’altro: le testate giornalistiche, i bar di provincia, Piqué, Dani Alves: tutti discutono del trasferimento del decennio, tutti fanno previsioni e vaticini. In mezzo a tante chiacchiere, abbiamo preferito prenderci qualche giorno, e riflettere sul trasferimento del decennio, che rischia di modificare per sempre il calciomercato.

Da dove partire? Forse dal fatto che, accecati dai numeri esorbitanti, ci siamo persi l’uomo al centro della trattativa. Le manovre finanziarie e i milioni di euro hanno trasformato Neymar in un oggetto, un feticcio da ammirare o condannare. Ma chi c’è dietro alle statistiche? Chi c’è dietro gli oltre trecento gol da professionista già messi a segno in carriera?

Forse, prima che sia troppo tardi, sarebbe giusto porsi qualche domanda. Perché nella immensa pioggia di soldi che da Parigi si sta spostando a Barcellona, nessuno ha ancora capito che cosa significhi essere Neymar.

Neymar, o herói do povo 

I brasiliani hanno sempre amato i loro campioni. Da Pelé a Ronaldo il Fenomeno, le loro gesta calcistiche sono considerate patrimonio nazionale, al pari delle sculture e della foresta amazzonica. Ma Neymar è andato oltre. Egli è diventato l’archetipo di una nazione, il simbolo di un popolo pieno di contraddizioni.

Esageriamo? Probabilmente no. In questo decennio, chi altri poteva incarnare lo spirito del Brasile? Chi altri se non Neymar, il campione venuto dal nulla, povero come Garrincha, inebriante come Ronaldinho, eccezionale come pochi altri? Il prodigio che a sedici anni diventa titolarissimo del Santos, e che dopo aver vinto tutto in Sud America riesce addirittura ad approdare al Barcellona, divenendo parte del tridente più prolifico della storia calcistica spagnola. Un eroe dei due mondi. Un monumento nazionale

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Il calcio in Brasile, in questo momento, si pronuncia Neymar.

Neymar e il destino

Ricordiamoci che Neymar è un classe 1992, e anche se il suo nome gira da molto sulle bocche dei masticatori di calcio, rimane pur sempre un ragazzo di venticinque anni. Un giovane che ha sempre portato le stigma del predestinato, e che non si è mai spaventato di fronte al destino che bussava alla sua porta.

Perché se nel 2014 indossi la fascia da capitano della tua Nazionale durante il mondiale di casa, qualcosa vorrà pur dire. Perché se un certo Pelé ti ha indicato come suo successore, forse due domande bisogna porsele. Perché se hai deciso di unirti al Barcellona di Messi e Suarez senza timore di fare cilecca, o sei spregiudicato, o sei consapevole dei tuoi mezzi.

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Due generazioni a confronto.

La prima verità di Neymar

Ecco, forse, una prima verità. Neymar è consapevole. Neymar sa di essere uno dei più forti del mondo. Lo ha già dimostrato in Sud America e in Europa, e non si è mai accontentato. Perché se Dio gli ha dato dei piedi magici, è stata la sua volontà a trasformarlo in un fuoriclasse. Forse, essere Neymar significa proprio questo: unire un talento cristallino a una lucidità impressionante, dentro e fuori dal campo. Così, mentre sui prati verdi d’Europa ha imparato a diventare cinico ed essenziale, oltre i rettangoli di gioco ha immaginato la sua carriera, e l’ha vista lontana dalla Catalogna.

La seconda verità di Neymar

Perché Neymar ha scelto di andarsene?
Tutti stanno provando a rispondere. Calciatori, filosofi del pallone, psicologi, esperti di comunicazione.
Ma la risposta è semplice, immediata, veloce. Neymar si è stancato di aspettare. Ha imparato tutto quello che c’era da imparare; da bravo scolaro, ha fatto ciò che Alessandro Magno fece sotto la guida di Aristotele. Finito l’apprendistato a casa di Messi, è pronto per la conquista del mondo. Piano audace, come lo fu quello del condottiero macedone. Su cui nessuno avrebbe mai scommesso una dracma, all’epoca.

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Maestro e scolaro. Da domani, non sarà più così.

Da settembre, Neymar spiccherà il volo in solitaria. E sarà la prova del nove. A Parigi, l’eroe del Brasile potrà veramente provare se stesso, senza scuse o giustificazioni.

Neymar spiegato da Bergson

Ma scaviamo più in profondità. Cerchiamo i bergsoniani messaggi dall’inconscio. Proviamo a immaginare di svegliarci e di ritrovarci, improvvisamente, ad essere Neymar.

Sei un fuoriclasse, non c’è ombra di dubbio. In patria ti adorano, nel mondo conti milioni di fan. Eppure, ogni volta che giochi col Barcellona, sai di non poter essere il protagonista assoluto. In Catalogna c’è già un primo violino, che continuerà a suonare per molte partite. Il suo nome è Lionel Messi, e da almeno dieci anni fa la differenza in campionato e in Champions League.

Tu sei arrivato al Barcellona con la consapevolezza di poter fare la differenza, ma nessuno pare accorgersene. Perché, nel tridente, Suarez è il tritatutto che segna 50 gol a stagione, e Messi il fiorettista per cui vale la pena di pagare il prezzo del biglietto allo stadio. E tu? Tu sei “solo” Neymar, nel tridente sudamericano non hai né la concretezza uruguagia né la classe argentina. Tu porti il folclore carioca, il carnevale applicato al calcio. Ti vedono come un dribblatore, o meglio un dribblomane. E poco importa che tu sia diventato estremamente concreto; poco importa se hai segnato una tripletta nel leggendario 6-1 contro (ironia della sorte) il PSG. Sarai sempre il talento carioca, ti vedranno sempre come la ciliegina sulla torta. Mai come la pietanza principale.

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Dopo la vittoria per 6-1 contro il PSG, il profilo Twitter del Barcelona ha pubblicato questo aggiornamento. Non c’è traccia della tripletta di Neymar. C’è solo Messi. E sarà sempre così.

I dolori del giovane Neymar

Ecco, dunque, che cosa significa essere Neymar. L’eroe di una Nazione immiserita, che teme di non poter brillare del tutto con quella maglia blaugrana addosso. Un potenziale che rischia di rimanere inespresso – che è un po’ la storia del Brasile come Nazione. Un fuoriclasse che vorrebbe accelerare i tempi, prendersi il mondo che lentamente sta cadendo ai suoi piedi. Neymar si è acceso, e vuole brillare alla massima intensità. Ma, in Catalogna, finché ci sarà Messi esisterà un solo campeòn. Chiedere ai vari Ibrahimovic passati da quelle parti. Essere Neymar significa leggere i segnali che arrivano dal mondo, e agire di conseguenza. Anche se significa soffrire, privarsi di molto, rischiare tutto.

Ma, allora, perché la Francia? Perché il PSG?

Denaro e sentimenti

I soldi contano. Inutile fare i moralisti: chi nega la centralità del denaro nel calcio odierno è un inguaribile nostalgico o un platonico idealista. Nella concretezza di oggi, 30 milioni a stagione farebbero gola a tutti. Non è colpa di Neymar se il sistema si è inflazionato. Quindi, a Parigi per i soldi. Ma solo per questo? Per una serie quasi infinita di zeri sul conto in banca? Probabilmente no.

Sciacquare i panni nella Senna significa ritrovare Thiago Silva, Dani Alves, tanti pezzi di Brasile. Significa formare un nuovo tridente con Cavani e Draxler, ma soprattutto con la certezza di essere al centro della costellazione. Come la stella polare nel Carro. Neymar non vuole più essere parte di un disegno: vuole essere Il disegno. Per tutti. Per Parigi, e forse per la Francia intera.

Paese che vai, derby che trovi

Restiamo ancora un po’ nei panni di Neymar, e facciamoci un’idea di quanto sarà difficile la prossima stagione. A Parigi manca un re da quando Ibrahimovic se n’è andato. La città è triste perché non riesce ad essere la regina d’Europa e nemmeno la signora di Francia, dato che la Ligue 1 l’hanno vinta i ragazzini del Monaco. Non i paperoni che vivono sulla Senna, foraggiati dallo sceicco del Qatar.

Ecco che, nonostante i 300 milioni messi sul piatto, lo scenario si fa già meno idilliaco.

Neymar si lascia alle spalle il derby tra centralisti (Madrid) e autonomisti (Barcellona) e va incontro ad un altro, dalle radici altrettanto profonde. In Francia è nord contro sud, è repubblica contro principato, è Parigi contro Montecarlo e Nizza. Se poi ci aggiungiamo il terrore psicologico che si impadronisce del PSG in Europa, non ci sarà nulla di facile, né di scontato.

Trapp
Kurzawa
Thiago Silva
Marquinhos
Dani Alves
Verratti
Matuidi
Rabiot
Draxler
Cavani
Neymar

(Possibile undici di partenza del PSG durante la prossima stagione)

Neymar non ha paura

Eppure, Neymar non ha paura. O almeno questa è l’impressione che dà. Non ha avuto paura di guardare in faccia i 200 milioni di tifosi brasiliani dopo il tragico 7-1 contro la Germania, nella semifinale del 2014. Non ha avuto paura di ammettere le proprie colpe. Neymar è un predestinato, deve andare incontro al futuro con la testa alta. Questo è ciò che fanno i grandissimi campioni, quelli che vogliono il mondo ai loro piedi.

Neymar non ha paura. Andrà in Francia, cercherà di diventare il fuoriclasse che ha sempre sognato di essere. A noi rimane certo un po’ di malinconia. Non vedremo più la MSN; e chissà quanto tempo dovrà passare prima di gustare di nuovo un tridente così spettacolare in un campionato europeo.

Ad alcuni Neymar sembra già uno spreco nel campionato francese. Dicevano lo stesso di Ibra. Alla fine, sono soltanto chiacchiere; come sempre, sarà la palla a giudicare. E noi, a bordo campo, saremo pronti a raccontare un’altra storia.